Misteri del Piemonte: la Madonna delle Vigne e lo spartito del diavolo

Misteri del Piemonte: la Madonna delle Vigne e lo spartito del diavolo

Il Piemonte, come tutte le regioni italiane, è sede di luoghi oggetto di racconti e leggende popolari. Del resto la storia è anche questo: immaginario collettivo e cultura popolare, che meritano di essere ricordati, in quanto fondamenta di tanti usi, costumi e tradizioni.  A volte dietro i racconti si nasconde un fondo di verità, a volte no, ma sono tutti pezzi della nostra storia che non possono cadere nell’oblio.   Proprio per questo, noi de l’Ultima parola abbiamo deciso di esplorare per voi alcuni di questi luoghi e raccontarvi le vicende che li riguardano.

Iniziamo quindi oggi un percorso che ci porterà alla scoperta di misteri e leggende del Piemonte. Partiamo dalla provincia di Vercelli, per la precisione ci troviamo vicino a Trino, con la leggenda dello spartito del diavolo,  dipinto sulla parete d’ingresso del santuario della Madonna delle Vigne, che si trova neI Bosco delle Sorti della Partecipanza, ultimo tratto rimasto della foresta che copriva gran parte della pianura. Questo gioiello naturalistico è giunto sino a noi grazie a rigide regole di gestione dei tagli che risalgono al Medioevo. Secondo alcune fonti, le modalità di cura del bosco, oggi ancora in vigore, furono fissate nel 1275, quando il marchese del Monferrato Guglielmo il Grande fece una donazione ai “partecipanti” cioè alle famiglie trinesi che partecipavano alla gestione del Bosco. La primavera inoltrata è uno dei periodi migliori per conoscere il bosco: la fioritura dei mughetti e la vegetazione rigogliosa lasciano a bocca aperta i visitatori.

 

Alcune immagini di come appare il santuario dall’esterno

Non sono poche le leggende che riguardano la musica del diavolo, e sono presenti in tutto il mondo. Alcune hanno come oggetto melodie create direttamente dal demonio in modo da poter essere evocato, altre scritte dagli uomini vuoi per chiamarlo, vuoi per cacciarlo di nuovo nell’oltretomba.   Il comune denominatore di queste melodie è proprio quello di essere in grado di creare un varco tra il nostro mondo e quello degli Inferi.  Molti racconti vertono su questo tema, molti anche gli aneddoti riguardanti importanti composizioni musicali ( Il trillo del diavolo di Tartini, ad esempio).  Dylan Dog nell’albo n° 235, intitolato Sonata macabra, ripropone benissimo questa leggenda.

Ma torniamo a noi!   Quando mi sono imbattuta la prima volta nella chiesa del SS. nome di Maria, più conosciuta come Madonna delle Vigne, non ne conoscevo affatto la nomea. Ero affascinata dalla struttura abbandonata, dall’atmosfera che sempre circonda questo genere di edifici, ma non ero al corrente della leggenda riguardo lo spartito del diavolo. Qualche giorno fa ho deciso di tornarci, armata di macchina fotografica e di marito con drone al seguito, in modo da documentare anche tramite immagini quanto sto per raccontarvi. anche se, a dire il vero, non è che in quanto ad immagini ci sia molto da mostrare.

Cominciamo con un po’ di storia, dal momento che è importante  conoscere quali siano state le varie vicissitudini dell’edificio in modo da cercare di capire quanto ci sia di vero nella leggenda e soprattutto a che periodo storico risalga  l’affresco incriminato. In rete si trova tutto ed il contrario di tutto riguardo la leggenda, ma sulle vicende storiche mi sembra ci sia un certo accordo.

Il santuario appartiene al periodo del Barocco piemontese. Il primo corpo della chiesa risale alla prima metà del  XVII secolo. Qualche tempo dopo  l’Abate di Lucedio, Vincenzo Grimani, ne ordinò un ampliamento, ed affidò i lavori al famoso architetto Antonio Bertola. Più avanti supervisionerà i lavori anche Filippo Juvarra.

Nel frattempo il principato di Lucedio divenne proprietà dei Savoia (nel 1707) e nel 1714 si decise di intervenire con nuovi lavori di ripristino, in quanto si trovarono delle pecche in quelli precedenti, che risultavano in qualche modo inadeguati. Sono di questo periodo il porticato e la cupoletta, che in effetti appare di fattura più recente rispetto al corpo iniziale.

Intorno al 1780 i possedimenti andarono all’Ordine di San Maurizio e poco dopo, nel 1800, tutto passò Napoleone Bonaparte. Dopo la fine della dominazione napoleonica in Italia queste terre tornarono  nuovamente nelle mani di  facoltose famiglie italiane.

Per un secolo non si hanno più notizie particolari a riguardo, solo verso l’inizio del 1900, intorno al 1920, il santuario venne nuovamente ristrutturato, probabilmente grazie alle donazioni di alcune famiglie. Infatti all’interno si notano ancora le targhe che riportano la scritta “dono delle famiglie Busto Dellarole”.  Maddalena Dellarole era la proprietaria della grangia  Montarucco ( attiva ancora oggi), trasferitasi a Trino da Milano, dove insegnava, sembra proprio in quegli anni.  Potrebbero esserci altre famiglie coinvolte nella ristrutturazione dal momento che una targa non esiste più. Ad ogni modo ancora all’inizio del XX secolo la chiesa sembra fosse in attività.

Ma cos’erano le grange?

Le grange, letteralmente “granai”, erano antiche unità abitative e centri agricoli all’interno dei quali i monaci cistercensi staccati dal convento, attuavano opere di bonifica su di un’area territoriale coperta da bosco planiziale (il cui unico esempio rimane il Bosco delle Sorti della partecipanza a Trino) al fine di renderla adatta ad un impiego agricolo. Le grange sorte nella pianura vercellese, e più precisamente nel lembo di territorio che si estende tra Trino, Crescentino e Larizzate, avevano il proprio fulcro proprio nell’Abbazia di S. Maria di Lucedio: fondata nel 1123, acquisì da subito numerosi possedimenti, ognuno dei quali faceva capo a una grangia.

Le grange rappresentarono uno strumento determinante nel processo di trasformazione di una zona incolta in terreno arabile: quando un proprietario terriero intendeva trasformare i propri possedimenti al fine di renderli produttivi, gli abati inviavano un proprio monaco, il granciere, il quale dirigeva i lavori di bonifica. È quindi innegabile che l’attività svolta dai monaci nel vercellese rappresentò un fattore determinante alla nascita e al radicarsi nel corso dei secoli di una vocazione agricola e risicola: furono proprio i Cistercensi, infatti, a introdurre la coltivazione del riso del XV secolo. La sola abbazia di Lucedio possedeva ben 6 grange: Montarolo, Montarucco, Leri-Cavour, Castelmerlino, Ramezzana e Darola.

Secondo la tradizione, le grange non dovevano distare dall’abbazia di Lucedio più di una giornata di cammino, per poter essere controllate e per consentire ai fratelli di far ritorno ogni domenica.

Questo breve excursus storico riguardo le grange è utile per capire quante persone all’epoca gravitassero intorno alle chiese poste nei dintorni. E quanto queste fossero importanti per propiziarsi in qualche modo i raccolti. Questo spiega anche perchè intorno agli anni ’30 tante di queste chiesette abbiano cominciato a svuotarsi…  la prima industrializzazione cominciava a far spostare la gente dalle campagne verso le città, poi la Prima Guerra mondiale e la successiva ricostruzione con il boom economico hanno senz’altro influito sulle dinamiche sociali e demografiche delle campagne.   Non per niente molti borghi hanno cominciato a svuotarsi a partire da quei periodi.  Le madonne di campagna spesso rimanevano senza fedeli.

Alcune immagini di quanto rimane dell’interno della chiesa, ormai quasi completamente distrutta e totalmente depredata

La targa che riporta il nome delle famiglie Busto-Dellarole

A dire il vero se si visita il sito www.piemontesacro.it si trova ancora oggi, sotto la voce “santuari” questa breve descrizione:

santuario madonna delle vigne (trino – montarolo)

Il santuario sorge in una zona semicollinare, fra vigneti e risaie.
Il santuario venne costruito nella prima metà del XVII secolo; documenti risalenti alla metà del Seicento attestano la presenza della chiesa conosciuta come Madonna delle Vigne.
L’antica cappella, dedicata alla Vergine e decorata con motivi floreali e naturali legati alla vite e all’uva, venne ampliata e abbellita nel corso del XVII secolo; ulteriori ampliamenti e interventi avvennero nel Settecento.

Oggetto del culto è una statua lignea della Madonna col Bambino.

Festività principale: 12 settembre
Coincidenza liturgica: Santo Nome di Maria

La statua lignea ( che da molti anni è stata portata via dal santuario ma sembra essere stata lasciata a Montarolo)  è opera dell’intagliatore Carlo Giuseppe Plura (1663-1737) e risale al 1917. E’ raffigurata con il bimbo in braccio e con il braccio destro sporto in avanti.

Il 12 settembre la statua veniva portata in processione per benedire le terre. Un rito che, in una civiltà contadina come era quella del vercellese fino a pochi decenni fa, ed in parte è ancora oggi, rivestiva una grande importanza a livello di cultura popolare. Le terre ed i raccolti andavano benedetti.    Non per niente si trovano diverse chiese dedicate alla Madonna delle Vigne anche in altri luoghi rurali d’Italia, a dimostrazione che la fede religiosa  era strettamente connessa alla vita quotidiana.

ecco come doveva apparire la statua lignea della Madonna nei primi anni del ‘900

Ho voluto riportare quanto scritto su questo sito in quanto molti sostengono la chiesetta sia stata sconsacrata addirittura nel 1700. Cosa impossibile a questo punto. Nessun sito a carattere religioso la riporterebbe come attiva. Per non parlare del fatto delle molte testimonianze che sicuramente confermano l’attività del santuario fin verso la metà del secolo.  Oltretutto la cupola sorregge ancora adesso una croce. Forse, se sconsacrazione c’è stata, questa risale a non più di una quarantina di anni fa, anni in cui è cominciato l’abbandono e, purtroppo, sono cominciati anche i tanti atti di vandalismo. Molte scritte sui muri recano date degli anni ’70. Quindi è lecito supporre che fino agli anni 60 fosse ancora adibita al culto.

Lo spartito del diavolo

Ma parliamo ora del famoso affresco che tanto fa discutere, e che ha, di fatto, reso questo luogo una meta per gli appassionati del mistero.  Sulla parete d’ingresso, sopra al portone, è raffigurato un organo a canne con uno spartito (molto piccolo, si nota appena). Sotto si trova uno stemma araldico con due leoni che reggono uno scudo con tre croci ed un animale che sembra anch’esso un leone.   Molti sostengono l’affresco risalga all’epoca dei restauri voluti dai Savoia.  Altri invece pensano sia di fattura molto più recente, forse addirittura risalente agli ultimi lavori di restauro degli anni ’20.

Pare non ci siano notizie precise in merito, nè descrizioni particolari nè appunti al riguardo risalenti al 1700. Però ad onor del vero non esiste neanche niente che neghi in qualche modo la possibile presenza di un affresco. Quello che sembra poco credibile è che, nell’ambito di lavori eseguiti da Bertola, supervisionati da Juvarra, sia stato permesso di inserire un affresco che è piuttosto bruttino, poco preciso, quasi “elementare”. In effetti non sembra possibile.  Se avvalorassimo l’ipotesi del dipinto recente potremmo pensare che negli anni ’20 del XX secolo, dopo la Grande Guerra, in un paese di campagna con poche risorse, le opere “minori” siano state affidate ad artigiani di tanta buona volontà ma di poche capacità ma soprattutto che costavano poco.

Però  il mio amico e collega Michele Picardo, che conoscete per la rubrica “L’angolo delle fotografia”, e che mi accompagnerà nelle prossime avventure a caccia di luoghi dimenticati, mi ha fatto notare che nel 1600/1700 non era inusuale anche che a dipingere le piccole chiese e cappelle di campagna fossero pittori itineranti che viaggiavano di borgo in borgo scambiando la loro arte per vitto e alloggio. Questi pittori erano molto diffusi nelle campagne del Piemonte e sulle colline dell’astigiano e del cuneese, a volte arrivavano dalla Lombardia – quelli che operavano dalle nostre parti-  o dalla Francia, per quanto riguarda il cuneese. Le scuole di pittura lombarde dell’epoca pullulavano di giovani talenti desiderosi di lavorare per la gloria di nostro Signore, e quale migliore occasione se non quella di girovagare per le piccole borgate in cerca di muri da riempire con santi e madonne. Di loro però purtroppo non rimane nulla.  Quindi l’affresco potrebbe davvero  risalire al ‘700, considerato sempre che parliamo di una chiesa persa nelle risaie e con pochi fedeli. Forse, a parte le opere architettoniche principali e l’oggetto del culto (la madonna)  si è voluto risparmiare sul resto. Però lo stemma rappresentato non sembra  quello dei Savoia o meglio, con un po’ di fantasia potrebbe sembrarlo. Forse chi l’ha dipinto davvero voleva riprodurre lo stemma della casa reale, ma non ne aveva le capacità. Ci sono sì  i due leoni e le tre croci, ma la disposizione è differente. E’ vero che ci sono diverse versioni dello stemma dei Savoia ( dato il periodo  questo del Regno di Sardegna dovrebbe essere il più attinente) però… Forse una ricerca approfondita sull’araldica, sugli stemmi delle varie famiglie del luogo degli ultimi tre secoli.potrebbe portare a qualcosa.

In realtà credo che per datare l’affresco basterebbe un’analisi dei pigmenti, ma non credo nessuno abbia interesse a sobbarcarsene il costo.

Qua sotto comunque ho messo a confronto i due stemmi.

confronto tra uno degli stemmi di casa Savoia e quello riprodotto nell’affresco.

L’affresco posto sopra l’ingresso, raffigurante un organo a canne ed uno spartito posto sopra lo stemma

Fattosta che l’affresco esiste e si porta dietro una leggenda (anche di questa non si sa con precisione quando sia nata e quando abbia cominciato a diffondersi) la quale  narra che tra le mura del santuario sia intrappolato un demone, evocato dalle streghe ( le famose masche piemontesi suppongo) nel 1684. Questo demone si era impossessato degli abati di Lucedio, i quali si erano dati ad ogni sorta di efferatezza. Per porre fine a tutto ciò era stato chiamato un monaco esorcista che, suonando la melodia fatta poi riprodurre nell’affresco, era riuscito a catturare il demone e ad imprigionarlo nelle mura della chiesa. La stessa melodia però, se suonata al contrario, libererebbe nuovamente l’essere infernale.

A supporto della leggenda c’è il fatto che questa musica sembra inizi con una chiusura, con un finale, e che la prima riga del pentagramma sia sgombra da note, che iniziano dalla seconda. Come se, in effetti, la musica potesse anche essere suonata al contrario.

Le note dello spartito del diavolo riprodotte in modo da poterle leggere e riprodurle con uno strumento

Per inciso mi sembra  che marco Berry l’abbia suonata sia avanti che indietro per la trasmissione “Mistero” ma non mi pare abbia sortito qualche effetto  ( oddio, le cose nel mondo non stanno andando tanto a favore delle forze del bene, ma non credo sia colpa sua).

Al di là dell’aspetto demoniaco della leggenda, questo racconto potrebbe aver avuto inizio con un periodo forse di carestia, o al contrario di alluvioni (visto il territorio).  Forse erano andati male alcuni raccolti ed occorreva dare la colpa a qualcuno, trovare un capro espiatorio, e  quale poteva essere il miglior colpevole se non il  demonio in persona?  Da qui forse il tentativo di far terminare la mala sorte tramite un esorcismo. Non sarebbe la prima volta nella storia e non sarà neanche l’ultima. Forse i monaci non erano posseduti, ma  stanchi o malati, forse soffrivano di qualche disturbo da stress, o si era diffusa qualche malattia infettiva allora non conosciuta, di qualunque periodo si stia parlando, e non riuscivano più ad occuparsi delle grange…chi può dirlo.

Purtroppo questo santuario è ormai lasciato sempre più in balia degli eventi, naturali e -soprattutto- umani. Ed è un peccato, perché rimetterlo a posto servirebbe sia a mantenere vive le tradizioni contadine del luogo che a raccontare un pezzetto di storia ai tanti appassionati (come me) di cultura popolare.  Sono molti i luoghi come questo che si preferisce lasciare all’abbandono o semplicemente recintare per evitare le visite, ed è un peccato, perché molta della nostra storia è racchiusa proprio tra quelle mura.

 

Per concludere vi posto un video ( realizzato molto artigianalmente da mio marito) che permette di avere una visione d’insieme del luogo.

Buon sabato sera a tutti! Nei dintorni di Trino Vercellese c'è una chiesetta, ormai all'abbandono, conosciuta come La Madonna delle Vigne. Risale al 1600 e fa capo alla famosa Abbazia di Lucedio, conosciuta come il luogo in cui si scontrano da sempre il bene ed il male (Luce sta per Lucifero, Dio sta per Dio)…Queste sono sempre prove tecniche di volo…dopo posterò qualche foto. Nei pressi c'è un'altra chiesa, ma è posseduta da calabroni e bestie varie ed è impossibile accedervi d'estate… ma quest'inverno voglio provare ad andarci…

Pubblicato da Anna Bertino su Sabato 26 agosto 2017

 

 

 

 

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