Omicidio Alina Cossu: unici indizi una Fiat Ritmo e delle Marlboro.

Omicidio Alina Cossu:  unici indizi una Fiat Ritmo e delle Marlboro.

Dobbiamo fare un viaggio a ritroso nel tempo e ritornare al 10 Settembre 1988. Ormai sono passati 30 lunghi anni, l’Italia è profondamente cambiata, ma evidentemente non cambia un certo modo di fare le indagini: male, in modo superficiale, trascurando fattori importanti.

Ma torniamo ai fatti, l’unica cosa certa: una giovane e brava ragazza, Alina Cossu, 21 anni, viene ritrovata morta sulla spiaggia che costeggia il mare tra la scogliera di Balai lontano e Abbacurrente, da due pescatori che si trovavano sulla riva. Il suo corpo galleggiava in acqua incastrato tra le rocce.

La mattina prima Alina era andata come al solito nella gelateria per lavorare ma, dopo aver finito il turno, vi si era trattenuta per mangiare un gelato. Era vestita molto bene, portava una gonna ed era truccata. Mentre mangia il gelato chiama suo fratello, che solitamente andava a prenderla dopo il lavoro per tornare a casa, per dirgli che aveva un appuntamento e perciò non aveva bisogno di un passaggio.

Alina vive a Porto Torres, in Sardegna, è una studentessa e lavora anche in un bar, sempre a Porto Torres. Quando finisce di lavorare, torna a casa accompagnata dal fratello. La sera del 9 settembre 1988 Alina finisce di lavorare, ma non torna a casa con il fratello, c’ è una festa religiosa poco lontano, forse vuole andarci.

La cosa certa è che Alina scompare nel nulla. Scatta subito l’allarme in famiglia, iniziano le ricerche. Il corpo della ragazza viene trovato la mattina del 10 settembre 1988, in una spiaggia tra le scogliere di Balai e Abbacurrente. La prima impressione è che Alina si sia gettata dalla scogliera.

La scogliera di Abbacurrente dove è stato trovato il corpo di Alina Cossu

Queste sono le ultime certezze.

L’ultima sera di Alina. La sera del delitto, la giovane, terminato il suo turno di lavoro come cameriera al bar Acciaro, nel corso, sarebbe dovuta andare al Villaggio Verde dove si teneva la festa di San Cristoforo. Nel piazzale della festa, in realtà, non arrivò mai.

Per gli inquirenti l’omicidio della studentessa è un rebus. Chi poteva aver voluto fare del male a quella giovane mite, solare, senza grilli per la testa? Alina era una ragazza indipendente, tanto che per non gravare sul bilancio familiare aveva deciso di pagarsi gli studi lavorando in una gelateria.

È il 10 settembre, la 21enne ha da poco finito il suo turno, quando chiede a un collega di prepararle un gelato e poi va via. È diretta a casa, almeno così dice. Si incammina sul corso principale di Porto Torres: casa sua è a un quarto d’ora di cammino, ma non ci arriverà mai. Alle 5 del giorno seguente, Angelo Delogu, un pescatore della zona, dà l’allarme alla polizia: “venite, c’è un cadavere”. Sulla scena l’uomo nota anche la presenza di un paio di orecchini scuri e di un pacchetto di sigarette marca ‘Marlboro’.

Inizialmente si tentò di farla breve ipotizzando un suicidio di quelli provvidenziali che risolvono ogni indagine critica ed oscura. Invece fu il medico legale a capire che la giovane era stata strangolata prima di essere gettata in mare, la sua fronte recava ben impresso il segno di un calcio sferrato con una scarpa da barca.

Il giorno dopo, la sorella di Alina racconta alla polizia di un ragazzo che avrebbe dato delle lezioni di guida al Alina, quando aveva il foglio rosa. Qualcuno che, anche se era una ragazza prudente e accorta, l’avrebbe sicuramente convinta a salire in auto: si tratta di un operaio di Porto Torres  che lavora nello stesso stabilimento del padre di Alina. Si chiama Gianluca Moalli, guida una Fiat Ritmo chiara e fuma ‘Marlboro’.

Con chi aveva un appuntamento quella sera?

L’unica cosa certa è che la ragazza non sarebbe mai salita in macchina di uno sconosciuto.

La sera dell’11 Settembre, gli inquirenti scoprirono che una Fiat Ritmo, la sera prima, si aggirava nei pressi di Abbacurrente.

E ad Alina piaceva Gianluca, un ragazzo della città che, guarda caso, a quei tempi possedeva proprio una Fiat Ritmo.

Gianluca non è esattamente ciò che si dice un bravo ragazzo: in passato aveva tentato di abusare di tre donne, ma dichiarò di avere un alibi per quella sera. Affermò di essere stato con gli amici fino alle 23:30 e poi di essere tornato subito a casa, ma il fratello lo smentì. Circa a quella stessa ora veniva uccisa Alina.

L’ipotesi ufficiale degli inquirenti

Alina sale nella macchina di Gianluca, lui tenta di violentarla, Alina prova a difendersi, anche con le unghie. La giovane ragazza viene picchiata e sbatte la testa perdendo così conoscenza. Gianluca allora decide di buttare il corpo nella spiaggia di Abbacurrente, ma quando arriva lì si rende conto che Alina è ancora viva, allora la uccide strangolandola e quindi la getta in acqua.

Gianluca riporta graffi e lividi, ma il gip è costretto a rilasciarlo a causa di alcuni errori investigativi. Tanto per cominciare, il luogo del delitto non è mai stato recintato e non è stato compilato il verbale del controllo dell’auto. Perfetto. L’assassino sentitamente ringrazia e se la ride di gusto.

Fin da subito sotto la lente degli inquirenti finì Gianluca Moalli, 27 anni, operaio, che venne arrestato dopo tre anni di indagini nel 1992. Moalli, che in precedenza aveva rivolto delle attenzioni alla Cossu, era in possesso di una Fiat Ritmo Bianca, la stessa auto vista da alcuni testimoni la notte dell’omicidio nei pressi della scogliera di Abbacurrente. Nei giorni successivi al delitto, raccontarono gli amici, aveva dei graffi sul collo, portava inoltre un modello di scarpa simile a quello calzato dall’assassino, fumava sigarette Marlboro e un pacchetto di quella marca fu trovato sul luogo del delitto. Elementi giudicati troppo deboli che pochi mesi dopo l’arresto portarono alla scarcerazione e al proscioglimento dell’operaio. Vediamo come si procedette.

Il sospettato, un gatto ed una fidanzata gelosa.

Il ragazzo viene interrogato. Sul corpo ha delle strane ferite che dice di essersi procurato giocando con il suo gatto. Racconta agli inquirenti che la sera dell’omicidio è rincasato presto. Anche la sua ragazza viene interrogata dagli investigatori. Il suo contributo è importante, in quanto la giovane, essendo estremamente gelosa, ha l’abitudine di verificare gli spostamenti del fidanzato controllando i chilometri percorsi sul tachimetro della Fiat Ritmo. Quella sera, riferisce la ragazza, sono sei i chilometri indicati dal dispositivo. Dalla casa di lei a quella del Moalli, corre un solo chilometro. Da Abbacurrente a Porto Torres si contano 3 chilometri: ad andare e tornare fanno esattamente 6. Giusti giusti i 6 chilometri segnati dal dispositivo.

Gianluca, però, racconta di aver colmato quella distanza intrattenendosi sotto casa di alcuni amici. Il gruppo si sarebbe separato intorno alle 23.30, orario in cui l’operaio dice di essere tornato e dove lo avrebbero incontrato il fratello e la fidanzata di lui, ma lei smentisce. La ragazza dice che stava dormendo quando il giovane è rientrato e che era molto tardi. L’alibi, dunque, è incerto.

Poteva essere importante l’impronta sul viso di Alina. Si sarebbe potuto verificare se poteva corrispondere alla suola delle scarpe di Gianluca. Purtroppo nulla è stato fatto: le scarpe che calzava il giovane non sono state sequestrate, ma solo fotografate e non è stato possibile fare confronti perché il Moalli le ha poi gettate via.

A questo punto il gip dispose il non luogo a procedere nei confronti dell’operaio.

Il commissario della questura di Sassari, Giuseppe Foddai, alla guida delle indagini non era d’accordo. “Non riconoscere Moalli come esecutore materiale di questo omicidio – scriveva nell’informativa destinata al Pm –  equivale a dire che a Porto Torres quella sera, nella stessa fascia oraria, con la stessa macchina, c’era una persona che aveva lo stesso grado di conoscenza di Alina, tale da indurla a salire nell’autovettura; che aveva le stesse lesioni; che calzava le stesse scarpe; che fumava le Marlboro e che si trovava in viale delle Vigne nello stesso tempo in cui transitava a piedi la povera Alina Cossu”. Evidentemente aveva un clone.

La lettera anonima

In tutto questo marasma non poteva mancare un altro classico ingrediente di un buon giallo che si rispetti: la lettera anonima che scompiglia le carte e getta nuove ombre. Infatti, una missiva anonima arrivata nel 2008 ai famigliari della vittima, racconta che anche Francesco, vigile urbano che Alina conosceva, guidava una Fiat Ritmo quella sera. Nella lettera sono presenti altri 3 nomi, allora si decide di riaprire il caso con altre quattro persone da aggiungere al registro degli indagati.

In una lettera giunta alla Procura nel 2008, un anonimo testimone racconta di aver visto, la sera del 10 settembre 1988, Alina che camminava sul corso principale per poi svoltare in via Adelasia. Lì aveva sede un circolo privato dove alcuni uomini erano riuniti per una cena. Su quella compagnia punta l’attenzione la lettera anonima. Tra questi quattro uomini uno, il vigile urbano Francescu Raggiu, era già stato sentito all’epoca dei fatti. Era stato menzionato da un vicino di casa che aveva raccontato di una lite coniugale tra il Ruggiu e la moglie durante la quale avrebbero gridato il nome di Alina. La lettera anonima del 2008 indicava proprio il vigile come assassino della studentessa. L’uomo, accusa il testimone, avrebbe trasportato il corpo della vittima a bordo di una Fiat Ritmo sulla scogliera. Una donna, riferisce che quella stessa sera l’agente municipale le aveva chiesto il prestito la sua Ritmo per ‘accompagnare un amico’. L’indomani, gliel’avrebbe restituita con un paio di guanti di pelle nel bagagliaio. Tutto finisce in una bolla di sapone quando gli esami del Ris nelle case degli indagati non danno alcun risultato. A quel punto, con le nuove metodologie di analisi forensi, entra in ballo un altro elemento: il DNA.

Novità. Eravamo 4 amici al bar…

Nel 2008 la Procura di Sassari riprese in mano le carte indagando su un circolo privato situato a poca distanza dal bar Acciaro, dove Alina lavorava, al cui interno, la sera della scomparsa, si teneva una cena fra amici. Un ottico, un vigile urbano e due pensionati presenti alla cena finirono nel registro degli indagati. Secondo il pm sapevano qualcosa che non avevano rivelato nella prima fase delle indagini. Dopo approfonditi esami ed analisi, l’inchiesta venne archiviata e tutto si risolse con un nulla di fatto.

Sempre nel 2008 l’attenzione degli inquirenti venne rivolta ad una quinta persona. Si trattava di un medico di Sassari conoscente della vittima e presentatosi dai carabinieri per esami del tutto estranei al caso di Alina Cossu. L’omicidio della ragazza venne però tirato in ballo nel corso del confronto con i militari e il medico raccontò di aver avvicinato la ragazza nei giorni precedenti la scomparsa. Così partì un filone di indagine nuovo e privo di successo che si esaurì in un paio di mesi.

Nel 2012 gli inquirenti ricevettero la fotografia del negozio dell’ottico indagato quattro anni prima con scritto sopra “Alina”. Un’indicazione che riportò l’attenzione sul circolo convincendo gli investigatori a percorrere l’ennesimo vicolo cieco. L’ottico coinvolto nell’inchiesta poi si suicidò nel 2013, gettandosi da una finestra dell’Ospedale civile di Sassari dove era ricoverato per una brutta malattia che lo stava consumando.

A Luglio 2013 i giornali titolavano: “Sassari, Alina Cossu avrà giustizia, dopo 25 anni giudice riapre il caso della studentessa uccisa a Porto Torres”.

Infatti il Gip del tribunale di Sassari, Maria Luisa Lupinu, aveva deciso di accogliere la richiesta del sostituto procuratore Gianni Caria. Si confidava molto nei nuovi mezzi investigativi a disposizione delle forze dell’ordine e nelle nuove tecnologie per individuare il dna. Alina Cossu si era difesa con tutte le sue forze e gli inquirenti erano convinti di poter ancora trovare tracce genetiche del killer.

Il Gip dispose quindi la riesumazione del cadavere e la revoca della sentenza di non luogo a procedere “per non aver commesso il fatto” nei confronti di Gianluca Moalli. Contro di lui però non vennero trovate prove e poco dopo tornò in libertà.

Nella nuova inchiesta della Procura di Sassari avrebbero potuto rientrare anche altre tre persone, tutte di Porto Torres, finite in un fascicolo aperto nel 2008 e archiviato tre anni dopo. Il quarto ex indagato, Fermo Banfi, di 73 anni, si era ucciso gettandosi dalla finestra dell’ospedale di Sassari.

All’indomani della notizia sulla richiesta di riapertura del caso, gli avvocati della famiglia di Alina Cossu si erano detti “sicuri che prima o poi qualcosa di nuovo dovesse saltare fuori. Ora vediamo gli sviluppi”.

Si confidava infatti molto nell’esito del prezioso lavoro svolto dal medico legale Ernesto D’Aloja, lo stesso che si era occupato del delitto di via Poma. Obiettivo: verificare se fossero presenti «tracce riconducibili all’autore dell’omicidio» tra i campioni biologici prelevati dal cadavere della studentessa di Porto Torres, in particolare sotto le unghie e sull’arcata dentaria.

Ernesto D’Aloja

D’Aloja ha eseguito più di 1500 autopsie, medico legale tra i più conosciuti a livello nazionale, è professore all’Università di Cagliari, si è formato alla Cattolica di Roma e perfezionato negli Stati Uniti. Ha avuto un ruolo nelle indagini più importanti degli ultimi anni: il delitto di via Poma, quello della contessa Filo della Torre all’Olgiata ed ha studiato molte altre morti misteriose.

Purtroppo la ricerca scientifica non ha aiutato e non ha potuto colmare quel vuoto creato nella prima fase delle indagini effettuate subito dopo l’omicidio.

Il caso, negli anni, ha suscitato un’importante eco mediatica. Il programma “Chi l’ha visto?” ha dedicato diversi approfondimenti alla vicenda e la famiglia, da sempre, ha chiesto una mano a chi sa o ha sentito qualcosa. Tante le chiamate anonime arrivate in casa Cossu da parte di fantomatici testimoni la cui attendibilità non è mai stata verificata a pieno.

Gli errori nelle indagini

Ci sono stati errori nelle indagini, anche nel sopralluogo sulla scena del crimine. Nel 1988 non era ancora usata la tecnica del dna, ma esisteva già in Italia un protocollo di tecniche di Polizia Scientifica. Nel 1988 si potevano fare rilievi fotografici, rilievi descrittivi, rilievi planimetrici e rilievi di impronte, più che sufficienti a “congelare” la scena del crimine. Erano conosciuti anche i protocolli di repertamento. Erano inoltre già usate tecniche di fotografia agli infrarossi e ultravioletti, oltre a reagenti per determinare se una sostanza è sangue.

Quello che mancava, e parzialmente manca anche oggi, è la cultura dell’approccio scientifico alla scena del crimine. In Italia si è preferito affidarsi all’intuito e alle capacità analitiche dell’investigatore. Doti indispensabili, ma non presenti nella stessa misura in tutti gli operatori di polizia giudiziaria.

Qualcuno sa.

Il caso è stato riaperto nel 2016, a novembre e ancora oggi sono in corso le indagini per trovare l’assassino e fare in modo che Alina, dopo ormai 30 anni, abbia finalmente giustizia.

Resta la consapevolezza che in giro c’è chi sa qualcosa di determinante su uno dei casi di femminicidio ancora irrisolti in Sardegna e potrebbe dare un contributo determinante per affermare la verità e la giustizia.

Dopo 30 anni, l’inchiesta per omicidio è ancora aperta.

Paola Pagliari

Lascia un commento

Your email address will not be published.