È possibile brevettare il dna umano? A cura di Andrea Pizzagalli

È possibile brevettare  il dna umano? A cura di Andrea Pizzagalli

INTRODUZIONE

Grazie ai recenti progressi della tecnoscienza e alla rivoluzione biotecnologica, iniziata negli anni ‘50 del secolo scorso con la scoperta della struttura del dna e dei meccanismi della trasmissione ereditaria ad opera di J. Watson e F. Crick, culminata negli anni ‘70 con la messa a punto della tecnologia del dna ricombinante e quindi con la nascita dell’ingegneria genetica, si ebbe l’estensione inedita della disciplina brevettuale, e in specie dei “brevetti prodotto” alla materia vivente.

Infatti tali progressi fornirono le conoscenze e gli strumenti necessari da un lato per una miglior comprensione della realtà organica e dei processi biologici a base della vita, dall’altro consentirono una manipolazione più accurata della materia vivente, sicché il gene da un concetto astratto dell’ereditarietà divenne un realtà fisica concreta, definita e manipolabile.

Tale estensione ebbe origine grazie all’attività adeguatrice dei giudici delle corti statunitensi, i quali seppero accogliere i cambiamenti tecnologici, attraverso l’elaborazione di un puzzle scientifico-giuridico idoneo all’eliminazione di ogni ostacolo allo sviluppo del nascente settore biotecnologico, individuando nei “brevetti prodotto” il ruolo di incubatore della nascente industria biotech.

La storica sentenza Chakrabarty vs Diamond (1980)

Il leading case è rappresentato dalla storica sentenza Chakrabarty vs Diamond (1980) , [1]Il link della sentenza: https://supreme.justia.com/cases/federal/us/447/303/case.html. dove per la prima volta fu oggetto di “brevetto prodotto” un organismo vivente, ovvero un batterio ingegnerizzato mangia petrolio, nel quale erano stati inseriti plasmidi, “segmenti di dna” provenienti da altri batteri, che gli attribuivano una maggior efficacia nella degradazione del petrolio in mare. In tale storica occasione le Corte Suprema stabilì la brevettabilità della materia vivente[1], purché prodotto dell’ingegno creativo umano, “anything under the sun that is made by man”[2].

Da lì fu breve il passo all’estensione della brevettazione agli organismi superiori quali piante e animali [3]geneticamente modificati con eccezione dell’essere umano, nonché per quanto riguarda questo articolo, la brevettazione delle microparti degli esseri viventi, tra cui i geni. Ritenendo sufficiente, affinché il materiale genetico non fosse considerato una mera scoperta e dunque brevettabile, l’isolamento e la purificazione dal suo ambiente naturale.

Comunque sia, il primo “brevetto prodotto” avente oggetto del materiale genetico fu accordato dall’USPTO nel 1982, alla Amgen avente oggetto una sequenza di dna codificante l’Eritropoietina, una proteina umana prescritta come alternativa alla trasfusione di sangue, come cura dell’anemia.

[1] Per chi non conosce la disciplina brevettuale, non è una cosa di poco conto dato che i “brevetti prodotto” sono nati ed evoluti nel mondo della meccanica.

[2] Diamond vs Chakrabarty 23. 447 U.S. at 309.

[3] Per approfondimenti sulla brevettazione di animali e piante si veda sentenza Ex parte Hibberd, 227 U.S.P.Q. 443 e sentenza Ex parte Allen Ex parte Allen, 2 USPQ2d 1425.

Il risveglio dell’interesse.

 Inizialmente se per tutti gli anni ‘80 la brevettazione del materiale genetico e dei geni non ebbe alcuna attenzione sia da parte dei mass media che del pubblico, infatti la riflessione etica e giuridica era rivolta precipuamente alla moralità della modificazione genetica di piante e animali e alla loro brevettazione, la situazione cambiò nel 1991 nell’ ambito del Progetto Genoma Umano quando U.S. National Institutes of Health (NIH,), guidata da Craig Venter, fece richiesta di tutela brevettuale di 337 sequenze corte di DNA, ovvero di DNA complementare, le così dette “EST” Expressed Sequence Tags, utili come è noto ai fini di ricerca di nuovi geni. Allo   stesso tempo, annunciò la propria volontà di far richiesta di brevetto su un migliaio di altre sequenze corte nei mesi successivi, insomma iniziò una vera e propria corsa al brevetto genetico.

Tale annuncio alzò un’ accesissima ondata di proteste pubbliche, portando nel 1992 le dimissione di James Watson dalla direzione del progetto in quanto la sua posizione, contraria ai brevetti sugli Est, era incompatibile con quella del direttore del NIH Bernadine Healy, accendendo quello che Cook Deegan definì un “international firestorm”. Infatti molti scienziati temevano che i brevetti sulle “est” e i geni di cui fanno parte avrebbero sicuramente danneggiato e soffocato la ricerca. Il dibattito fu davvero aspro e rappresentò il punto di svolta dell’ atteggiamento del National Institutes of Health nei confronti dei brevetti sul dna, assumendo dunque contrariamente all’ inizio un atteggiamento di avversione nei confronti dell’ estensione della proprietà intellettuale sul materiale genetico, un atteggiamento testimoniato dal supporto seppur celato, in quanto sottoposto formalmente al Boyh Dole Act, ai Bermuda principles(1976), i quali prevedono dei tempi di pubblicazione ridotti, 24h per le scoperte di nuove sequenze genetiche parziali, immediatamente per le sequenze definitive, nell’ ambito del solo Progetto Genoma Umano, evitando quindi le possibili rivendicazioni brevettuali da parte dei privati, in quanto una volta pubblicate le sequenze nel database pubblico Genbank queste costituiscono prior art . La questione si risolse in un certo senso quando l’ USPTO rifiutò i brevetti nel 1994, ma ormai la goccia aveva fatto traboccare il vaso.

La dichiarazione delle popolazioni indigene.

Sempre nello stesso anno più di una trentina di associazioni rappresentative delle popolazioni indigene presentarono in una dichiarazione le proprie obiezioni e preoccupazioni nei confronti della brevettazione del materiale genetico, sul possesso della vita e sullo sfruttamento delle popolazioni indigene e del loro unico pool genetico.

Tali obiezioni furono mosse contro il tentativo del NIH di brevettare geni virali, provenienti dalle popolazione indigene della Nuova Guinea, dalle Isole Salomone e dagli indigeni Hagahai in Papua nell ambito del Human Genome Diversity Project. Anche qui gli scienziati e i ricercatori, accanto alle obiezioni degli indigeni contro lo sfruttamento, ribadirono ancora una volta come i brevetti avrebbero sottratto tali geni alla ricerca ostacolandola e come un ente governativo, quale è il NIH, avrebbe ben dovuto rendere di pubblico dominio il dna e non favorirne la privatizzazione.

Il 18 maggio del 1995, 185 capi religiosi di 80 fedi differenti, guidati da Jeremy Rifkin, hanno indetto una conferenza stampa a Washington, dichiarando nel loro “Joint appael against human and animal patenting” la propria opposizione ai brevetti su animali ingegnerizzati e i brevetti sul materiale genetico umano, cellule, tessuti organi e embrioni. In tale appello congiunto fu denunciato innanzitutto il tentativo di brevettare la natura, in quanto il progetto genetico della vita è stato creato da dio, per cui non suscettibile di brevettazione come invenzione e quindi di appropriazione da parte di nessuno uomo o istituzione che sia. Molti dei membri alla conferenza stampa equipararono i brevetti genetici alla schiavitù, altri ancora ne condannarono la mercificazione dell’ essere umano così perpetrata e la svalutazione nonché violazione della sacralità della vita.

Il dibattito prosegue.

Negli anni successivi il dibattito continuò. Nel 2000 il Council of Responsible Genetics stese quella che si può definire una bozza di carta dei diritti genetici, nella quale si oppone fermamente ai brevetti genetici e il diritto di tutti gli essere umani di vivere in un mondo senza brevetti sugli animali. In tal senso anche l’ UNESCO dichiarò la propria avversione ai brevetti genetici nel 1997, infatti nella propria dichiarazione disse: “The Human genome underlies that fundamental unity of all memebers of the human family[…] in a symbolic sense it is the heritage of humanity”, insomma il genoma umano viene visto come simbolicamente una res communis.

Tali obiezioni, e in particolar modo quelle espresse da ricercatori come ad esempio Francis Collins, direttore del NHGRI, che i brevetti genetici avrebbero soffocato la ricerca e allo stesso tempo per le preoccupazioni espresse per la concessione di brevetti genetici molto ampi, convinsero l’ USPTO a “raise the bar” letteralmente alzare la sbarra, emanando dunque nel 2001 linee guida inerenti alla brevettazione delle sequenze genetiche più aspre, infatti l’ inventore doveva indicare gli usi specifici, precisi e plausibili della sequenza di dna.

Preoccupazioni soprattutto di ordine morale inerenti alla brevettabilità delle sequenze genetiche.

Sono molte insomma le preoccupazioni soprattutto di ordine morale inerenti alla brevettabilità delle sequenze genetiche, sia per quanto concerne l’ ampiezza dei brevetti, ma soprattutto per le pretese di esclusività sulla materia vivente. Molto è in gioco, molti sono i soldi investiti, si parla di miliardi, da parte delle società private nella ricerca genetica con la speranza di ottenere brevetti come ricompensa dei propri sforzi.

Infatti dal 1980 al 2000 i fondi privati nella ricerca biomedica sono passati da appena 2 miliardi a 50 miliardi, è evidente dunque come la ricerca genetica abbia un forte impatto sull’ economia globale, e giochi un ruolo importante nel progresso della società, della scienza, della medicina e dell’ agricoltura.

Ma allo stesso tempo sono molti i dubbi avanzati in relazione all’ idoneità del sistema brevettuale, se sia cioè lo strumento migliore per consentire la giusta contemperazione di tutti gli interessi pubblici e privati in gioco.

Da un lato in generale i brevetti vengono giustificati in quanto svolgono un ruolo di incentivo e dal fatto di consentire la dischiusura e allo stesso tempo quindi rendere di pubblico dominio il contenuto dell’ invenzione, con evidenti effetti positivi per la collettività, tali da tollerare per un periodo di tempo una situazione di monopolio.

Dall’ altro lato pone una serie preoccupazioni inerenti a possibili e indesiderabili conseguenze sociali dovute dalla limitazione all’ accesso all’ informazione geniche. Infatti alcuni tipi di brevetti sul dna potrebbero avere delle conseguenze dannose innanzitutto nell’ ambito medico, quali l’accesso alle cure, lo sfruttamento dei pazienti (pensiamo al caso Moore, il cui tessuto ha fruttato miliardi alle compagnie senza che Moore vedesse un soldo), la trasformazione della medicina in un business.

Conseguenze dannose anche per il progresso e l’integrità della scienza, potendo i brevetti in tal senso rivelarsi uno ostacolo. Conseguenze sociali, quali la violazione della dignità dell’ uomo e della sacralità della vita e conseguente sua mercificazione. E per finire conseguenze dannose nell’ agricoltura riproponendo situazione di un nuovo colonialismo dal nuovo volto, ma caratterizzato sempre dalla stessa sostanza ovvero lo sfruttamento. Riproponendo questioni di giustizia sociale tra i popoli e l’ equa condivisione dei benefici. In questo articolo mi propongo di rispondere all’amletica domanda, “è brevettabile il dna umano”?, innanzitutto attraverso un approccio storico-giuridico sino alla più recente sentenza della Corte Suprema sul caso Myriads negli USA, dando alcune nozioni di carattere giuridico, in ambito di proprietà intellettuale, nonché alcune nozioni scientifiche in ambito genetico, necessarie a capire non solo il motivo per cui le “big pharma” hanno un grande interesse commerciale nei geni e nel loro sfruttamento attraverso i brevetti, ma anche lo stato dell’arte della brevettazione del dna. Per ultimo cercheremo di dare una risposta in termini morali, analizzando i principali argomenti deontologici e consequenzialisti sollevati dal dibattito morale.

Andrea Pizzagallli

Andrea Pizzagalli è nato a Merate il 5 Marzo del 1991, vive a Viganò e si è laureato, con ottimi risultati, in Giurisprudenza all’Università di Milano Bicocca con indirizzo penalistico. E’ appassionato di diritto e di tutte le sue applicazione pratiche, specie quelle di più recente sviluppo e che implicano questioni spinose di carattere etico. Tale passione l’ ha spinto a scrivere la tesi in filosofia del diritto dal titolo “Brevettare il materiale genetico”.

Inoltre è appassionato di criminologia, filosofia, astronomia ed è amante della natura. Ama viaggiare e entrare in contatto con gli usi e i costumi e la cultura culinaria dei luoghi che visita.

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