Nadia Ridolfo. Una morte passata sotto silenzio. Vittima di serie B

Nadia Ridolfo. Una morte passata sotto silenzio. Vittima di serie B
Nadia Ridolfo

Nadia Ridolfo scompare nel settembre del 2005 all’età di 32 anni. E’ separata dal marito, abita a Rescaldina, paese vicino Saronno, in provincia di Varese. Ha un passato di tossicodipendente dal quale non sembra esserne del tutto uscita.

Sparizioni e ritrovamenti

Infatti, poco tempo prima di sparire, Nadio Ridolfo era stata notata, anche durante la notte, mentre dormiva su una panchina a Saronno, nella zona di Viale Santuario, famosa per essere frequentata proprio da tossicodipendenti. È l’ex marito Giuseppe Giampietro a fare la denuncia di scomparsa, anche se con poche speranze. Si affida anche alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, però senza esito.

Unica traccia: i documenti ed alcuni effetti personali della donna, ritrovati in una casa abbandonata di Turate, dove erano stati condotti i carabinieri, su indicazioni di un tossicodipendente. Poi più nulla e la sua scomparsa pare destinata a rimanere avvolta nel mistero, sino al 27 settembre 2006 quando in un bosco nei pressi della discarica di Mozzate, viene ritrovato uno scheletro di donna.

Il Labanof di Milano ricostruisce le fattezze che poteva avere il viso della sconosciuta ed i parenti di Nadia pensano subito alla loro congiunta sparita nel nulla.

La ricostruzione facciale del corpo ritrovato nel bosco di Mozzate

Dalla sua fondazione nel 1995, il LABANOF (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense), situato presso la Sezione di Medicina Legale del Dipartimento di Morfologia Umana e Scienze Biomediche (DMU) (ex-Istituto di Medicina Legale e delle Assicurazioni) dell’Università degli Studi di Milano, si occupa del recupero e dello studio di resti umani e dell’identificazione del vivente.

Il Laboratorio, formato da medici legali, antropologi, biologi, odontologi forensi e naturalisti, ha il triplice ruolo di effettuare ricerca scientifica, svolgere attività didattica universitaria nelle diverse discipline trattate e prestare consulenza tecnica forense nei diversi settori che riguardano i resti umani e l’identificazione.

Nello scenario giudiziario attuale che richiede competenze sempre più specialistiche, il Labanof è in grado di fornire personale qualificato per la ricerca e recupero di resti umani, sopralluoghi complessi, costruzione del profilo biologico di sconosciuti con ricostruzione facciale, identificazione di cadavere, gestione dell’identificazione di vittime di disastri di massa, studio di causa e epoca della morte di resti umani scheletrizzati, carbonizzati o decomposti (in particolare ricerca e interpretazione di lesioni traumatiche), ricostruzioni dinamiche di delitti in 3D, identificazione di soggetti ripresi in fotografie o filmati, valutazione dell’età biologica di viventi ai fini dell’imputabilità e in casi di adozione e studio di materiale iconografico per la valutazione del reato di pornografia minorile.

Nello staff figurano, tra gli altri, due nomi di spicco:

Prof. Marco Grandi,

Professore Ordinario di Medicina Legale

e delle Assicurazioni e Deontologia,

Corso di Laurea in Odontoiatria

e Protesi Dentaria,

Facoltà di Medicina e Chirurgia,

Università degli Studi Milano

e la notissima

Prof. Cristina Cattaneo,

Professore Associato della Facoltà di Medicina e Chirurgia.Direttore del LabAnOf;

Laurea in Scienze Biomediche (BSc);

Master (MA) in Osteologia, Antropologia, Archeologia Funeraria e Paleopatologia; Dottorato (PhD) in Scienze;

Laurea in Medicina e Chirurgia;

Specialista in Medicina Legale

e delle Assicurazioni.

Il corpo nel bosco

La sorella di Nadia, Annalisa, telefona anche durante una nuova puntata di “Chi l’ha visto?” dedicata alla donna misteriosa del bosco e dice che è proprio il particolare di una cicatrice, presente sulle ossa ritrovate, a farle ritenere che si possa trattare proprio di Nadia che aveva subito un’operazione alla testa. Mozzate, inoltre, sarebbe del tutto compatibile con le zone frequentate da Nadia.

Sul corpo viene rinvenuto, fra gli altri, un anello molto particolare di fili metallici intrecciati, di fattura artigianale, di cui non si dirà più nulla.

Ma se non ci sono dubbi su un possibile iniziale allontanamento volontario della donna, date le sue frequentazioni e la sua vita difficile – la morte della mamma in tenera età, poi lo choc della separazione dal marito e l’allontanamento forzato dei suoi due figli deciso dagli assistenti sociali, eventi dai quali lei non si era mai ripresa del tutto, l’uso di droga, intervenuta a gettare ancora più confusione in un quadro già molto critico- gli interrogativi rimangono su come sia morta.

A pochi giorni dalla puntata di “Chi l’ha visto”, l’antropologa forense Cristina Cattaneo dell’Istituto di medicina legale di Milano stabilisce la piena compatibilità fra le radiografie del volto e della bocca di Nadia con quelle del teschio trovato sottoterra. È proprio lei e non ci sono dubbi nemmeno sulla sua fine violenta. Secondo gli esami autoptici, infatti, la donna è morta per soffocamento, o strangolamento. Ma  da chi e perché forse rimarranno per sempre un mistero.

Voci…

In Procura a Como viene aperto un fascicolo a carico di ignoti, ma non approda a nulla. Da subito l’impresa appare ardua. Si vocifera che Nadia, dopo che il Tribunale le aveva tolto l’affidamento dei figli, non potendo contare sul marito, pare dedito all’alcool e probabilmente non troppo interessato, da circa un anno frequentasse un gruppo di marocchini o tunisini che giornalmente vendevano ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti. Ed è proprio ad uno di questi gruppi che Nadia si era forse legata per poterne usufruire della droga in cambio di vari servizi di sorveglianza.

C’è chi mormora che, forse nel tentativo di rubare delle dosi ai suoi datori di lavoro, sia stata scoperta e “punita”. Ma nessuno osa parlare a fondo della questione e il giallo sulla sua morte rimane tale. Voci, omertà, confidenze: la verità è invece un corpo ancora in attesa di giustizia.

Ipotesi alternative

Non è mai stata presa neanche lontanamente in considerazione l’ipotesi che la sventurata Nadia possa essere divenuta preda di qualche setta “satanica” dedita magari a sacrifici estremi. La donna sarebbe stata un’ottima vittima, data la sua vita travagliata.

Il corpo è stato ritrovato in una zona boschiva teatro di molti fatti criminosi. Basta digitare su un motore di ricerca “bosco di Mozzate” ed esce davvero di tutto:

3 Marzo 2010: “Trovato agnellino abbandonato nel bosco di Mozzate. Mentre passeggiava nel bosco di Mozzate, un giovane ha trovato un agnellino sotto un albero, probabilmente “dimenticato” da un pastore e il suo gregge durante il pascolo.”. O si trattava di una bestiola scampata a qualche rito sacrificale satanista?

13 Settembre 2012: “Donna ritrovata morta nel bosco di Carbonate. Era scomparsa dal 22 agosto, i genitori avevano sporto denuncia due giorni dopo e il suo corpo senza vita è stato ritrovato nei boschi di Carbonate, in una zona nota per lo spaccio di droga.

Il cadavere era in avanzato stato di decomposizione, nei vestiti non c’erano i documenti ma le indagini dei carabinieri di Mozzate hanno permesso di identificare il corpo di una donna di 45 anni, di Malnate, ex dipendente dell’ospedale di Tradate, negli ultimi tempi disoccupata”.

18 Agosto 2013: “Cadavere nel bosco di Mozzate. «Quel morto non è mio marito». Si infittisce il mistero del cadavere trovato la mattina di Ferragosto nel bosco stretto tra Locate Varesino, Mozzate e la provincia di Varese. Mentre l’autopsia non chiarisce del tutto le cause del decesso, la moglie di Michele Nigro dice ai carabinieri: «Quello non è mio marito».”.

29 agosto 2013: “Droga nei boschi di Mozzate: arrestato spacciatore 38enne. I boschi di Mozzate sono una nota meta per i tossicodipendenti della Bassa Comasca e del Varesotto, tanto da essere stati oggetto, anche recentemente, di numerosi servizi e di controlli da parte dei Carabinieri delle due Province lombarde.

La Stazione Carabinieri di Mozzate, in particolare, anche ieri ha svolto un servizio mirato alla repressione dello spaccio di sostanze stupefacenti nel bosco, riuscendo anche ad arrestare uno spacciatore.

I militari, infatti, hanno individuato e tratto in arresto un uomo residente nella Provincia di Varese, L.F., 38enne disoccupato, che già annovera alcuni precedenti proprio inerenti gli stupefacenti.”

3 aprile 2018: “Locate Varesino, delitto del bosco: arrestati tre ragazzi. A due settimane dall’omicidio di un 24enne, i carabinieri hanno arrestato tre persone. Un’aggressione degenerata, avvenuta nell’ambiente dello spaccio di stupefacenti al confine tra le province di Como e Varese. A due settimane dall’omicidio di Noureddine El Azyz, il marocchino di 24 anni senza fissa dimora, trovato senza vita la mattina la notte di venerdì 16 marzo in un campo lungo via Garibaldi a Locate Varesino, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Como hanno arrestato tre persone, ritenute coinvolte nel delitto. Si tratta di giovani connazionali, anche loro senza una fissa dimora, sottoposti nelle ultime ore a fermo di polizia giudiziaria.”

Questi tanto per rimanere tra le notizie degne delle cronache. E, tanto per la cronaca, segnaliamo che la distanza chilometrica tra Mozzate e Somma Lombardo in linea d’ aria è di 18.99 km e di 22.20 km in automobile. Per andare da Mozzate a Somma Lombardo in macchina si impiegano 25 min. Perché cito questa località? Perché è la zona delle Bestie di Satana.

Comunque la si voglia vedere, anche questa morte è ancora un mistero e rimangono dei parenti che non sanno come mai una giovane donna di 32 anni è stata ritrovata priva di vita, certamente uccisa. Come restano a piede liberissimo degli assassini.

Questo è stato una caso di cui si è parlato piuttosto poco. Una di quelle morti di serie B, che non hanno incontrato “i favori della cronaca”.

Paola Pagliari

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