Verità sulla strage in Vaticano. Terza parte: la famiglia non ci crede.

Verità sulla strage in Vaticano. Terza parte: la famiglia non ci crede.

La verità ufficiale su quel terribile giorno di luglio 1998 in base alla ricostruzione avallata dai magistrati dello Stato Pontificio, che archiviò il caso l’8 febbraio 1999, è che “il vice caporale Cedric Tournay ha ucciso il comandante delle Guardie Svizzere Alois Estermann e sua moglie Gladys Meza in preda a un raptus motivato dal rifiuto di una promozione“. Poco dopo il giovane, sempre secondo la versione del Tribunale Vaticano, si tolse la vita sparandosi alla testa.

Ma in questa ricostruzione qualcosa non collima, e il giallo di fatto resta irrisolto.

MUGUETTE BAUDAT, la mamma di Cedric.

Chi non ha mai creduto alla tesi sostenuta in Vaticano è la mamma del caporale, la signora Muguette Baudat, che da subito ha sostenuto che suo figlio è stato ucciso insieme agli altri due da «un’organizzazione occulta dentro il Vaticano che ha orchestrato una messa in scena per far passare mio figlio per pazzo». Questa sua posizione critica le costò subito un sistematico ostruzionismo da parte del Vaticano.

La signora Muguette Baudat con i suoi legali.

Già all’indomani della strage, infatti, le era giunto l’invito a non recarsi a Roma per vedere la salma del figlio, perché il colpo alla bocca l’aveva ridotta in uno stato pietoso e il troppo caldo aveva in parte decomposto il corpo. Alle sue insistenze, dal Vaticano si era giunti a dirle che gli alberghi erano pieni e che era praticamente impossibile trovarle un posto. Delle scuse davvero assurde. Ovviamente la signora Baudat si recò dal proprio figlio, partecipando alla cerimonia d’addio.

Non solo: alla signora Baudat è stato negato di conoscere gli atti dell’inchiesta, anche dopo l’archiviazione della procedura, e anche ai suoi primi avvocati è stato impedito sia la partecipazione allo svolgimento dell’inchiesta, sia l’accesso al dossier.

Muguette Baudat fece eseguire una seconda autopsia sul corpo di Cédric Tornay, dall’Istituto medico legale di Losanna, il 14 maggio 1999 i cui esiti smontano le verità preconfezionate in Vaticano.

Innanzitutto non c’è alcuna traccia della ciste al cervello che giustificherebbe il raptus di follia, poi è stata scoperta una frattura alla base del cranio, precisamente nella regione occipitale sinistra, che sarebbe in grado di indicare che il vice-caporale potrebbe aver ricevuto un colpo sopra l’orecchio sinistro. Tale ferita ha sicuramente provocato un’emorragia al giovane, poiché è stato ritrovato sangue e muco nei polmoni di Cédric.

Un’altra scoperta ribalta la tesi che il caporale si sia ucciso con la sua pistola, una calibro nove, poiché il nuovo esame autoptico ha stabilito che ad uccidere il giovane era stato un proiettile da sette millimetri. Infine, rimane inspiegabile la rottura, rilevata nell’autopsia, degli incisivi del ragazzo, che proverebbe che un’arma gli è stata introdotta a forza nella bocca.

Inoltre per il legale della madre di Cedric, l’autopsia mostra che egli aveva la testa all’indietro quando fu sparato il colpo in bocca, mentre secondo la versione ufficiale il giovane è descritto in ginocchio la testa in avanti.” Quindi per l’avvocato Brosselet la ricostituzione della morte di Cedric Tornay nella tesi ufficiale, è sbagliata.

Secondo Muguette Baudat l’inchiesta ufficiale «è piena di dissimulazioni, contraddizioni e menzogne fatte nel tentativo di celare una verità probabilmente inconfessabile» e tutti i tre defunti sarebbero stati vittime di una «messa in scena orchestrata per eliminare Estermann e avere un assassino pazzo e morto».

Due autopsie contrastanti, lettere contraffatte, voci di presunti coinvolgimenti dei servizi segreti dell’Est. La strage del maggio 1998 che sconvolse la storico corpo delle Guardie Svizzere presenta ancora molti lati oscuri.

Ma andiamo con ordine. Sin dall’inizio, la “soluzione” offerta dalle fonti ufficiali del Vaticano sulla strage parve subito stonata. Vediamo le incongruenze del racconto vaticano.

LE LETTERE AL COLLEGA E ALLA MADRE

Joaquín Navarro-Valls, giornalista e medico spagnolo, direttore della Sala Stampa della Santa Sede dal 1984 al 2006, diventando una delle personalità più note del Vaticano durante il pontificato di papa Giovanni Paolo II, riferisce anche della presenza di una lettera d’addio, affidata qualche ora prima (le 19,30, precisa il portavoce) ad un commilitone dal folle vice-caporale con queste parole: «Se mi succede qualcosa, consegnala ai miei genitori».

Ma come si può conciliare un raptus di follia con una lettera scritta almeno due ore prima dello stesso raptus? Infatti, una persona priva di lucidità non scrive con largo anticipo una lettera in cui spiega il suo gesto folle. Solo uno schizofrenico dalla nascita può comportarsi così, ma l’accurata visita di leva delle guardie svizzere avrebbe potuto accertarlo in largo anticipo.

Nella lettera alla mamma il caporale Cédric Tornay scriveva: «Spero che tu mi perdonerai perché sono stati loro a costringermi a fare quello che ho fatto. Quest’anno dovevo avere l’onorificenza e il colonnello me l’ha negata. Dopo tre anni, sei mesi e sei giorni passati a sopportare tutte le ingiustizie, l’unica cosa che io volevo me l’hanno rifiutata […]».

Secondo le parole utilizzate dal vice-caporale, la lettera sarebbe stata un messaggio di spiegazioni alla mamma del suo gesto. Essa ha quindi la funzione classica di una “lettera d’addio” di un suicida. Se è così, il gesto di Cédric Tornay non è stato dettato da un raptus, anzi si è trattato di un assassinio premeditato, tanto da giustificarlo in una missiva. Non è una differenza di poco conto.

Secondo le perizie , grafologiche condotte su commissione della madre del vice-caporale, la lettera è un falso poiché ci sono incoerenze di forma, oltre che di fondo. La perizia calligrafica fatta fare dalla mamma di Cédric Tornay esclude che la lettera sia stata scritta dal vice-caporale. In più non sono stati ravvisati segni che portino a concludere che sia stata scritta da una persona in evidente stato confusionale. Inoltre il giovane caporale avrebbe utilizzato, nell’indicare il destinatario, il cognome del secondo marito della madre, quello registrato nei documenti in possesso del Vaticano. Sembra che Cédric non abbia mai usato questo cognome. Un’ultima considerazione. Il testo della lettera fu letto pubblicamente alle Guardie Svizzere dal loro cappellano, monsignor Jehle, la mattina del 5 maggio 1998. Il giorno dopo la lettera arrivò ad alcuni quotidiani italiani, ma il testo era cambiato leggermente. Infatti furono apportate correzioni che tendevano a francesizzare il testo, eliminando alcuni italianismi, cioè potrebbe essere stata scritta o dettata in italiano e poi tradotta in francese, oppure scritta in francese da qualcuno che parlava il francese ma non come prima lingua, e che continuava a pensare in italiano. Come mai? Inoltre la lettera è stata scritta su un foglio di carta di un tipo che Cédric non usava mai, un foglio che, stranamente, faceva parte delle forniture vaticane.

IL TESTO DELLA LETTERA

«Mamma, spero che tu mi perdonerai perché quello che ho fatto sono stati loro che mi hanno spinto a farlo. Quest’anno dovevo ricevere la Benemerenti ma il tenente colonnello me l’ha rifiutata. Dopo 3 anni, 6 mesi e 6 giorni passati qui a sopportare tutte le ingiustizie, la sola cosa che volevo me l’hanno rifiutata. Devo rendere questo servizio a tutte le altre guardie così come alla Chiesa cattolica. Ho giurato di dare le mia vita per il Papa ed è proprio questo che faccio. Mi scuso di lasciarvi soli ma il mio dovere mi chiama. Dì a Sara, Melinda e papà che vi amo tutti. Bacioni alla più grande mamma del mondo. Tuo figlio che ti ama, Cédric»

Questa, per la madre, non è la lettera di uno che va ad uccidere, né di uno che si uccide: è la lettera di uno che va a fare qualcosa di grave, e comunque è una lettera molto strana. Per esempio, Cédric nomina le sue sorelle, Sara e Melinda, ma non cita i suoi due fratelli, che sono i figli nati dal secondo matrimonio dell’ ex-marito: Cédric gli voleva molto bene, ma non li nomina nella lettera. Forse il Vaticano ignorava che Cédric avesse anche due fratelli. Anche l’indirizzo sulla busta è fasullo. Dopo il divorzio della madre, Cédric indirizzava le sue lettere indicando il cognome da ragazza della madre, Baudat. Invece su questa busta c’è il cognome del secondo marito, Chamorel, il cognome con il quale è conosciuta in Vaticano. La scrittura sembra quella di Cédric, ma ci sono delle differenze. Non sono le parole che avrebbe usato lui. E poi c’è un errore di calcolo, e quello Cédric non l’avrebbe mai fatto, poichè era molto forte in matematica. Sulla lettera c’è scritto “3 anni, 6 mesi e 6 giorni. Cédric si era arruolato il primo dicembre del ’94 e il 4 maggio, la data riportata sulla lettera, erano trascorsi solo 3 anni, 5 mesi e 3 giorni. Forse la lettera era stata scritta per qualcosa che doveva succedere più tardi, il 7 giugno, e la data del 4 maggio è stata scritta in un secondo momento, ipotizzava la signora Muguette Baudat.

PADRE IVANO

Vi è inoltre da segnalare la misteriosa presenza di un certo “diacono Yvon Bertorello”, un uomo che la signora Baudat ha incontrato il 6 maggio, due giorni dopo il delitto, in Vaticano. Tale misterioso personaggio le avrebbe detto di sapere che suo figlio era innocente e che ne aveva la prova. La signora ha incontrato solo un’altra volta questo diacono, in Svizzera, e anche questa volta, pur non fornendole, riferì alla signora di avere le prove dell’innocenza di Cédric Tornay.

Il sacerdote francese, presunto padre spirituale del vice-caporale, avrebbe anche rivelato alla stampa che intorno alle 20,30 di quel tragico 4 maggio la segreteria telefonica del suo cellulare aveva registrato una telefonata concitata di Cédric Tornay che gli chiedeva una sorta di aiuto, senza però specificarne il motivo. Di padre Ivano, guarda caso, non si è saputo più niente.

Papa Giovanni Paolo II davanti alle bare.

LA POSIZIONE DEL CORPO

Secondo la versione ufficiale, il giovane, dopo aver sparato al suo comandante e alla signora Romero, si è inginocchiato e, flettendo il corpo in avanti, si è sparato in bocca con la sua pistola d’ordinanza, una Sig Sauer prodotta in Svizzera con un calibro di nove millimetri (per la precisione 9,41), la stessa arma con cui ha commesso gli omicidi. L’arma è finita, poi, sotto il corpo del vice-caporale.

Questa dinamica, l’unica possibile stando ai dati disponibili della versione ufficiale, appare però inverosimile. Infatti, come mai il corpo dell’omicida-suicida sarebbe stramazzato a terra bocconi, nascondendo la pistola nel frattempo caduta? Non sarebbe stato più plausibile che finisse all’indietro anziché in avanti? Infatti, il forte impatto del proiettile di grosso calibro contro le ossa solide del cranio, la parte più dura del corpo umano, porta a ritenere che nell’attimo della morte conseguente al colpo, la testa di Cédric Tornay avrebbe dovuto subire un logico sbilanciamento all’indietro e non in avanti. Inoltre si è saputo che i gas compressi dell’esplosione del proiettile non si sono dispersi nell’ambiente, ma sono rimasti contenuti nella cavità orale. Quindi, l’azione combinata del potente proiettile e della forte spinta di questi gas, avrebbero prodotto un ragionevole sbilanciamento della testa nella direzione dello sparo, quindi all’indietro e non in avanti.

Anche il ritrovamento della pistola sotto il cadavere solleva molti interrogativi sul reale suicidio. Infatti, l’immediata privazione di coscienza di Cédric Tornay e la conseguente perdita di controllo della muscolatura, assieme al seppur modesto rinculo dell’arma, portano a ritenere che le probabilità che la pistola potesse finire sotto il corpo, ovvero là dove il Vaticano sostiene sia stata ritrovata, sono modeste, praticamente nulle. Quindi si è trattato di una messinscena.

Una scena dello spettacolo “Strage in Vaticano”, di Fabio Croce e Paolo Orlandelli

IL RUMORE DEGLI SPARI e il calibro.

Attraverso la versione ufficiale si è saputo anche che la pistola usata per la strage ha esploso cinque colpi. Solo di quattro proiettili c’è la prova della destinazione (due verso il comandante, uno contro la signora Romero ed uno per il suicidio), del quinto non c’è n’è traccia, se non si vuole “ammettere” – secondo quanto sostenuto dal portavoce vaticano Joaquìn Navarro-Valls – che il proiettile mancante potrebbe essere quello ritrovato conficcato nel soffitto della stanza. Si può presumere che il quinto proiettile sia quello che è servito al sicario per far risultare la mano del vice-caporale positiva all’esame del guanto di paraffina. Quindi, o il proiettile è stato caricato a salve, oppure davvero ne esiste uno conficcato nel soffitto.

Inoltre quella sera sono stati sparati cinque colpi senza silenziatore. Possibile che nessuno abbia udito questi spari?

Allora forse Cedric Tornay è stato ucciso altrove con un colpo di karate che gli ha provocato la frattura della rocca petrosa cranica e successivamente portato nell’appartamento degli Estermann dove è stato inscenato il suicidio con il colpo sparato dalla sua pistola d’ordinanza in bocca.

Il Vaticano ha dichiarato che il vice-caporale Cédric Tornay si è suicidato con l’arma d’ordinanza che aveva in dotazione, una Sig Stauer calibro 9,41. Ma l’autopsia effettuata presso l’Istituto di Medicina Legale di Losanna, afferma che il foro d’uscita del proiettile alla base del cranio della vittima, è un foro di soli 7 mm. Com’è possibile che un proiettile di 9,41 mm possa uscire da un foro di soli 7 mm?

ALTRE STRANEZZE

Il colonnello Estermann era il comandante delle guardie svizzere, la guardia personale del Papa, un esperto di anti-terrorismo: possibile che si sia fatto giustiziare così facilmente dal suo vice-caporale?

E’ sospetta anche l’abilità che, secondo la Santa Sede, dimostra il Tornay. Uno che, con quattro colpi in successione, centra i suoi bersagli come un killer professionista.

Nove ore prima del suo assassinio, il colonnello Estermann era stato nominato Comandante delle guardie svizzere, dopo che la delicatissima carica era stata inspiegabilmente vacante per più di cinque mesi.

La sera del 4 i due coniugi avevano stabilito di cenare con amici e parenti all’Hotel Columbus, in via della Conciliazione, per festeggiare la nomina tanto attesa. Li aspettavano alle 21 presso la loro abitazione, ma quando arrivarono, i parenti di Estermann si trovarono di fronte a una macabra sorpresa

Però, al ritorno, l’auto “ha smarrito la strada”, e i parenti del neo-comandante sono arrivati in Vaticano quando Estermann, sua moglie e il vice-caporale Tornay erano appena stati uccisi. Incredibile tempismo al contrario.

Dopo la scoperta del fatto, accorsero sul posto vari prelati, dirigenti della segreteria di Stato e della vigilanza vaticana. La polizia italiana non è stata informata, nessun aiuto è stato chiesto alle autorità italiane, nessuna cautela è stata adottata sul luogo della strage.

Dietro a questa vicende forse c’è molto più di quanto affermato dal Vaticano. Ne parleremo nel prossimo articolo.

PAOLA PAGLIARI

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