Antonio Vairo, morto “per errore” 15 anni fa, attende giustizia.

Antonio Vairo, morto “per errore” 15 anni fa, attende giustizia.

Il 23 Gennaio 2003 alla periferia di Napoli, in via Calata Capodichino, veniva ucciso Antonio Vairo, ambulante in pensione di 68 anni, colpito alle spalle. Vairo, incensurato, pescivendolo in pensione, si trovava all’esterno del circolo ricreativo “Maria Santissima Addolorata”, all’interno del quale si gioca normalmente a carte. Scambio di persona.

Sebbene fosse in una zona piena di negozi e frequentata da numerosi passanti, non ci furono testimoni dell’ agguato.

Fino a due anni prima del fatto, Vairo lavorava come pescivendolo abusivo poco distante dal luogo dove venne massacrato. La sua vita da pensionato era estremamente tranquilla, senza avvenimenti particolari, anzi abbastanza ritirata. La sua morte viene ritenuta da subito un vero e proprio mistero. Non ci sono motivi per un agguato così terribile.

Le indagini, inconcludenti e condotte con superficialità, porteranno poi ad archiviare facilmente il caso 18 mesi dopo come uno sfortunato scambio di persona nell’ambito di un regolamento di conti, a quantificare il vuoto lasciato alla famiglia in una somma di denaro e a lasciare ignoti gli autori.

La famiglia di Antonio, la vedova e le tre figlie, riescono ad ottenere a distanza di alcuni anni il riconoscimento di familiari di vittima innocente di criminalità organizzata. Nella determina del Ministero dell’Interno, infatti, si legge che Antonio Vairo è da ritenersi vittima innocente della criminalità organizzata perché “fu ucciso per errore nell’ambito delle scommesse clandestine”. Tanto bastò.

Però il 26 ottobre 2015, alla presenza delle figlie della vittima, Elena, Concetta e Carmela, con l’intervento dell’assessore comunale alle Politiche Giovanili Alessandra Clemente e dei rappresentanti della III Municipalità Vincenzo Rapone, Mario Capuano e Salvatore Flocco, il comune svela una bella targa commemorativa in memoria di Antonio Vairo, vittima innocente della criminalità, con una bella targa in sua memoria, proprio a Calata Capodichino, dove venne ucciso.

L’iniziativa viene inserita nell’ambito del progetto “La scuola adotta una vittima innocente della criminalità” dall’Istituto alberghiero “Duca di Buonvicino” di via Raimondi.

Tante belle iniziative, tante altrettanto belle parole. Però vuote, che non hanno portato a scoprire chi davvero ha stroncato la vita ad un onesto pensionato.

Ucciso per errore, si legge spesso, quasi come se fosse più importante lo sbaglio di persona, piuttosto che la morte di un innocente. E’ morto, questo è il punto e poco importa se la vittima designata era un’altra. Non doveva comunque accadere. Invece il tutto viene archiviato appunto come “errore nell’ambito delle scommesse clandestine”. Quasi come se venisse detto: “Ma cosa volete? La vera vittima non era nemmeno lui…”

Un momento dell’inaugurazione della targa.

E la famiglia ancora attende giustizia, quella fantomatica giustizia che in Italia sembra sempre più difficile da ottenere.

Bisogna proprio arrendersi? Assegnare un’altra vittoria alla mafia?

Per ora è un altro mistero, rimasto tale anche a distanza di ormai quasi 15 anni.

Testimonianza della figlia primogenita Concetta Vairo, tratta da: “Associazione nazionale legalità e giustizia”.

« Antonio nasce in una famiglia semplice, in cui non c’è possibilità di andare a scuola perché se non si lavora fin da bambini non arriva il pane in tavola, ma grazie alla quale apprende fin da subito i valori dell’onestà, della lealtà e della responsabilità; la stessa responsabilità che lo ha portato prima alcuni anni in Germania con la famiglia a fare lo spazzino per dare alla moglie e alle figlie un futuro più solido, e poi a tornare a casa, a Napoli Capodichino, a vendere il pesce con il suo “triciclo”. Una vita normale, fatta di sacrifici per permettere alle figlie di crescere e, vedendole poi sistemate, ritirarsi in pensione per godersi con la moglie i suoi nipotini; le sue giornate scorrono così, nel suo quartiere, nella quotidianità che è la sua sicurezza. La stessa sicurezza che il 23 gennaio del 2003 lo fa andare dal barbiere, telefonare alla moglie per discutere i dettagli del pranzo, fermarsi al circolo per bere una bibita e scambiare qualche parola. E’ qui, abbracciato dal suo quotidiano, che Antonio ne viene strappato, trafitto alla testa dai proiettili di una pistola tanto criminale quanto vigliacca da colpirlo alle spalle. La viltà ha ucciso Antonio, perché se i suoi assassini avessero avuto il coraggio di affrontarlo a viso aperto si sarebbero resi conto che non era lui il loro obiettivo.».

Un momento della cerimonia in memoria di Antonio Vairo

«Per Concetta e la sua famiglia è un colpo terribile: la compagna di una vita che si è sentita persa, derubata del piacere di condividere con Antonio tutto quello che avevano costruito in 50 anni di vita insieme, le figlie e i nipoti privati del punto di riferimento. Tutto questo, nessuno si prende mai il disturbo di considerarlo, a partire dalle Istituzioni. Sono innumerevoli le manifestazioni in cui “quelli che contano” si adoperano per tenere, giustamente, viva la memoria delle vittime eccellenti, nell’illusione di esserne permeati per un momento del prestigio e del valore, mentre troppo spesso dimenticano, se non ignorano, coloro che non hanno compiuto imprese pubblicamente ma ugualmente sono stati travolti dalla frana mafiosa, come se ci fossero morti di serie A e di serie B, e di fatto non permettono neanche alla famiglia di ricordare. Finora Concetta è stata aiutata solo da persone disinteressate, vittime come lei e impegnate sul campo (e mai davanti alle telecamere) nella lotta alla criminalità, che credono in quello che fanno e che facendo conoscere la storia ad altre persone come loro hanno fatto sì che questo diritto alla memoria non venisse perso. E’ così che anche noi dell’ANLG abbiamo potuto contattarla e aiutarla nel divulgare il suo messaggio: “mi batto affinché la memoria di mio padre vada avanti, e ogni persona che ha perso un proprio caro, ascoltando la nostra storia, trovi a sua volta la forza per farlo ricordare.”.

E anche noi ci uniamo a loro per non dimenticare.

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