Misteri del Piemonte: Leri, la grangia dimenticata in cui si progettava l’Unità d’Italia

Misteri del Piemonte: Leri, la grangia dimenticata in cui si progettava l’Unità d’Italia

Nella storia di Leri fantasmi e spettri non c’entrano, ed è proprio questo a rendere questa vicenda ancora più triste.

Prologo

Perduta tra le risaie del vercellese giace la grangia di Leri, luogo in cui Camillo Benso conte di Cavour  era solito ritirarsi per ritemprare spirito e corpo. In questo luogo sicuramente faceva anche progetti riguardo l’Unità d’italia. Eppure, nonostante la grandissima rilevanza storica e culturale, questo luogo è lasciato all’abbandono e al degrado più totale. Se lo spirito dello statista per caso aleggiasse ancora tra queste mura sicuramente proverebbe un enorme sconforto nel vedere tanta desolazione e sfacelo.

Se volete andare a Leri premuratevi di avere un navigatore o studiatevi la piantina a memoria. Perchè sulla strada non troverete nessun cartello stradale che indichi il borgo. Non esiste. Mi ricorda un po’ quello che  succede ai bambini piccoli… se vedono la caramella la caramella esiste, se la tenete dietro la schiena e non la vedono la caramella non esiste. Forse è questo che si vuole ottenere occultando le indicazioni  per Leri. Non mettiamo il cartello, nessuno trova il paese, il paese non esiste, non esiste nessun problema al riguardo.

L’unica indicazione per Leri la troverete scritta a mano su un muro quando sarete già arrivati sul posto.

Un po’ di storia…

Invece la grangia di Leri c’è, è lì da tempi lontanissimi. La prima menzione scritta del luogo risale al 999 d.C. ( diploma di OttoneI) in cui viene chiamata Aleram.  Un altro documento, risalente al regno di Federico Barbarossa, ne parla come di Alerh. Nel 1179 la grangia passa al monastero di San Genuario e rientra in  tutti quei territori che in quel periodo  nel vercellese vengono bonificati e presi in carico dai monaci cistercensi . Nei primissimi anni dell’800  passa a Napoleone e in seguito, nel 1822  al marchese Michele Benso di Cavour, padre di Camillo.  Dopo l’Unità d’Italia , nel nuovo secolo industriale, la proprietà della grangia (circa 200 ettari di terreno) passa all’Enel (intorno agli anni ’80). Lì sarebbe dovuta sorgere la seconda centrale nucleare di Trino ( comune cui appartiene il borgo di Leri). Però, dopo il referendum popolare del 1987, che bandisce di fatto il nucleare dall’Italia, viene riconvertita in centrale a ciclo combinato,  occupando solo 40 dei 200 ettari a sua disposizione.  Per oltre  dieci anni il borgo viene occupato dagli uffici della centrale, e qualcuno dei dipendenti forse vi risiede anche. Questo è dimostrato da un calendario affisso su una delle pareti dell’edificio che ospitava gli uffici, che riporta l’anno 1996.

Il calendario recante l’anno 1996 testimonia che almeno fino a tale data il borgo era, seppure solo in parte, abitato.

Finiti i lavori e messa in funzione la centrale tutto è stato abbandonato.  La proprietà è rimasta all’Enel ancora per molti anni, in cui incuria, saccheggi e vandalismi hanno ridotto il borgo nello stato in cui appare ancora oggi. Il Comune di Trino l’ha poi ricomprato ad una cifra simbolica, anche se i terreni attorno sembrano essere ancora proprietà dell’Enel.  Oltretutto la centrale sembra abbia funzionato per pochi anni ed ora è praticamente ferma e -pare- sia in vendita. Sta di fatto che, a parte un tentativo di recupero (insufficiente e vano, dal momento che dopo poco sono stati portati via da gente senza scrupoli addirittura  alcuni pavimenti ed il rivestimento delle scale), eseguito sull’onda emotiva ( e mediatica) del centocinquantenario dell’Unità d’Italia, la residenza storica di Camillo Benso, conte di Cavour, uno tra i maggiori artefici dell’Unità d’Italia, è ormai in agonia.

Nel video sotto, una panoramica dall’alto del borgo, tratto da un mio video pubblicato su facebook

Come vi accennavo qualche giorno fa, ecco un indizio riguardo il mio prossimo articolo sui luoghi misteriosi o dimenticati del Piemonte… Chi lo riconosce??? ^_^

Pubblicato da Anna Bertino su Sabato 2 settembre 2017

 

Appena arrivati nel borgo  si vede, sulla sinistra, il vecchio mulino, da cui arriva ancora il rumore delle due ventole poste su una delle pareti, le quali si muovono grazie all’aria che entra. Sembra quasi l’ultimo alito di vita di un paese che in qualche modo vuol far sapere che non è ancora morto,  che c’è ancora una speranza. E’ una situazione abbastanza surreale, ricorda un po’  quei film ambientati nei paesi abbandonati in cui tutto sembra fermo da anni salvo poi accorgersi che non è proprio così…

Le due ventole poste sulla parete del vecchio mulino ancora fanno sentire la loro voce…

Effettivamente l’atmosfera è molto particolare; si sentono i richiami degli uccelli, il vibrare dell’erba, spesso calpestata da uno dei tanti coniglietti selvatici che abitano questo posto, il rumore delle fronde degli alberi mosse dal vento.  Non passa praticamente mai nessuno in macchina, neanche in bici, men che meno a piedi.  E’ davvero un luogo in cui si fa fatica a ricordarsi che siamo nel XXI secolo.

 

La tenuta e la nascita della risicoltura e dell’agricoltura  moderna

Prima di andare alla scoperta di quanto rimane della grangia di Leri è opportuno fare un breve excursus storico, in modo tale da capire l’importanza che rivestiva questa grande azienda agricola nell’800.

Quando il padre di Camillo Cavour gliene affidò la gestione, nel 1835, era certo il figlio avrebbe fatto un ottimo lavoro. Cosa che puntualmente accadde. Camillo era un uomo molto intelligente, curioso e lungimirante. Sotto la sua direzione, e con il prezioso aiuto del suo socio, Giacinto Corio, agricoltore di Livorno Vercellese (ora LivornoFerraris),  nell’azienda, che nel frattempo aveva acquisito anche le terre della cascina Montarucco e di Torrione, si sperimentarono con successo nuove tecnologie di produzione e di raccolta del riso, si testò anche una nuova qualità del prezioso cereale, il bertone. Ci fu anche una notevole innovazione delle macchine agrarie: comparve il trebbiatoio, il brillatoio per il riso, i trinciapaglie. Un nuovo modello di trebbiatore con tre cavalli fu presentato all’Esposizione del 1844 ed ottenne la medaglia d’oro.

Anche l’allevamento divenne oggetto di sperimentazioni. Vennero infatti tentati con successo alcuni incroci tra razze diverse di maiali  e si allevavano i montoni merinos, richiesti  anche dal Pascià dell’Egitto, Mohammed Alì.

Le innovazioni apportate da Cavour permisero di ottenere un’autonoma produzione foraggera, e la produzione di riso  si  incrementò notevolmente nel corso di soli dieci anni. Il conte aveva inoltre sperimentato nuove forme di concimazione alternative al letame, tra cui il primo concime chimico prodotto dalla Schiaparelli di Settimo Torinese.

Nel contempo Cavour aveva anche risolto il problema dell’approvvigionamento idrico, indispensabile per la coltura del riso, introducendo una nuova forma di razionalizzazione delle acque e creando l’ Associazione d’Irrigazione dell’Agro dell’Ovest Sesia (1853), insieme ad un apposito ufficio per i canali demaniali. In pratica tutti i possessori di beni (terreni, campi) che potevano essere irrigati si unirono in società, pagando al governo un tanto per modulo d’acqua che prelevavano dai canali. Questo fece scendere il prezzo dell’acqua della metà rispetto agli anni precedenti.

Nel 1835 l’azienda era arrivata a 3275 giornate (1247 ettari) e nel 1850 contava più di un centinaio di salariati e 250 occasionali. Era un’attività assai florida. Di questo beneficiarono anche tanti contadini del vercellese e del Piemonte, che attinsero con gran profitto alle innovazioni apportate dallo  statista, “esportate” anche nel resto della nazione e molto apprezzate all’estero.

Cavour passeggia nella tenuta di Leri- antica litografia

Nel frattempo Cavour stava anche elaborando e portando a termine uno dei suoi lavori più impegnativi  L’Unità d’Italia.  A Leri infatti riceveva spesso le visite di importanti personaggi della politica e della cultura dell’epoca, persino il re Vittorio Emanuele II andò a trovarlo nel suo buen retiro piemontese nel 1854 e Giuseppe Verdi passò da lui nel 1859.

Questo fa ben capire l’importanza storica e culturale di questo luogo, che è stato sede di una rivoluzione non solo politica, ma anche agrotecnica, che ha portato un enorme beneficio al Piemonte e a tutta la nazione.

Il borgo, come spero possiate notare dalla panoramica aerea, si compone essenzialmente della grande tenuta, con la casa padronale e le due corti. Poi c’è la chiesa ed il mulino ad acqua di cui abbiamo parlato all’inizio, qualche cascina e diversi magazzini.  La scuola, posta di fianco alla chiesa, è  di fattura molto più recente,( indicativamente anni ’50/60). L’erba nel piazzale della chiesa, in quello prospiciente la tenuta ed anche nella tenuta stessa è bassa, i rovi sono molti ma non impediscono il passaggio. Non so a chi si deve questo, se al comune o ai giocatori di soft-air, che l’hanno eletto uno dei loro teatri di gioco preferiti rendendo, di fatto, più agevole la visita a chi, come noi, si avventura qui dentro.

La parte del vecchio mulino ad acqua che dà sul cortile della chiesa.

La chiesa, che appartiene al periodo del barocco piemontese, è intitolata alla Natività di Maria Santissima e venne costruita intorno al 1720, probabilmente da  Francesco Gallo (1672 – 1750), un architetto piuttosto famoso in Piemonte.  Purtroppo è murata e quindi inaccessibile. Non che questo sia stato fatto per evitare razzie, perchè a quanto pare tutto era già stato depredato al momento della chiusura, e quanto non era stato portato via è stato messo al sicuro in un altro luogo,  ma piuttosto per evitare altri atti estremi di vandalismo, come gli incendi. E questo la dice lunga sul rispetto che noi italiani abbiamo per la nostra arte e la nostra cultura. Tutto quello che si può vedere della chiesa è quindi solo l’esterno, ed è un grandissimo peccato.

Accanto alla chiesa c’è un edificio (dovrebbe essere la canonica). Sui soffitti si possono ancora ammirare alcuni affreschi, molto semplici se raffrontati a quelli della casa padronale ( o a quello che è rimasto degli affreschi, per essere più precisi). Al piano sopra meglio non avventurarsi, oltre ad essere pericolante probabilmente è sede di un enorme alveare di vespe o calabroni, a giudicare da ronzio. Gli ambienti però con i loro camini, con gli armadi a muro, fanno rivivere l’atmosfera che doveva regnare a quei tempi. La stessa atmosfera rivive nel vecchio mulino ad acqua, sotto il quale ancora scorre il canale, come se fosse pronto a macinare nuovamente riso e cereali, che i magazzini, con le loro porte ormai divelte, stanno aspettando di accogliere.

La casa di Cavour e le due corti

Se l’atmosfera era già particolare all’entrata del borgo, vi garantisco che qua è ancora più forte la sensazione di star facendo un salto nel passato. Negli ultimi tempi sono andata diverse volte a visitare Leri, e vi posso garantire che tra le mura della casa e tra quelle delle corti mi viene sempre un po’ di magone. Non so se è un misto di sindrome di Stendhal e rabbia per quello che una volta era e adesso non è più.  Comunque sia a me fa questo effetto. E già solo per questo è un luogo che merita di essere visitato.

La facciata e l’ingresso della casa di Cavour. L’esterno è stato oggetto di restauro grazie ai lavori del 2011. Purtroppo il portoncino settecentesco di legno intagliato è stato rubato poco tempo dopo il restauro.

Vi accludo il link di un altro  video fatto col drone, postato sul mio profilo facebook, (era l’unico modo per riuscire a caricarlo)  della prima corte e del salone all’ingresso della villa,  insieme a qualche fotografia. Vi rimando però al bellissimo reportage fotografico su tutta la tenuta realizzato da Michele Picardo per la rubrica L’angolo della fotografia che troverete sul sito in questi giorni e che vi  consiglio assolutamente di guardare!  Questo il link:    http://www.ultimaparolanews.it/index.php/2017/09/08/capiti-a-leri-per-caso/

Vorrei però prima faceste con la mente un salto indietro nel tempo, verso metà ‘800, ed immaginaste Camillo Cavour passeggiare tra le mura della sua casa, avvicinarsi alle finestre per ammirare la veduta, scaldarsi le mani vicino ad uno dei tanti camini dove con buona probabilità passava anche tante serate nella rilassante lettura di saggi politici e di agricoltura. Cercate di andare oltre lo sfacelo degli affreschi, provate ad immaginarli nel loro splendore. Poi pensate alla vita delle corti. Contadini che andavano e venivano, stallieri, animali che entravano e uscivano dai loro ricoveri. Ogni tanto un messo portava qualche notizia dalla città e spesso qualche visitatore entrava nella tenuta per comunicare  allo statista qualche importante avvenimento politico.  Ecco, adesso siete pronti per entrare anche voi nella casa e porgere i vostri omaggi al conte.

https://www.facebook.com/anna.bertino1/videos/1813970331961376/

La casa padronale si divide in due parti, una immediatamente accessibile ed un’altra, potremmo definire l’ala vecchia, a cui si accede con un po’ più di difficoltà. E’ disposta su due piani più il sottotetto  ed è un susseguirsi di stanze, molte delle quali affrescate, quasi tutte (come si usava all’epoca) col camino. Peccato che qualche sconsiderato abbia provato ad accendere un fuoco in qualcuno di questi, senza pensare che se, com’è probabile, le canne fumarie fossero intasate, ci vorrebbe molto poco per appiccare un incendio che distruggerebbe tutto! Purtroppo l’imbecillità è una malattia contro la quale non esiste vaccino alcuno.

Un angolo del salone al pianterreno e due particolari degli affreschi. Si notano dei fauni ed altre figure mitologiche.

Le scale che conducono al primo piano nella prima ala, quella che presenta qualche segno di restauro e messa in sicurezza. Mi è stato però riferito che sono stati portati via i rivestimenti delle scale ed i mancorrenti appena restaurati.

L’architettura della casa comunque presenta in modo molto chiaro come si svolgesse la vita quotidiana in quelle stanze. Purtroppo giorno dopo giorno pioggia, vento, umidità, stanno rovinando sempre più quel poco che fino ad ora si è riuscito a salvare, come questo affresco, situato sul soffitto di una stanza al piano superiore.

In questa foto e nelle seguenti i bellissimi affreschi posti sui soffitti  e sulle pareti di alcune stanze della casa di Cavour che si stanno deteriorando giorno dopo giorno

 

Gli strani inquilini, il forno e la finestra inquietante

Come tutti i luoghi abbandonati  anche in questo non mancano le stranezze. A cominciare da una bara che alcuni sostengono di aver visto ma che scompare e riappare un po’ qua e un po’ là.  Posso affermare con certezza che la bara esiste, è vera e fortunatamente vuota. In effetti è piuttosto suggestivo vedere una cassa da morto “aggirarsi” in un borgo disabitato.  Come è anche abbastanza inquietante imbattersi in un manichino dalla bianca faccia, che, nella penombra di una cantina, può sicuramente far provare qualche brivido di paura.  Pensavo fossero  stati i già citati giocatori di soft-air ad utilizzare questi  oggetti per allestire i loro scenari di guerra, ma per quanto riguarda la bara pare non ne sappiano nulla.

Il manichino nascosto in un anfratto della tenuta

In quelli che invece negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso erano gli uffici del personale Enel, allestiti nell’edificio che doveva essere un tempo  quello del forno del borgo, è rimasto- appunto- proprio il grande forno che, come si usava all’epoca, cuoceva tutto il pane che gli abitanti preparavano. Per questo è di dimensioni piuttosto grandi. Qualche buontempone deve averlo “rimaneggiato” in modo da dargli le sembianze di una grande testa di orco con tanto di occhi e denti in vista…  tanto per rimanere nell’atmosfera del luogo.

Per gli amanti dei giochi virtuali ambientati in scenari post atomici invece una finestra appare molto simile alla schermata iniziale di The last of us… l’abbiamo fotografata e messa a confronto con l’immagine del gioco. In effetti fa un po’ impressione, le analogie sono molte e , purtroppo, entrambe le ambientazioni, quella reale e quella virtuale, sembrano scenari da “the day after”.

Il confronto tra la finestra di casa Cavour (sopra) e la schermata iniziale del gioco “The last of us” (sotto) Una somiglianza davvero inquietante!

 

Epilogo (tristissimo)

Riassumendo, la grangia di Leri è stata sede di importantissime innovazioni tecnologiche che hanno fatto sì che l’agricoltura e l’allevamento della zona – e non solo- compissero enormi passi avanti, migliorando la vita di moltissimi abitanti.  E’ stato il luogo in cui Cavour ha progettato e portato a termine l’Unità d’Italia. Si tratta quindi, senza ombra di dubbio, di un luogo di  grande importanza storica,  culturale ed artistica. Eppure è lasciato lì, in balia degli eventi, a morire.

Sicuramente si trattasse di uno stadio ci sarebbe la coda di finanziatori pubblici e privati a contendersi le gare d’appalto per rimetterlo in sesto, e fuori ci sarebbero migliaia di persone a protestare e a stracciarsi le vesti. Invece, aihmè, si tratta solo di cultura quindi la faccenda può tranquillamente passare nel dimenticatoio.

Va sottolineato però che il consigliere comunale di Trino, Giovanni Ravasenga da anni si batte per trovare una soluzione e per cercare qualcuno che possa dare  una mano.  A questo proposito vorrei proporvi il testo di una sua lettera aperta al Presidente Mattarella, apparsa su VercelliOggi.it del 20/09/2016 e rimasta, temo, senza un seguito.

Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica

Prof. Sergio Mattarella

ho appreso dai media che il prossimo 24 settembre 2016 Lei farà visita alla Citta di Vercelli in occasione della celebrazione del 150° anno dalla inaugurazione del Canale Cavour. Un’opera grandiosa vanto di quella che fu una ingegneria idraulica di epoca Risorgimentale ancora invidiata da tutta Europa. Come pure il Consorzio di Irrigazione dell’Agro all’Ovest della Sesia. Opere colossali merito indiscusso di colui che la Storia identifica come il più Grande Statista della nostra Storia; il Conte Camillo Benso di Cavour.

La sua grandissima passione per l’agricoltura, l’irrigazione e l’idraulica la scoprì giovanissimo nella grande tenuta di Leri, di proprietà del padre Michele Benso che gli aveva affidato la sua gestione. Una grande azienda agricola poco distante da Vercelli, appena 12 kilometri.

Leri fu sempre amatissima dal Grande Statista, più di Santena e più di Grinzane. Leri era il Suo rifugio nei momenti di difficoltà, quando le avversità politiche e non solo gli erano contrarie. Lui si rifugiava sempre lì, in quella grande casa padronale e tra quelle mura e quelle risaie ritrovava sempre se stesso.

Leri fu meta di personaggi illustri, da Re Vittorio Emanuele, a Costantino Nigra, a Sir James Hudson, al Maestro Giuseppe Verdi, all’Agronomo Cosimo Ridolfi e tanti altri ancora.

Tra quelle mura nasceva un modello di innovazione agricola che Cavour esportò nell’Europa di allora la quale gli riservava grandi apprezzamenti per le Sue indiscusse conoscenze e i suoi meriti in campo economico e politico.

Ma in quella casa di Leri sono nate anche molte delle idee e delle strategie che condussero poi all’Unità d’Italia. Il più grande capolavoro Cavouriano. Merito del Grande Tessitore che aveva saputo a livello strategico condurre l’Italia alla sua unificazione. Un merito tutto Suo.

Ebbene Signor Presidente, il Borgo di Leri e Casa Cavour sono nel territorio del Comune di Trino (15 km da Vercelli) e dal 2008 sono anche di sua proprietà (prima era ENEL). Il Borgo è stato completamente abbandonato fin dal 1997 ed è stato oggetto di ruberie di ogni sorta e di vandalismi. Sono state rubate persino le tegole dei tetti, le scale e le ringhiere di Casa Cavour, le colonne delle scuderie ecc. ecc. tutto è avvenuto nella più totale indifferenza. Anche la Chiesa del Borgo è stata oggetto di ruberie e di vandalismi.

Oggi quello scempio continua, e il Borgo è ridotto ad uno stato di profondissimo degrado e di abbandono come pure Casa Cavour nonostante sia proprietà del Comune di Trino dal 2008. Fu il sottoscritto allora Sindaco, a trovare dopo anni di trattative l’accordo con Enel per la sua cessione al prezzo simbolico di mille euro.

Su questo stato di imperdonabile degrado e abbandono da anni ho scritto a Tutte le Istituzioni Lei compreso. Le risposte? praticamente nessuna oppure quella di aver trasferito la pratica a chi di dovere. Neppure il Ministro Franceschini e il Presidente della Regione Piemonte hanno mai risposto al mio appello. Ci fu anche una iniziativa con Italia Nostra, ma purtroppo nulla di nulla.

Eppure il Conte di Cavour e la Sua opera non può e non deve essere dimenticata, opere che in parte nacquero tra le mura di Leri e della sua amatissima residenza. Cavour fu anche Consigliere Comunale di Trino e di questa Sua presenza illustre ne siamo orgogliosi.

Ma purtroppo tutto è lasciato al degrado, all’incuria, all’indifferenza e all’abbandono. Mi domando Signor Presidente come si può conciliare la celebrazione di una grandiosa opera Cavouriana, quella del Canale Cavour e di Ovest Sesia, quando a poca distanza da Vercelli il simbolo della presenza Cavouriana in terra vercellese è abbandonato al degrado, ai rovi e al vandalismo.

No Signor Presidente, io credo sia proprio inconciliabile. Bisogna salvare Leri e Lei può farlo. Sono fiducioso che ciò avvenga e spero proprio che la Sua illustre visita a Vercelli sia anche la volontà di recuperare un patrimonio storico e Risorgimentale di grande valore, ma soprattutto sia la nostra profonda riconoscenza verso chi ha fatto veramente l’Italia partendo proprio da quelle mura della sua casa di Leri; il Conte di Cavour.

Grazie Signor Presidente per avermi dedicato la Sua Illustre attenzione; confido molto in Lei.

Con Ossequio

Trino, 16 settembre 2016

Giovanni Ravasenga

(Consigliere Comunale di Trino)

 

Effettivamente, come ha anche ribadito l’attuale sindaco di Trino, Alessandro Portinaro,  in un’intervista rilasciata il 14 aprile 2015 a  Il Corriere.It,  da solo il Comune non può sicuramente farcela ad affrontare un’opera titanica come questa. Occorre intervengano tutti gli Enti preposti. Provincia (posto esista ancora), Regione, Sovrintendenza alle belle arti, Ministero dei beni culturali. Forse anche l’Enel dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza, se non due, dal momento che gli atti di vandalismo sono cominciati  e continuati per circa un decennio quando il borgo era ancora di sua proprietà. Enel l’ha usato e gettato via come immondizia, dimenticandosene come se non fosse mai esistito.

Mi rendo conto che riqualificare un luogo del genere costa un’enormità, e anche con tutta la buona volontà forse non si riuscirebbe a risistemare tutto. Ma almeno la casa e la prima corte potrebbero essere ripristinate. Si potrebbe trovare il modo di riportare questi luoghi verso una condizione accettabile. Esistono in Piemonte e in Italia luoghi recuperati e fatti rivivere, che ora sono mete turistiche, sede di rievocazioni storiche, mercatini dell’antiquariato, parchi. Come già detto da qualcuno, se questo luogo fosse in un altro Stato civile, come gli Stati Uniti, la Francia, o forse anche il Mali, visto il grado di civiltà nostro, sarebbe già da tempo tutto a posto. Purtroppo invece sta in Italia e non vi si può giocare a pallone.

Io spero davvero che qualcuno si metta una mano sulla coscienza e l’altra, inevitabilmente, sul portafoglio, e metta fine a questo scempio; se no a breve non ci sarà più niente da vedere.

Una veduta dalla prima corte verso la seconda
Una delle rarissime immagini di Leri, trovata su internet, messa a  confronto con la stessa inquadratura oggi

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