Ospedale clandestino

Ospedale clandestino

Questa è una storia che non ti aspetti. Una storia piccola persa nelle pieghe della Storia, quella grande. Questa è una storia di quelle che solo la montagna custodisce e sa raccontare. E’ la storia di una villa, costruita lì, in mezzo alle montagne, per essere un luogo di pace  e che diventa invece un luogo di sofferenza. E’ la storia piccola di Villa Cibrario. Ex ospedale partigiano.

Salgo sul sentiero come sempre. Zaino in spalla. Occhio attento sulle bellezze della natura in cerca di soggetti ed emozioni quando la vedo lì. Abbandonata e fatiscente. Un vecchio cartello miracolosamente ancora in piedi racconta la sua storia. Leggo, a fatica, fra le pieghe della ruggine di questo posto nato come oasi di relax e diventato ultima speranza di chi solo la speranza poteva vantare di avere.

Guardo le porte murate e mi sembra viva quella vecchia casa scalcinata. Gente con le armi, gente che corre da una parte all’altra. Urla. Lamenti. Qualcuno cerca un angolo per riposare. Qualcuno qualcosa da mangiare. Dura la vita a quei tempi mica come oggi.

Ci vedi un signore distinto, attraverso le finestre, in camice bianco. Fa il medico, pensi. Magari fuma pure la pipa, come tutti i medici. Quando trova il tabacco. Ha lasciato la grande città di pianura per venire lassù a ricucire poveri ragazzi che fanno la guerra. O per lo meno a provarci, con quel poco che arriva. Quando arriva. E fa miracoli. Lui si che li fa i miracoli, mica come la statua del santo giù in paese, sempre immobile. Lui corre, da un letto ad un altro, da una camera all’altra, e ci prova, a salvarli, anche quando sa che non c’è nulla da fare. Ci prova, per qual poveraccio che s’è preso una pallottola, per il compagno che a spalle l’ha trascinato fin lì e adesso sta in un angolo del pavimento cercando di dormire. Chissà da quanto tempo non dorme con un tetto sulla testa. Ci prova per se stesso, per sentirsi utile in un mondo che sta andando alla rovescia.

Poi un camoscio esce dal bosco, lo guardo, mi guarda e scappa via. E la villa è ancora lì ma è vuota e cadente.  Prendo lo zaino e mi incammino. E’ più pesante ora.

La Montagna mi ha raccontato un’altra delle sue storie che come tante altre tornerà a valle nel mio zaino…

Alla prossima…

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