VERITÀ SULLA STRAGE IN VATICANO: giustizia per Cédric Tornay.

VERITÀ SULLA STRAGE IN VATICANO: giustizia per Cédric Tornay.
Cédric Tornay, assassino o vittima?

Una petizione a Papa Francesco

A vent’anni dal triplice omicidio nel quale perirono il neo-comandante dell’esercito pontificio Aloys Estermann, sua moglie Gladys Meza Romero e il giovane vice-caporale Cédric Tornay, avvenuto il 4 maggio del 1998 nella palazzina delle guardie svizzere presso la Città del Vaticano, Fabio Croce e Paolo Orlandelli – autore e regista dello spettacolo “04-05-’98: Strage in Vaticano” – riportano l’attenzione su questo caso e chiedono a Papa Francesco, tramite una petizione su Change.org, la riapertura del processo e la dichiarazione d’innocenza del vice-caporale Cédric Tornay, accusato di omicidio-suicidio.

La magistratura vaticana ha respinto la richiesta di ricorso della famiglia di Tornay, basata sui risultati di una seconda autopsia effettuata sul corpo del vice-caporale presso l’Istituto di Medicina Legale di Losanna e di una perizia grafologica condotta sulla presunta lettera d’addio del giovane elvetico, i quali portano a credere ad un complotto volto ad eliminare il neoeletto comandante della Guardia Svizzera, con il Tornay utilizzato come capro espiatorio, colpevole solo di essersi trovato a portata di mano degli assassini.

Lo spettacolo teatrale “04-05-’98: Strage in Vaticano” è stato presentato per la prima volta nel maggio 2008 presso il Teatro di Documenti di Roma, con grande riscontro di pubblico e di critica, e tornerà in scena dal 2 al 6 maggio 2018 nello stesso teatro.

https://www.change.org/p/papa-francesco-verità-sulla-strage-in-vaticano.

Facciamo un passo per volta e cerchiamo di ricostruire questa intricata vicenda.

4 maggio 1998 palazzina delle guardie svizzere presso la Città del Vaticano, salottino di un appartamento, tre cadaveri: quello del comandante delle Guardie Svizzere Alois Estermann e di sua moglie Gladys Meza Romero, vittime, e quello del vicecaporale Cedric Tournay, omicida-suicida.

Tornay a sinistra e le vittime Aloys Estermann e la moglie Gladys Meza Romero.

Per il giudice unico della Santa Sede, Gianluigi Marrone, il cosiddetto “giallo del Vaticano” è subito chiaro: il vicecaporale Tournay ha ucciso il comandante Estermann e sua moglie Gladys in preda a un raptus motivato dal rifiuto di una promozione e quindi si è tolto la vita. Proprio quella mattina Estermann era stato nominato comandante delle Guardie Svizzere. E proprio il comandante aveva rifiutato una promozione a Tournay. Come dirà poche ore dopo il portavoce vaticano, Joaquin Navarro Valls, la strage è da attribuirsi ad un raptus del ventitreenne Cedric. La tesi ufficiale vaticana viene confermata sia dalle autopsie sia da un messaggio lasciato da Tornay in cui il vicecaporale spiega i motivi che lo avevano spinto alla strage. Caso archiviato.

Tutto molto semplice, tutto molto banale, nonostante l’importanza della sede in cui il fatto è avvenuto.

In nove mesi di inchiesta, sono state battute tutte le piste possibili alla ricerca di una spiegazione al gesto del giovane vicecaporale delle Guardie svizzere, sono state avviate decine di rogatorie all’estero, sentiti tutti gli appartenenti all’esercito del Papa, gli amici di Tornay, effettuata una perizia grafica sulla lettera che il vicecaporale fece recapitare alla sua famiglia da un commilitone prima di morire. La conclusione è sempre quella: un gesto inconsulto compiuto dalla guardia, non amata da Estermann ed esclusa dalla lista di coloro ai quali il 6 maggio, giorno del giuramento delle nuove reclute, sarebbe stata consegnata una onoreficenza .

Riportiamo il BOLLETTINO DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE N. 55199 dell’8 febbraio 2002: Informazioni sull’istruttoria relativa alla morte, la sera del 4 maggio 1998, del neo comandante della guardia svizzera pontificia col. Alois Estermann, di sua moglie, signora Gladys Meza Romero e del vicecaporale della guardia Cedric Tornay.

Lettura lunga, ma che rende benissimo l’idea di come siano state condotte le indagini.

MOTIVAZIONI CON CUI IL CASO ESTERMANN-MEZA ROMERO-TORNAY E’ STATO ARCHIVIATO

“Con decreto in data 5 febbraio 1999, il Giudice Istruttore del Tribunale Vaticano, Avv. Gianluigi Marrone, ha disposto l’archiviazione degli atti relativi alla morte, la sera del 4 maggio 1998, del neo Comandante della Guardia Svizzera Pontificia Col. Alois Estermann, di sua moglie Signora Gladys Meza Romero e del Vice Caporale della Guardia Cédric Tornay.

Il Giudice Istruttore ha così accolto la tesi del pubblico ministero, il Promotore di Giustizia Prof. Nicola Picardi, il quale sulla base di una accurata indagine preliminare – corredata di numerose perizie, audizioni di testi e riscontri probatori – aveva richiesto, il 1° febbraio scorso, il «non doversi promuovere l’azione penale», presentando in tal senso al giudice una corposa relazione, con richiami a tutta la documentazione acquisita in nove mesi di indagini.

In particolare, il Promotore di Giustizia ha disposto n. 10 perizie necroscopiche, anatomo-istopatologiche, tossicologiche, balistiche, grafiche e tecnico telefoniche, affidate ad illustri specialisti quali il Prof. Piero Fucci dell’Università di Roma Tor Vergata, il Prof. Giovanni Arcudi della Università di Roma Tor Vergata, il Dott. Claudio Gentile dell’Università di Messina, il Dottor Carmelo Furnari, la Dott.ssa Valeria Mattei Perrone ecc.; n.5 rapporti di polizia giudiziaria affidati all’Ispettore Generale del Corpo di Vigilanza; n. 38 audizioni di persone informate sui fatti; numerose richiest di informazioni e rapporti ad uffici pubblici dello Stato della Città del Vaticano e della Conferenza Episcopale Svizzera, nonché diversi servizi fotografici e rilievi tecnici. E’ giunto così alla conclusione che i coniugi Estermann sono rimasti uccisi dal Vice Caporale Cédric Tornay, il quale subito dopo si è tolto la vita, con la medesima pistola d’ordinanza.

Si riportano alcuni stralci delle pagine conclusive della relazione inoltrata dal Promotore di Giustizia Prof. Nicola Picardi al Giudice Istruttore del Tribunale Vaticano, Avv. Gianluigi Marrone”.

LA TELEFONATA E LA MORTE IN DIRETTA

“Nella sua deposizione del 7 maggio 1998, il signor [… omissis apposto dalla Santa Sede, come tutti i successivi, NDR] di

Orvieto, amico degli Estermann, ha dichiarato: «La sera del 4 maggio 1998 alle ore 20.46 ho telefonato a casa Estermann per fare le congratulazioni in occasione della sua nomina e salutare i due amici coniugi… Sono sicuro dell’orario della mia telefonata perché al momento di telefonare avevo visto la pendola dell’orologio che segnava le ore 20.46. Mi ha risposto la signora Gladys con la quale mi sono trattenuto qualche minuto in una serena e tranquilla conversazione. Abbiamo parlato anche della salute perché io ero raffreddato e la signora mi ha detto che anche il marito soffriva dello stesso inconveniente. Anzi ho consigliato un tipo di pasticche per il raffreddore, il Ventolin, la signora si è mostrata interessata e ha ripetuto il nome del prodotto per non sbagliare e mi ha detto che lo avrebbe dato al marito. Quindi, sempre in atmosfera di tutta serenità, ha voluto passarmi il marito perché gli facessi direttamente le congratulazioni. Ho parlato quindi con Alois che come al solito era un po’ più contenuto della moglie, comunque la conversazione era affabile e si è svolta con tutti e due in lingua spagnola.

Gladys Meza Romero il giorno delle nozze con Alois Estermann nel 1983 a Roma. )

Abbiamo quindi parlato della cerimonia del giuramento e delle modalità per essere presenti io, mia moglie e la bambina di 4 anni di cui gli Estermann erano padrino e madrina… Alois mi ha spiegato pure dove dovevo lasciare la macchina. Abbiamo quindi parlato della situazione atmosferica e io avevo delle.perplessità perché avevo sentito le previsioni atmosferiche che non erano buone.

Alois era invece fiducioso e mi disse che il 6 maggio sarà una bella giornata. A quel punto ho sentito come un’interruzione, come se il microfono fosse stato appoggiato sul petto o su qualcosa di morbido. Dopo poco ho sentito delle voci in lontananza, una ricollegabile a quella della moglie, poi un altro brusio e un colpo netto a cui sono seguiti a brevissima distanza un altro colpo netto e altri colpi più lontani… Dico francamente: non ho pensato a degli spari, anche se il primo rassomigliava proprio a un colpo di rivoltella. Pensavo che avessero avuto qualche problema, magari qualche visita importante, e avessero fatto cadere la cometta con una certa violenza. Pertanto ho riattaccato, pensando che ci saremmo sentiti in un momento più opportuno»”.

C’ERA UN QUARTO UOMO?

“Da tale dichiarazione e da quanto precedentemente esposto, si deduce che, al momento delle esplosioni, nell’appartamento erano indubbiamente presenti i coniugi Estermann e il Tornay, mentre i familiari del colonnello erano in procinto di arrivare nel cortile dell’Olmo (deposizione del sergente […] del del 23 giugno 1998).

L’Ufficio, a questo punto, si è posto, però, il problema se, al momento del delitto, fosse presente nell’appartamento degli Estermann una quarta persona (o addirittura, più persone), eventualità che da alcuni è stata prospettata. A questo proposito giova premettere che il quartiere degli svizzeri non è facilmente raggiungibile dall’esterno, perché occorre superare un primo posto di blocco costituito dal Corpo di Guardia degli stessi svizzeri, alla porta di Sant’Anna, e un secondo sbarramento da parte degli agenti della Vigilanza, collocato subito dopo. E’, quindi, estremamente improbabile che estranei possano entrare nel quartiere senza venir notati, anche a quell’ora tarda. Basti ricordare che sono stati, infatti, subito notati – come già si è riferito – i congiunti del colonnello Estermann al loro arrivo. Ciò ovviamente non esclude che una eventuale quarta persona potrebbe essere un residente nel quartiere degli svizzeri.

L’ipotizzata presenza di una ulteriore persona – estranea o residente che sia – sarebbe stata, peraltro, facilmente osservata all’interno del quartiere per le sue dimensioni estremamente ridotte, da assimilarlo quasi a un condominio, nel quale tutti si conoscono e si osservano. La riprova è nella facilità con cui questo Ufficio è riuscito a ricostruire tutti i movimenti del vice caporale Tornay all’interno del quartiere, dopo il suo rientro dal servizio prestato al Sinodo.

Premesso quanto sopra, va ricordato, ancora una volta, che il Tornay – per la terza volta, qualche minuto prima delle 20.59 – è stato incrociato nel 2° sottopassaggio dal sergente […] e dal caporale […]. Egli indossava il giubbotto di pelle nera, che è stato poi trovato sul suo cadavere, ed era solo. Lo […] e il […] hanno notato che il Tornay traversava il cortile d’onore e si immetteva nel l° sottopassaggio dove è il Comando e la palazzina ufficiali e che sbocca, poi, nel cortile dell’Olmo. Come si è già notato, i due sottopassaggi non sono in asse e, quindi, i due testi hanno potuto seguire il vice caporale solo fino al suo ingresso nel l° sottopassaggio.

In ipotesi, il Tornay avrebbe potuto, quindi, incontrare la quarta persona all’ingresso della palazzina ufficiali e con lui salire le scale fino all’appartamento degli Estermann, ma la suora […], che, come si è visto, aveva preceduto di pochi secondi il Tornay ed era salita in ascensore, ha precisato che i passi sulle scale «si riferivano a una sola persona» (audizione del 26 maggio 1998). Non rimane, perciò, altra eventualità che il preteso quarto uomo fosse già sul pianerottolo o addirittura all’interno dell’appartamento Estermann.

La prima eventualità deve essere scartata perché la suora […] era entrata pochi secondi prima, aveva lasciato la porta aperta del proprio appartamento, ha sentito i passi molto pesanti che salivano le scale e, solo dopo, è ritornata sull’uscio e ha chiuso la porta. Se, nel frattempo, ci fosse stato qualcuno sul pianerottolo, la suora non avrebbe potuto non notarlo.

Non è plausibile nemmeno la seconda eventualità, cioè che la quarta persona fosse già nell’appartamento dei coniugi Estermann. A parte il fatto che, come si è detto, questi facevano vita molto riservata e non erano soliti invitare a casa persone estranee (tanto più quella sera nella quale erano in attesa dell’arrivo dei parenti del colonnello), la ristrettezza dei locali non avrebbe consentito la presenza nel soggiorno-studio di una quarta persona e, soprattutto, non è stata riscontrata alcuna traccia di colluttazione e ogni cosa è stata ritrovata in ordine, tranne il telefono che era rimasto con la cometta sganciata…

A tutto voler concedere, la pretesa quarta persona non avrebbe, comunque, preso parte direttamente alla dinamica dei fatti delittuosi, anche perché – come si vedrà in seguito – i colpi di arma da fuoco sono tutti partiti dalla pistola di ordinanza del vice caporale e l’esame chimico-fisico per la ricerca dei residui degli spari (c.d. guanto di paraffina) ha stabilito che è stato lo stesso Tornay a impugnare la pistola e a premere il grilletto. Al più, si sarebbe trattato, quindi, di un teste che sarebbe rimasto inattivo e, dopo il fatto delittuoso, sarebbe fuggito dall’appartamento oppure si sarebbe nascosto in un’altra camera dello stesso appartamento.

Ad avviso di questo Ufficio, va, però, innanzitutto, escluso che il preteso quarto uomo sarebbe fuggito subito dopo. Vero è che la porta di ingresso dell’appartamento degli Estermann è stata trovata spalancata dalla suora […], la prima ad essere accorsa subito dopo i fatti. Tale circostanza non implica, però, necessariamente una fuga precipitosa.

I periti hanno già avanzato due ipotesi. Secondo una prima ipotesi, la porta era già aperta nel momento in cui il Tornay è entrato, il che non è del tutto da escludere, dato l’ambiente di apparente sicurezza che circondava la palazzina. Basti ricordare che la stessa suora, nel rientrare, aveva lasciato aperta la porta a fianco. Maggiore plausibilità presenta, però, l’altra ipotesi, secondo cui era stata la signora Estermann ad aprire la porta e a trovarsi di fronte la figura, in quel momento non certo rassicurante, del Tornay. Data la ristrettezza del corridoio in direzione del soggiorno-studio il vice caporale, in non più di tre passi, ha avuto la possibilità di raggiungere immediatamente il colonnello che era al telefono. La signora, un po’ per la sorpresa e per la rapidità dell’azione, ma forse anche per garantirsi una apertura verso l’esterno al fine di invocare eventualmente aiuto, con ogni probabilità, istintivamente non ha chiuso la porta e ha seguito il Tornay. Del resto, il fatto che la porta era restata aperta durante tutta l’azione è inequivocabilmente comprovato dalla circostanza che – come si vedrà meglio in seguito – il terzo colpo di pistola, andato a vuoto, ha superato la porta a vetri del soggiorno-studio e la porta di ingresso, ambedue restate aperte, e si è conficcato nello stipite dell’ascensore.

Una eventuale fuga precipitosa del quarto uomo è, del resto, contraddetta anche da tutta un’altra serie di circostanze. La suora […], innanzitutto, ha riferito che «dopo i rumori c’è stato un silenzio assoluto» e il […] ha confermato che, dopo le esplosioni, «c’è stato silenzio».

In secondo luogo, la suora […] subito dopo è uscita sul pianerottolo e, avendo visto attraverso la porta aperta la signora Estermann accasciata, era «scesa a chiedere aiuto».

Da parte sua, la signora […] (audizione del 23 giugno 1998), ha puntualizzato che, poco prima, era già «scesa nel passetto fra i due cortili», ma non aveva «trovato nessuno né nel passetto, né nel cortile» e allora era risalita verso casa (al primo piano) e aveva incontrato suor […], che scendeva dal 2° piano.

Ne consegue che, subito dopo le esplosioni, nessuno è stato rintracciato, né all’ingresso dell’appartamento Estermann, né nelle scale sottostanti, né nel sottopassaggio, né nel cortile. Qualora altre persone si fossero nascoste nella scala sovrastante o nel pianerottolo del Y e ultimo piano, sarebbero state successivamente notate, non solo da suor […] e dalla signora […], ma anche dal […], che come si è detto abita al Y piano e che «subito scendeva al piano inferiore» (Rapporto del maggiore della Guardia svizzera) e dalle numerose persone accorse nel frattempo.

Non è neppure ipotizzabile che terzi si siano nascosti nell’appartamento degli Estermann. Basti ricordare che il vice caporale […], chiamato da suor […], è stato il primo a salire per prestare soccorso e a rendersi conto, effettivamente, del grave fatto di sangue: «Ho sentito odore di polvere da sparo e ho capito quindi che vi erano state delle esplosioni… non ho mai visto tanto sangue».

Il […] ha enumerato le prime persone che, man mano, sopraggiungevano e che egli ha incontrato (…). Se avesse incontrato un estraneo lo avrebbe sicuramente notato. Neppure gli altri che, nel frattempo, sono saliti, fra i primi, nell’appartamento (il sergente della Guardia […], deposizione del 23 giugno 1998, il medico di guardia dott. […] e il Sovrastante del Corpo della Vigilanza […], deposizione del 20 maggio 1998), hanno riferito la presenza di terzi.

I 4 BICCHIERI

Da ultimo, ma non per ultimo, si è anche parlato di quattro bicchieri, appena usati, poggiati sui mobili nel luogo del fatto delittuoso. Né dai sopralluoghi, né dai dettagliati servizi fotografici risultano, peraltro, bicchieri poggiati sui mobili.

Questo Ufficio, il 16 maggio 1998, rimossi i sigilli, ha, comunque, proceduto a un dettagliato sopralluogo e dal relativo verbale risulta, in particolare, che «non viene rintracciato alcun bicchiere né nello studio dove è avvenuto il fatto delittuoso, né nell’adiacente sala da pranzo. Non vengono rintracciati bicchieri neppure nel salotto né nella cucina dove sono custoditi in appositi pensili. Nella camera da pranzo vi sono inoltre bicchieri puliti custoditi in appositi contenitori chiusi».

Né si dica che erano ormai trascorsi alcuni giorni dal fatto delittuoso, perché, nel frattempo, all’appartamento degli Estermann erano stati apposti i sigilli, già a opera del signor Giudice unico.

LA DINAMICA DELLA STRAGE

“Una volta circoscritte al colonnello Estermann, alla signora Estermann e al vice caporale Tornay le sole persone presenti, alle ore 21 circa, nell’appartamento degli Estermann, è possibile cominciare a ricostruire la dinamica dell’evento lesivo.

Già i periti medico-legali, proff. Arcudi e Fucci, nelle considerazíoni generali conclusive, hanno ritenuto che «all’inizio dell’azione nella stanza doveva trovarsi il colonnello Estermann, probabilmente seduto sulla poltroncina dattilo, dando le spalle alla porta a vetri parzialmente nascosta dal divano-letto, con il telecomando tenuto con la mano destra (verosimilmente da poco azionato per spegnere il televisore) e tenendo con la mano sinistra la cometta del telefono appoggiata all’orecchio sinistro».

Tale ipotesi ha trovato puntualmente conferma nella deposizione del signor […] riportata al paragrafo precedente. In effetti, tutti gli elementi raccolti concordano nel far ritenere che, alle ore 21 circa, il colonnello Estermann stesse effettivamente telefonando all’amico […] e per questo avesse probabilmente spento il televisore, pur mantenendo accesa la spia luminosa.

In base alla conformazione degli ambienti, alla disposizione degli arredi (soprattutto il letto a castello), nonché per la posizione e per l’atteggiamento del di lui cadavere, i proff. Arcudi e Fucci hanno ritenuto che il Tornay sia entrato nel soggiorno-studio attraverso la porta a vetri. Quindi, «dopo aver aggirato verso la sua sinistra l’ostacolo rappresentato dal divano, (il Tornay) si deve essere fermato nello spazio costituito dal divano stesso, il tavolino portatelefono e la parete anteriore, quindi alla sinistra del colonnello Estermann; in questa posizione reciproca dei due soggetti sono stati esplosi, in assai rapida successione, due colpi di arma da fuoco» e, subito dopo, altri tre colpi.

Sotto il cadavere del Tornay è stata rintracciata una pistola marca “Sig mod. 1975″ di fabbricazione svizzera, calibro 9 mm., contrassegnata dal numero di matricola ‘A-1-101-415” completa di caricatore, abitualmente armata con sei cartucce, ma contenente una sola cartuccia inesplosa. Tale pistola è risultata quella di ordinanza del vice caporale-.

Questo Ufficio ha rintracciato nell’alloggio del Tornay la relativa fondina vuota nel cassetto di sinistra del tavolo (cfr. verbale di sopralluogo del 9 maggio 1998). Sono stati anche repertati, nel primo sopralluogo dei periti, cinque bossoli e un proiettile; durante l’autopsia delle salme, tre proiettili; nel secondo sopralluogo dei periti, il quinto proiettile, rinvenuto nel montante di sinistra dello stipite, in scatolato metallico, della porta dell’ascensore, sita nel pianerottolo.

Sia la pistola che i cinque bossoli e i cinque proiettili sono stati, quindi, consegnati ai periti Arcudi e Fucci per l’esame balistico comparativo. I periti hanno provveduto a esplodere due nuove munizioni allo scopo, non solo di accertare il funzionamento della pistola, ma anche di aver a disposizione due bossoli e due proiettili, da comparare con i cinque bossoli e cinque proiettili già repertati. All’esito delle indagini balistiche, la pistola è risultata perfettamente funzionante e lo studio microcomparativo «ha consentito di rilevare gli stessi caratteri dei crateri di percussione sugli inneschi dei bossoli e le stesse caratteristiche dimensionali e di microstriature delle rigature presenti sui proiettili».

Per cui i periti hanno concluso nel senso che «i bossoli e i proiettili repertati afferivano a munizioni esplose con la pistola semiautomatica Sig, matricola A-1-101-415».

Una volta stabilito che i cinque colpi erano stati sparati con la pistola di ordinanza del vice caporale Tomay, rimane ancora da accertare chi abbia impugnato la pistola e abbia premuto il grilletto”.

CHI IMPUGNAVA LA PISTOLA E CHI ESPLOSE I COLPI

“I periti proff. Fucci e Arcudi si sono avvalsi, allo scopo, della collaborazione tecnica del dott. Claudio Gentile, del Dipartimento di fisica dell’Università di Messina. Hanno, quindi, proceduto alla ricerca di residui dello sparo sul guanto, allestito con nastro adesivo, mediante analisi al microscopio a scansione (acronimo internazionale: Seni) con microsonda a raggi X (acronimo internazionale: Edx)…

«Sugli stubs realizzati con i frammenti del guanto prelevato al Tornay si sono rinvenute particelle univocamente indicative dello sparo che per composizione, morfologia e granulometria sono risultate perfettamente compatibili con quelle direttamente prelevate da uno dei bossoli repertati».

In definitiva, i periti hanno accertato che «tutte le particelle presenti sugli stubs analizzati appartengono alla classe dei residui univocamente indicativi dello sparo con arma da fuoco».

Essi hanno, quindi, concluso che «la presente indagine è, pertanto, positiva», avendo riscontrato «la presenza di residui di sparo sulla mano destra (del Tornay), in particolare sulla plica cutanea tra primo e secondo raggio».

Appurato che i cinque colpi erano stati sparati dal vice caporale Tornay con la sua pistola di ordinanza, è finalmente possibile ricostruire la dinamica dell’evento lesivo, verificatosi, in brevissimo lasso di tempo, alle 21 circa, nell’appartamento dei coniugi Estermann”.

LA DINAMICA

“In una prima fase dell’azione, il Tomay ha esploso due colpi contro il colonnello Estermann, il quale si è abbattuto a terra. In tale modo, il colonnello ha urtato l’emifronte destra sul pavimento ed è stato ritrovato steso al suolo sul proprio fianco destro. La cornetta del telefono, a sua volta, è caduta anche essa verso terra, in prossimità della gamba posteriore del tavolino su cui poggiava il telefono, e presenta macchie di sangue.

I periti proff. Fucci e Arcudi hanno accertato che il primo colpo «assai probabilmente quello che ha attinto il colonnello Estermann alla regione deltoidea sinistra e, il secondo, per effetto di una leggera rotazione del corpo verso sinistra che deve aver effettuato la vittima, (è) quello che ha raggiunto la regione zigomatica sinistra. In tal senso depongono, molto attendibilmente, sia la posizione dei bossoli repertati, sia le caratteristiche dei fori di ingresso, tutti significativi per un impatto pressoché perpendicolare dei proiettili sul piano cutaneo, sia la direzione dei tramiti intrasomatici prodotti dal passaggio dei proiettili; tramiti che hanno direzione, il primo, da sinistra verso destra con modesta inclinazione dal basso verso l’alto, il secondo, dall’avanti all’indietro con modesta obliquità da sinistra verso destra: quest’ultima direzione è effetto della rotazione sinistrorsa effettuata dalla vittima tra il primo e il secondo colpo».

I periti ritengono anche che, durante questa prima fase, il Tornay sia rimasto sempre nella stessa posizione, «sia per la rapidità con la quale si sono succedute le esplosioni, sia per la perfetta compatibilità della direzione dei tramiti intrasomatici obiettivati sul cadavere dell’Estermann con una statica posizione dello sparatore».

Subito dopo, la signora Estermann deve essere entrata nel soggiorno-studio ed è, così, iniziata la seconda fase dell’evento lesivo. I periti, come si è accennato, formulano due ipotesi: la signora potrebbe essere stata richiamata dal rumore delle esplosioni oppure essa seguiva il Tornay, che aveva fatto entrare dalla porta d’ingresso, ammesso che questa non fosse già aperta. Ad ogni modo, la signora Estermann ha varcato la porta a vetri e si è incuneata – ostruendolo – nel passaggio libero tra il divano e la parete anteriore. La signora si è venuta, così, a trovare di fronte al vice caporale Tomay che, nel frattempo, aveva probabilmente compiuto una leggera rotazione del corpo verso destra.

Da questa posizione il Tornay deve aver esploso il terzo colpo che è andato a vuoto e il cui proiettile – superata la porta a vetri e la porta d’ingresso dell’appartamento, ambedue restate aperte – si è conficcato nello stipite di sinistra, in scatolato metallico, della porta dell’ascensore, come è stato accertato nel secondo sopralluogo dei periti.

In rapida successione, il vice caporale ha, quindi, esploso il quarto colpo che ha raggiunto la signora Estermann, la quale si è accasciata, piegandosi sulle gambe e scivolando con il dorso lungo la parete sulla quale era appoggiata.

I periti osservano che la signora Estermann, probabilmente nel tentativo di uscire dalla stanza o forse per assumere un istintivo atteggiamento di difesa, aveva verosimilmente compiuto, nel frattempo, una rotazione del corpo verso destra, offrendo il proprio fianco sinistro al Tomay. Essa è stata così raggiunta dal quarto colpo alla regione scapolare sinistra. In tal senso depongono – sempre secondo i proff. Fucci e Arcudi – «sia la direzione del percorso compiuto dal colpo andato a vuoto, sia quella intrasomatica del proiettile che ha attinto la donna; direzione che era appunto da sinistra verso destra con modesta inclinazione dal basso verso l’alto e dall’indietro in avanti. La peculiarità del percorso intrasomatico compiuto dal proiettile indica che la vittima, quando è stata raggiunta dal medesimo, aveva la spalla sinistra alquanto proiettata in avanti e il capo flesso sulla destra».

A seguito della lesione la signora Estermann ha riportato la «frattura comminuta con lesione del midollo a livello della V vertebra cervicale, con conseguente tetraplegia».

Nella terza e ultima fase, il vice caporale Tornay ha rivolto l’arma contro se stesso.

LA POSIZIONE DEL CORPO DI TOURNAY

“I primi problemi che sono stati posti agli inquirenti sono rappresentati da due interrogativi: perché Tomay è caduto in avanti, anziché indietro, anche a causa del pur modesto “rinculo” dello sparo? Perché la pistola è stata ritrovata sotto il corpo del vice caporale?

I periti, proff. Fucci e Arcudi, descrivendo la dinamica conclusiva dell’evento autolesivo, hanno chiarito che il vice caporale «con ogni probabilità si è messo in ginocchio con il proprio fianco destro rivolto verso la porta di legno della parete anteriore, le spalle alla finestra, e si è esploso un colpo, tenendo il capo flesso in avanti e dopo aver posizionato la bocca dell’arma all’intemo del proprio cavo orale. Il proiettile, dopo aver attraversato la scatola cranica, ha raggiunto il soffitto, producendovi un’intaccatura con perdita d’intonaco, ed è ricaduto sulla scrivania. Il corpo del Tornay è caduto quindi in avanti, rimanendo sul pavimento prono e parzialmente sul proprio fianco destro. La dinamica di quest’ultima fase dell’azione traumatica trova riscontro, oltre che nella scheggiatura dei due incisivi superiori e nella direzione del tramite intrasomatico, nella presenza sulla menzionata porta di legno di schizzi ematici e di frustoli di tessuto biologico di pertinenza cranica sino all’altezza massima di cm. 80 circa da terra (mentre il Tornay era alto metri 1,82), nella direzione della traiettoria del proiettile fuoriuscito dal cranio, nella localizzazione dell’intaccatura sul soffitto rispetto alla posizione del corpo del Tornay».

I periti hanno, inoltre, chiarito che ulteriori riscontri della dinamica dell’evento autolesivo, come sopra descritto, vanno ricercati proprio nella «pistola rimasta sotto il corpo del medesimo e, infine, nella presenza di piccole macchie di sangue sulla parte radiale dei polpastrelli delle ultime tre dita della mano destra che induce a ritenere che il soggetto impugnasse la pistola alla rovescia; cioè, con la bocca dell’arma rivolta verso di sé e primo dito agente sul grilletto»”.

UN PROBLEMA DI DIMENSIONI

“Successivamente, nel corso delle indagini, è sorto un ulteriore problema, avendo constatato che le dimensioni del foro di uscita del proiettile nella regione occipitale del Tornay erano di soli 7 mm, mentre il proiettile era di calibro 9 mm. E’ stato, pertanto, posto al prof. Fucci un quesito specifico in merito. Il perito, nella relazione integrativa, ha precisato che la ferita in esame «era di forma stellare a sei raggi» e che la sua sola parte centrale era rappresentata da una perdita di sostanza di 7 mm di diametro, mentre le lacerazioni radiali del complesso lesivo erano della lunghezza variante da 4 mm a 11 mm.

«II complesso lesivo, pertanto, aveva dimensioni massime di mm. 18, e minime di mm. 11; era, quindi, perfettamente compatibile con la fuoriuscita di proiettile del calibro di 9 mm, specie se si correla alla riduzione della sua forza viva nella fase di uscita dal cranio. Che si sia trattato di un foro di uscita è chiaramente documentato, oltre che dalle caratteristiche della ferita del cuoio capelluto, anche da quelle del foro sull’osso occipitale sottostante che aveva un diametro di mm. 10 ed era svasato verso l’esterno. Le minori dimensioni della perdita di sostanza del cuoio capelluto sono chiaramente espressione della maggiore elasticità di questo tessuto rispetto a quella dell’osso».

Pertanto il prof. Fucci ha concluso nel senso che siamo in presenza di «tutti i segni tipici di un foro di uscita di un proiettile calibro 9».

Un ‘ ipotesi, da alcuni avanzata, che la mano del Tornay sia stata utilizzata, dopo la sua morte, da una quarta persona per esplodere un colpo a vuoto è, pertanto, priva di ogni attendibilità…”

FINE PRIMA PARTE

PAOLA PAGLIARI

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