QUANDO FARE IL PROPRIO DOVERE COSTA CARO

QUANDO FARE IL PROPRIO DOVERE COSTA CARO

La prima parte dell’incredibile vicenda di Giuseppe Picone, ex poliziotto penitenziario.

 

Chi è Giuseppe Picone? 

“Mi chiamo Giuseppe Picone  ho 57 anni, sono nato il 18-8-59 a Nicosia, per 27 anni ho fatto il poliziotto penitenziario, sono una medaglia di bronzo e d’oro per il mio lavoro svolto con onestà e cerco giustizia.

All’inizio ho prestato servizio nel carcere di Trapani. Poi sono stato in missione a Torino, a Le Vallette, quando hanno aperto il nuovo carcere de Le Vallette dove vi erano solo i brigatisti come detenuti. Di là sono passato a Le Nuove, il vecchio carcere di Torino. Dopodiché sono stato ritrasferito a Trapani e da Trapani a Palermo, all’Ucciardone, nel quale ho prestato servizio per cinque anni, dall’80 all’85. In quel periodo mi sono sposato ed ho chiesto il ritrasferimento a Trapani, ottenendolo.

I miei anni di servizio totali sono 27. Fino a quel momento, l’esperienza mi ha dato la voglia di continuare, perché, secondo il mio punto di vista, rispettavo quelle che erano le leggi dello Stato e, nello stesso tempo, tutelavo il cittadino”.

 

Inizia la persecuzione

Una vicenda incredibile. Sua unica “colpa”? Giuseppe nel 2004 si è opposto a che entrasse in carcere una persona che portava con sé un telefonino; mettendosi contro il Direttore e il Comandante del carcere di Trapani, dove lavorava. E da quel momento Giuseppe Picone è entrato in un altro mondo.

“Avevo 25 anni di servizio nella polizia penitenziaria quando mi sono accorto che i miei CARNEFICI Funzionari Francesca Vazzana e La Torre Giuseppe del carcere di Trapani facevano entrare tutti i giorni una persona civile con il telefonino all’interno del carcere CONTRO l’ordine di servizio Ministeriale.

Immediatamente mi sono rivolto al Dipartimento della polizia penitenziaria, mio datore di lavoro, pur sapendo hanno sempre nascosto i miei CARNEFICI Funzionari; addirittura, il mio BOIA Dipartimento ha premiato il mio CARNEFICE Funzionario Francesca Vazzana trasferendola dove lei voleva al carcere Pagliarelli di Palermo”.

-Perché ricevesti la tua medaglia d’oro?

“Arrivati a 20 anni di servizio, ricevi la medaglia di bronzo se non hai commesso nessun errore. Arrivati a 25 anni, sempre se non hai commesso alcun errore, ricevi la medaglia d’oro.

La guardia penitenziaria non è solo una figura che si limita “chiudere il detenuto”, ma anche e soprattutto una figura che tutela il detenuto. Nel momento in cui si tratta di salvare la vita di un detenuto, il poliziotto penitenziario, in alcune circostanze, mette a rischio anche la sua incolumità. A volte la figura dell’agente penitenziario è dipinta come se si trattasse di un carnefice, cosa che non è.

La perfezione fino al 2004…poi…

“Per 25 anni della mia vita ho lavorato con tranquillità, rispettato sempre le regole, e ho avuto tanta stima da parte dei miei superiori. Tant’è vero che sono stato anche premiato. Fino al 2004 su di me non risulta praticamente nessuna contestazione. Ero già diventato un assistente capo per la mia anzianità”.

 

Un telefonino di troppo

I guai iniziano nel mese di giugno.

«Mentre svolgevo il mio lavoro, una mattina mi viene un geometra civile che lavorava all’interno dell’istituto, in un reparto detentivo;  mi  chiede di entrare dalla seconda porta. Il personale di questa ditta, compreso il geometra, veniva radunato ogni giorno nel piazzale, che si trova tra la prima portineria e la seconda. Alle sette di mattina si dovevano trovare tutti là per essere accompagnati, da un mio collega, nel reparto dove si svolgevano i lavori. Tutti gli operai della ditta, compreso il geometra, solo che il geometra veniva successivamente. Tutti questi lavoratori erano accompagnati dalla parte esterna. In questo piazzale ci sono due grandissimi cancelli e c’è un percorso dalla parte esterna delle sezioni detentive… Per andare nella sezione dove stavano facendo i lavori dovevano andare in questo percorso esterno, e non passare attraverso la seconda porta, in modo da non entrare in contatto con i detenuti. Quel giorno io mi trovavo alla seconda porta. Il geometra veniva in carcere verso le ore 8:30 e mi disse che doveva andare nel reparto dei lavori. Allora dissi a un mio collega:

“senti collega, accompagna il geometra dalla parte esterna al reparto dei lavori”.

La prima volta il geometra non disse niente e se ne andò dalla parte esterna.

La giornata successiva – mi trovavo sempre alla seconda porta- allo stesso orario viene questo geometra. E mi chiese di potere entrare per andare nella parte dove si svolgevano i lavori.

Io chiamai un collega e gli dissi: “collega accompagni il geometra dalla parte in cui si fanno i lavori”.

E il geometra dice: “guardi che io posso entrare dalla seconda porta, è solo lei che non mi fa entrare”.

Io gli dissi: “senta, mi faccia fare la guardia, lei faccia il geometra. Di qua lei non può passare perché non ha nessuna autorizzazione”.

Entrando dalla seconda porta, infatti, poteva venire a contatto con detenuti che andavano nella sala colloqui, che andavano nella sala per parlare con gli avvocati, che andavano in matricola. Io senza non ho una autorizzazione specifica non potevo farlo entrare da quella porta, Ma lui sosteneva che ero solo io che non lo facevo entrare. Per questo mi disse che voleva parlare con il Comandante.

Perché ad ogni posto di servizio vi è un capoposto, prima che facessi presente al comandante questa situazione, ho chiamato il sorvegliante di quella giornata che è il capoposto che viene prima del comandante.

Al sorvegliante spiegai la situazione che si era creata, e gli dissi che il geometra diceva che ero solo io che non lo facevo entrare. Il sorvegliante spiegò al geometra che io stavo effettuando il mio lavoro come ordine di servizio, e che, non essendo autorizzato doveva essere accompagnato -come i muratori- dalla parte esterna. E così avvenne anche quella volta.

Poiché si era creata questa situazione, io dissi al sorvegliante: “parliamone con il comandante, visto che lui afferma che sono solo io”. E in effetti ero solo io, perché ad ogni posto di servizio c’è un registro, in cui è scritto chi entra. E nel registro di quel posto di servizio era scritto che quel geometra a volte entrava dalla seconda porta, ma questo era assolutamente sbagliato.

Andammo dal Comandante, ed io ed il sorvegliante gli abbiamo spiegato la situazione.

Io gli dissi: “guardi che questo afferma che sono solo io che non lo faccio passare dalla seconda porta. Ma lei sa benissimo, che non vi è un ordine di servizio per il quale questo geometra possa passare di là.

Ma il Comandante mi disse: “va beh, non ti preoccupare, tanto altre volte è entrato, non fa niente”.

E io gli risposi: “non è così.. perché se quel geometra, in quel momento che entra c’è un detenuto che viene accompagnato ai colloqui e se quel detenuto, casualmente, va in escandescenze, prende il geometra e incomincia.. o lo scambia per qualche altra persona.. e lo sbatte contro il muro.. tutto questo poi si ripercuote su quell’agente che lo aveva fatto passare senza autorizzazione scritta”.

Senonché il Comandante mi ribatté: “ma non ti preoccupare, altre volte è entrato, e non ci fa niente”.

E io: “guardi che se non lo mette per iscritto, se altre volte me lo trovo davanti alla portineria, io non lo faccio passare”.

E lui: “faccia il suo posto di servizio”.

Che sostanzialmente voleva dire che se io mi trovavo là e non lo facevo passare, a lui non fregava niente. Non mi ha dato una affermazione da Comandante, del tipo: “beh lo mettiamo per iscritto e così evitiamo questa situazione”…

E io: “va benissimo, non ci sono problemi”.

Una volta uscito dall’ufficio del Comandante, essendo in quel momento libero dal servizio, me ne sono andato alla prima porta. In portineria vi sono le autorizzazioni di tutte le persone che entrano in istituto, per una qualsiasi cosa, per lavori di elettricità, ecc. E ho chiesto al mio collega di farmi avere l’autorizzazione che avrebbe avuto questo geometra.

E’ lì che sono cominciati i veri e propri problemi. Perché su quell’autorizzazione leggevo che  gli concedeva di entrare per andare nell’area dei lavori, anche era anche autorizzato a portare con sé un computer portatile ed un telefonino. Mi sono allarmato immediatamente. Era un’autorizzazione da far rabbrividire, perché in tutte le carceri d’Italia, alla prima portineria vanno depositati tutti i telefonini».

E questo è un punto chiave della questione.

 

 

Cosa dice la normativa

«L’unico soggetto che può entrare, col telefonino, all’interno di un istituto penitenziario è il magistrato, per ragioni d’ufficio. Oltre lui, nessun altro può entrare col telefonino. Né le forze dell’ordine, né il capo del dipartimento.

Neanche il politico che viene in visita. Idem per la sua scorta, che deve consegnare anche le armi. L’ordine di servizio è a livello nazionale. E’ un ordine che si applica in tutte le carceri d’Italia. L’unica eccezione, come dicevo, è il magistrato per ragioni d’ufficio. Il magistrato di turno deve essere reperibile 24 ore su 24… Ecco la motivazione per la quale deve portare il telefonino. Praticamente se deve venire a fare un interrogatorio al carcere, e stare due, tre, quattro ore… essendo anche il magistrato di turno, deve avere un telefonino per potere essere rintracciato dalla polizia in qualsiasi momento. Ad esempio.. se nel frattempo hanno fatto un arresto, se ci sono dei morti».

La ratio è questa.

«Al mio collega dissi: “ma che state facendo qui?”.

“Ma è autorizzato”.

“Autorizzato di che cosa?”. Immediatamente andai dal Comandante, e ci fu questo dialogo:

“Ma come fa il Direttore ad autorizzare il geometra ad entrare col telefonino all’interno dell’istituto?”.

“Ma lei vuole fare il Comandante”.

“Io non voglio fare il Comandante e neanche il direttore, io so solo che fare entrare il telefonino all’interno dell’istituto, sono arresti, come sono avvenuti a Palermo, come sono avvenuti in altre carceri”.

“Lei non si deve preoccupare, lei si deve fare il suo posto di servizio”.

“Va benissimo, io mi farò il mio posto di servizio, ma spero questa persona di non incontrarla mai”.

 

UNA QUESTIONE CHIUSA?

«Me ne sono andato e per quella giornata era finita lì. Pensavo che non mi avrebbero più messo in quei luoghi. Disgraziatamente mi sono ritrovato di nuovo nella seconda porta, perché mancava del personale per malattia. Quando mi chiamarono per dirmi che sarei stato di servizio alla seconda porta, mi sarei buttato anche io malato, perché sapevo cosa poteva comportare andare in quel luogo. Ma, siccome amavo il mio lavoro, ci sono andato.

Ogni mattina alle 6:30 c’è il cambio del personale. Praticamente subentra il personale che fa dalle 6:30 alle 12:30. Alle 6:30 non vi è il Comandante, ma vi è il Sorvegliante generale, che in quel momento fino alle 8:30 fa da Comandante dell’istituto.

Alle 6:30 chiamai il Sorvegliante e gli spiegai che cosa stava succedendo nell’istituto. Gli dissi di come io non avessi nessuna autorizzazione a fare passare quel geometra dalla seconda parte, e di come alla prima porta risultasse un’autorizzazione assurda, e che ne avevo parlato anche col Comandante.

Il Sorvegliante mi disse: “senti Picone, quando lui viene qui alla seconda porta, tu non lo devi fare entrare, lo devi fare accompagnare dalla parte esterna. Dato che non lo perquisisci visto che lui passa dalla parte esterna, non è tua la responsabilità”. Il Sorvegliante voleva dirmi che, una volta che mandavo il geometra dalla parte esterna, veniva meno per me l’obbligo di perquisirlo, come avrei dovuto fare se fosse passato dalla seconda porta; e non perquisendolo non avrei rilevato telefonino e portatile, e così non avrei avuto responsabilità.

Ma io gli dissi: “Sì, ma io le ricordo che questa persona ha un telefonino, a quale titolo? Un geometra non fa dei lavori digitando una tastiera e, indipendentemente, noi abbiamo il divieto assoluto di fare entrare telefonini, escluso il caso del magistrato”.

“Tu fai così, che poi ne parlo con il Comandante”, mi rispose.

E così ho fatto. All’otto e mezza, puntuale, si presentò il geometra, alla seconda porta. Dissi a un mio collega di accompagnarlo all’esterno dalla parte dei lavori.  Il geometra si rifiutò e chiese di parlare con il Comandante.

In quel momento era presente il Sovrintendente che mi disse: “Picone fallo passare, che lo accompagno io”.

Io mi avvicinai al Sovrintendente e, in modo riservato, gli dico che avevo già parlato col Sorvegliante e che gli avevo detto di questa situazione e che lui doveva essere accompagnato dalla parte esterna. Il Sovrintendente non contento, telefona a quel Sorvegliante che mi aveva dato l’ordine, che in quel momento si trovava dalla parte femminile per una perquisizione giornaliera.

Il Sorvegliante confermò l’ordine che mi aveva dato e gli disse, se voleva accompagnarlo, di accompagnarlo dalla parte esterna. Il Sovrintendente andò dal Comandante; in quel giorno vi era un altro Comandante di turno.

Proprio in quel frangente alla seconda portineria entra il Direttore e il geometra gli disse subito: “la guardia non mi vuole fare entrare dalla seconda porta”. Il Direttore mi fece cenno di farlo passare.

Io mi sono rifiutato dicendo: “io non lo faccio passare”.

Il Direttore a quel punto salì alla sala convegni, che è un bar che vi è in quell’istituto, dove vanno gli agenti. Dopo due minuti uscì il Comandante e mi ordinò di fare passare il geometra dalla seconda porta.

In un primo momento mi sono rifiutato: “mi dica come faccio a perquisire … visto che qui ho un ordine di servizio ben preciso… mi dica come faccio a perquisire che il geometra c’ha il computer e un telefonino portatile”.

Ma perché lui me lo ha ordinato: “Io le ordino di far passare il geometra, l’accompagna il Sovrintendente che si era preposto, è un ordine che le sto dando”. “Va bene, io non lo perquisisco, perché non ha senso”. Sono stato costretto a fare entrare questa persona dalla seconda porta.

Subito dopo scendeva dalla sala convegno il Direttore Francesca Vazzana, entra nel mio posto di servizio e mi dice: “mi spieghi il motivo perché non voleva fare entrare il geometra dalla seconda porta”.

Rispondevo: “io lavoro come ordine di servizio”.

Il Direttore mi rispondeva: “SIETE UNA TESTA DI CAZZO”.

Ribadivo: “sarò testa di cazzo, io lavoro come ordine di servizio”.

Direttore e Comandante, dandomi questo ordine, dovevano metterlo per iscritto. E così è stato fatto. Io finii il servizio all’una meno un quarto. Dopo che me ne ero andato, nella stessa giornata, hanno emesso l’autorizzazione che consentiva al geometra poteva entrare dalla seconda porta, portando con sé un telefonino e il computer portatile».

 

Una autorizzazione illegale

«Un ordine di servizio che è a livello nazionale, nessuno può cambiarlo a livello locale. Lo può cambiare solo quell’organo, a livello centrale, che lo ha emesso. L’autorizzazione scritta che venne fatta nel carcere di Trapani non era regolare. Quel tipo di ordine di servizio, a livello nazionale, può essere modificato solo dall’ufficio che lo ha emesso. Non si può scrivere “autorizzo il geometra a fare entrare il telefonino”. Si può scrivere “a parziale modifica dell’ordine tot..”. Ma è qualcosa che può fare il Ministero che ha emesso quell’ordine di servizio, non il Direttore. Praticamente il Direttore avrebbe dovuto chiedere, a quell’ufficio centrale, l’autorizzazione a fare entrare quel soggetto, spiegando il perché; e l’ufficio superiore doveva dare autorizzazione in merito. A quel punto, immaginando ci fosse stata l’autorizzazione, il Comandante avrebbe dovuta leggerla per tre giorni consecutivi, ogni mattina, al personale, per renderlo edotto di quello che stava succedendo, in modo anche da rassicurarlo circa il fatto che il tutto veniva stabilito dall’organo superiore. Tutti questi passaggi il Direttore non li ha fatti. Il Direttore e il Comandante hanno fatto una semplice autorizzazione -che io ho messo sul web tantissime volte- tramite la quale autorizzano a fare entrare quella persona. Da lì sono incominciati i miei problemi.

Quando ho visto quell’autorizzazione dissi “con questa voi potete solo andare in bagno. Perché questa non è un’autorizzazione a livello ministeriale”. Io sono una persona diretta. A quel punto cominciarono gli abusi su di me.

Ero deluso dal fatto che nessuno dei miei colleghi mi aveva sostenuto e dato ragione; che mi avesse detto: “Picone sta facendo una cosa giusta, per tutti”. E perché hanno agito in questo modo? Perché se ci fosse stato un controllo a livello ministeriale, tutte quelle persone che avevano fatto entrare il geometra, avrebbero avuto contestata un’infrazione disciplinare, e quindi praticamente metà carcere sarebbe andato ad infrazione disciplinare. Sia quelli che lo facevano entrare dalla prima porta, sia quelli che lo facevano entrare dalla seconda porta. E perciò il silenzio per loro era la cosa migliore».

Alla vicenda del telefonino ne seguirono altre. Picone era anche un sindacalista, in riunione sindacale cercò di ribellarsi anche ad un consolidato sistema di “preferenze” nell’assegnazione degli incarichi, ma ciò gli causò ulteriori accanimenti, visite mediche contro l’articolo 27 della Costituzione e contro l’articolo 19 della Legge 395/90. Violazioni dei decreti legislativi e altro. Cercarono in ogni modo di farlo “passare per pazzo”, di screditarlo in ogni modo la sua carriera.

 

Picone va screditato

«La d.ssa  VAZZANA emanava con ordine  di servizio n. 9 del 14 febbraio 2005 nei miei  confronti, il divieto di entrare in carcere oltre la sala d’aspetto,  Un giorno dovevo inviare dal carcere degli atti in merito quello che mi stava succedendo al Provveditore Regionale della Sicilia. Dopo alcune ore che mi trovavo nella sala d’aspetto del carcere e visto che era sprovvista di bagno, come una qualsiasi persona umana, chiedevo al mio collega addetto alla prima porta che dovevo andare in bagno per fare i miei bisogni fisiologici. Il collega in merito all’ordine di servizio che vi era sulla mia persona telefona all’ispettore di Sorveglianza per essere autorizzato. L’ispettore di Sorveglianza chiedeva Autorizzazione al Comandante di Reparto Giuseppe LA TORRE  che mi negava di andare in bagno. Per farla breve, nonostante la d.ssa VAZZANA era stata informata di quanto sopra appena citato, dopo otto (8) ho ovuto fare i miei bisogni fisiologici dentro una bottiglia di plastica. Sensazione denigratoria e offensiva mai subita prima d’ora in vita mia.

In data 16.02. 2006, vengo denunciato all’Autorità Giudiziaria da parte del dirigente  Francesca VAZZANA per violazioni di atti di decenza. Il PM  archivia la denuncia.

Come se non bastasse, sia il Comandante Giuseppe LA TORRE e sia la Direttrice Francesca VAZZANA, pur io non avendo mai sbagliato in servizio, sminuivano la mia classifica annua da 30 a 14. La d.ssa VAZZANA  addirittura violando decreto Legislativo 443/92 articolo 48b . nell’anno 2004 mi toglie quattro (4) punti,  e nell’anno 2005 cinque (5). La Direttrice VAZZANA in questa fase poteva solo confermare il giudizio del Comandante  o dare più due il suo giudizio. Inoltre, la stessa nella classifica dell’anno 2005 scrive il falso, visto come atti della Procura di Trapani, con la stessa NON mi risultava nessun atto pendente».

Ti sei sentito abbandonato dai tuoi colleghi?

«I miei colleghi, quelli di Trapani, mi hanno abbandonato totalmente. Ma sempre riguardo al DAP, ce ne è un’altra.. Quando ho visto che il funzionario inviato dal DAP non aveva fatto il suo dovere, andai direttamente in udienza con il Vice capo del Dipartimento. Quando sono arrivato là gli dissi: “Se lei mi dice che questo geometra poteva entrare con il telefonino all’interno dell’istituto, senza l’autorizzazione dell’ufficio competente, io mi alzo, le chiedo scusa e la chiudiamo qua”. E cosa mi ha risposto? “Signor Picone, ma lei voleva fare il Direttore del carcere?”. Mi sono alzato e gli ho detto: “Si vergogni, nemmeno lei può entrare con il telefonino. E lei lo sa meglio di me”. Da quel momento anche il Dipartimento mi ha abbandonato totalmente».

Sembra quasi che la colpa sia stata la sua a volere che fosse rispettato il regolamento…

«Proprio così..»

In questo paese forse conviene fare come fanno in molti: far finta di non vedere e non sentire, magari distrarsi un attimo e tirare dritti. A fare le persone corrette molto spesso c’è solo da perdere.

E’ un “sistema paese” che non premia affatto la correttezza, anzi, si passa quasi per pazzi, per strani, per rompi…Quante volte si sente la frase: “Ma chi te lo fa fare?”, mentre  la domanda giusta, dovrebbe essere: “Ma  chi NON te lo fa fare?”, con l’implicito invito a smascherare i furbetti.

Anni di battaglie legali, totalmente inascoltato. Per giungere a cosa? Ne vale la pena?.

«Se nella vita credi nei valori della democrazia, legalità e giustizia, le battaglie comunque vadano ne vale la pena, altrimenti, non dovevo indossare la divisa per 27 anni della mia vita. Non ho raggiunto nulla e forse non raggiungerò mai nulla, ma una cosa e certa, io non mollo fino alla fine. In qualche modo La mia coscienza rimarrà salva».

A breve, la seconda parte dell’incredibile storia di Giuseppe Picone

 

 

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