Cerimonia del tea

Cerimonia del tea

Rimaniamo in oriente. Nella fiera allestita ad arte per noi occidentali. Alla fine molti sono usciti di lì con borse così cariche che sembrava tornassero dal mercato.

Dopo aver cercato di capire l’essenza e l’arte del bonsai un’altra storia ha attirato la mia attenzione. All’interno della fiera la folla stava scemando. Era quasi ora di pranzo. Quando lo stomaco chiama il bravo occidentale medio mette le gambe sotto al tavolo. Ovviamente al ristorante cinese per assaporare i soliti involtini primavera o ravioli al vapore che tanto ci piacciono. Scartando la possibilità di conoscere e assaggiare cibi e bevande da noi introvabili. E soprattutto senza pensare che mentre da noi quelli sono piatti all’ordine del giorno, da consumare una sera al ristorante con gli amici, per molti sono l’unica fonte di alimentazione. Quando c’è.

Anche il mio stomaco occidentale brontolava ma un evento sul cartellone lo stava mettendo a tacere. Una dimostrazione del Cha No Yu. La cerimonia del the. Un rito un tempo riservato agli ospiti più illustri. Un modo per aprire la propria casa ad una persona importante, di alto rango, e tributargli il giusto omaggio. Non potevo perderla. Cibo per la mente e l’anima. Più importante di quello per il corpo. A volte.

Prendo posto letteralmente sotto il palco dove si svolgerà la dimostrazione. E resto in religiosa attesa. Un aspetto che mi ha particolarmente incuriosito leggendo le descrizioni della cerimonia è che essa è semplicemente la preparazione di una buona tazza di the. Si dispone semplicemente il carbone per scaldare l’acqua, si adorna la stanza con fiori come se fossero in un campo affinchè il loro aroma arrivi alle narici degli ospiti. Si deve dare la sensazione di frescura e ristoro durante le torride estati e il conforto del calore durante il freddo inverno. Ma sopratutto dare la giusta considerazione al proprio ospite. Questo colpisce il mio immaginario di occidentale rozzo e ignorante. Dare ad un ospite, un estraneo, la giusta considerazione, la sua giusta importanza. Che poi non è null’altro che soppesare ogni aspetto della vita per quello che è. Senza ingigantire i problemi o sottovalutare le situazioni pericolose.

La dimostrazione comincia. Una donna in uno splendido abito tradizionale ci illustra ogni gesto, ogni dettaglio del rito. Prima simulandoli e accompagnandoli dal suono della sua voce. Sempre pacata. Pesando le parole. Dando loro la giusta importanza. Poi in religioso silenzio ripetendo la cerimonia così come dovrebbe avvenire. Toglie il microfono. Neppure il suono del suo respiro amplificato deve disturbare l’esecuzione.

Mi ritrovo sospeso in un altro luogo. Non è più il capannone della fiera. E’ una stanza inondata di calda luce primaverile. Immersa nel più assoluto silenzio. Fiori profumati in un angolo. Non si vedono. Si percepiscono dal loro profumo delicato che non sovrasta quello della polvere di the. La donna compie gesti semplici e misurati. Codificati nei secoli da un preciso rituale. Gli oggetti disposti davanti a lei hanno tutti un ordine e uno scopo preciso. Nulla è lasciato al caso. Pregevoli ceramiche, le migliori della casa, stanno per essere offerte ad un illustre personaggio venuto in visita. Il gorgoglio dell’acqua che bolle, il suo scorrere nella tazza, la polvere di the che cade al suo interno, sono gli unici suoni che rompono il silenzio. L’aroma che si diffonde, il senso di pace e di profonda riverenza sono quasi palpabili anche per un occidentale come me.

Gesti, suoni, profumi tutto concorre a creare un’atmosfera magica e sospesa. Tutto della cerimonia è amplificato e fatto proprio. Non è solo una semplice tazza di the. E’ un entrare in contatto con qualcosa di impalpabile. E’ un’esperienza che coinvolge tutti i sensi. Ti lascia con un senso di quiete interiore difficile da descrivere. E’ un modo per preparare l’animo e la mente a quello che dovrà avvenire.
Il the è pronto. Ritorno alla realtà della chiassosa fiera. Descriverlo a parole è difficile. Bisogna viverlo. Così come è impossibile per me fermarlo in una fotografia. Faccio appena in tempo a premere il pulsante. Stavolta la storia è più veloce ed eterea del click della mia tecnologica macchina fotografica…è già passata. E’ già passato. Sono uno stupido. Come posso pensare che la fredda tecnologia occidentale possa imprigionare l’essenza di un rituale millenario…

Alla prossima…

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