INGIUSTIZIA E’ STATA FATTA. Cosa fanno oggi le “Bestie di Satana”.

INGIUSTIZIA E’ STATA FATTA. Cosa fanno oggi le “Bestie di Satana”.
Il bel gruppo delle Bestie di Satana

Recentemente ho approfondito la bruttissima vicenda delle “Bestie di Satana”, gruppo di assassini seriali della provincia di Varese, responsabili di induzione al suicidio e vari omicidi di matrice satanista, che riempirono le pagine di cronaca nera e colpirono profondamente l’opinione pubblica italiana. Furono 4 le morti accertate (tre omicidi e un suicidio indotto) e 18 presunte, tra scomparse e strani suicidi/incidenti, in un periodo che va dal 17 gennaio 1998, ma potrebbe essere di molto precedente, al 24 gennaio 2004 .

Chi sono e pene inflitte

Andrea Volpe (20 anni); Nicola Sapone (doppio ergastolo e isolamento diurno per 18 mesi); Paolo Leoni (ergastolo e isolamento diurno per 9 mesi); Mario Maccione (16 anni); Pietro Guerrieri (12 anni e 8 mesi); Marco Zampollo (29 anni e 3 mesi); Eros Monterosso (27 anni e 3 mesi); Questi gli anni di pena inizialmente inflitti. poi vedremo quante realmente ne hanno scontati.

Cominciamo parlando della signorina

Elisabetta Ballarin in una foto del 2004

Elisabetta Ballarin, “la dotta”.

Elisabetta Ballarin ha scontato la sua pena e dal maggio 2017, quasi 32enne, è libera in affidamento ai servizi sociali. Era dietro le sbarre da quando aveva poco più di 18 anni, condannata a 22 anni per il coinvolgimento nell’omicidio di Mariangela Pezzotta, uccisa il 24 gennaio 2004 a colpi di pistola e badilate dal suo ex fidanzato Andrea Volpe in uno chalet di Golasecca, Varese.

Leggiamo dalle cronache una descrizione quasi idilliaca, sicuramente molto indulgente: «“Non chiamatela mai più Bestia”. Un’adolescenza da sbandata, tra satanismo e musica metal, plagiata dalle droghe e dal fidanzato, con il delitto di Mariangela a fare da epilogo. Poi la morte del padre Alberto Ballarin, noto giornalista sportivo, nel 2005 stroncato da un attacco di cuore mentre per lei si celebrava il processo in Corte d’assise. Quindi a gennaio 2014 la scomparsa improvvisa anche della madre, Cristina Lonardoni, la donna che l’aveva sostenuta fino all’ultimo, vittima del monossido fuoriuscito da una caldaia di casa malfunzionante. Eppure Elisabetta non si è fatta piegare dalla sua storia di maledizione e ha trasformato il dolore in ostinata volontà di ritagliarsi uno spazio positivo nel mondo.

La Ballarin in una foto più recente

Mentre era in carcere si è messa sui libri – ha anche conseguito una borsa di studio del Comune per creare percorsi didattici museali – e si è laureata. Poi ha iniziato a dedicarsi a stage e lavori socialmente utili. Gli ultimi anni di detenzione li ha scontati in regime di semilibertà proprio per studiare e lavorare. Nel 2012 ha conseguito la laurea triennale con 110 e lode in Didattica dell’Arte all’Accademia di Santa Giulia di Brescia. Nel 2015 ha completato l’iter formativo con la specialistica in Comunicazione e grafica. Nel 2013 ha trascorso la stagione estiva facendo la guida turistica a Montisola, sul lago d’Iseo. L’anno seguente la si è vista entrare e uscire dalla redazione di un quotidiano locale dove ha trascorso 150 ore di stage. Nel frattempo – era il 2013 – ha scritto personalmente all’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per chiedere la grazia, una domanda sottoscritta anche dall’allora sindaco Adriano Paroli e dal padre di Mariangela Pezzotta. “Elisabetta ha capito i suoi sbagli, si vuole rifare una vita e cancellare quel periodo in cui non si riconosce più” aveva detto il suo legale, Francesca Cramis, di Busto Arsizio.»

Felice e sorridente oggi.

Facilissimo, come cambiare un paio di scarpe che non ci piace più. Ma approfondiamo il discorso della morte dei genitori.

Morte di Alberto Ballarin, padre di Elisabetta.

26 agosto 2005: «Lottava tra la vita e la morte da alcune settimane e stamattina, venerdì 26 agosto si è spento in ospedale. Il giornalista si era sentito improvvisamente male, per un attacco cardiaco, e non aveva più ripreso conoscenza. La figlia Elisabetta ha ottenuto il permesso dalla corte di Assise di lasciare la sua cella nel carcere di Opera per trascorrere alcune ore accanto al padre e così sabato la giovane, in carcere per le vicende legate alle Bestie di Satana, ha potuto correre al capezzale del padre che le è stato molto vicino in questi mesi del processo.

Alberto Ballarin, padre di Elisabetta.

Il giornalista stava concludendo il libro “I satanisti della mutua”», dove sarebbero stati svelati molti nuovi particolari sulla vicenda. L’annuncio della futura pubblicazione del libro era stato fatta dallo stesso Ballarin a “Varesenews”, tramite una lettera da Mombasa:

«Egregio Direttore,

sto rientrando dopo oltre un mese e mezzo di lavoro in Africa, e intendo ringraziare Lei ed i suoi collaboratori: appena trovavo un posto-internet, e tra il confine del Kenya e la Tanzania non è facile, il vostro giornale era una ricompensa alle ore di sbalzi e polvere in savana, per arrivare a sapere le vicende dei famosi “satanici” che la grande, lungimirante, astutissima procura di Busto Arsizio, ha inchiodato alle loro colpe.

I primi due omicidi erano avvenuti nell’88 ed il terzo è un reo confesso, ma la pubblicità che si ottiene da un caso del genere, farà impallidire anche l’ormai leggendario dott. Guariniello di Torino. Un po’ di pubblicità penso di fargliela anch’io, agli integerrimi eppure umani, comprensivi, giudici di Busto Arsizio.

Do a voi per primi la notizia, sta per essere stampato “SATANISTI DELLA MUTUA” CHE SPERO SIA UN GRANDE SUCCESSO EDITORIALE, IN QUANTO TUTTI I PROVENTI ANDRANNO A FAVORE DELLE FAMIGLIE DEI CARABINIERI CADUTI IN IRAK. Neppure un centesimo, neppure il rimborso delle spese voglio per me, ed è d’accordo anche il mio Editore, il cui nome sarà un’altra sorpresa. Vede, caro Direttore, molta gente vorrà sapere come mai anch’io sia tra gli imputati, accusato di “omicidio colposo”, e questa è una cosa che mi fa piacere svelare subito.

Avevo una pistola, regolarmente denunciata, nella mia abitazione di Milano, al quarto piano di una casa munita di porta corazzata e mi trovavo a 12.000 km da Milano, quando rubarono le chiavi che erano nella mia macchina, quindi si introdussero in casa mia e misero a soqquadro la libreria, per trovare la pistola. Con quella, il mostro uccise. Ed io, si dirà, cosa c’entro? Qui, vede, spunta tutta l’umanità, il perbenismo, il “distinguo” tra vittime e colpevoli che dei grandi, illuminati magistrati sanno fare.

Qualcuno, mi ha spiegato il mio avvocato, per la morte della Pezzotta, quel povero giglio infranto, deve pagare: e chi volete che sia quel qualcuno, se non un tizio al quale hanno rubato la pistola, distrutto la casa, rovinato la figlia, e tengono sotto sequestro la casa ad oltre un anno dal delitto? Scriverò tutto, nel mio “Satanisti della mutua”, rivelerò delle pareti dipinte di nero dal mostro, per meglio eccitarsi mentre faceva all’amore con le sue vittime, di chi pagava perché abitasse in quelle mura funeree e di chi pagava perché poi tornassero bianche. Si, ho tante cose da raccontare, qualche pagina in anteprima potrei anche darla a “Varesenews”, perché alla fine “mi sono rotto” ed ho intenzione di sputtanarne tanta, di gente. Con prove alla mano, date di ricoveri, di pagamenti affitti, eccetera eccetera.

Vuole scommettere, caro Direttore, che riesco anche a farmi mettere in galera? La ringrazio per l’attenzione, la prego, come me, di credere fermamente nella Giustizia. Quella Divina, ovviamente.»

Quindi Ballarin prometteva nuove rivelazioni, in particolare su Andrea Volpe. Il giornalista aveva anche sempre chiesto che il nome della figlia non fosse associato a quello delle Bestie di Satana, sostenendo che Elisabetta non conoscesse fino in fondo il torbido mondo del suo fidanzato, personaggio inquietante che non aveva mai fatto mistero di disprezzare.

Scorci di quotidianità solo apparentemente normali.

«Un criminale pericoloso che andava fermato prima ma che ha potuto andare avanti indisturbato grazie a chi non ha mai fatto niente». In sintesi il pensiero di Alberto Ballarin.

E nemmeno nei confronti della ragazza massacrata a badilate, l’uomo aveva risparmiato critiche. «Mariangela – disse – ha frequentato quel mostro per dieci anni, risulta dai verbali che fu massacrata di botte davanti alla sorella. Ma non ha mai mosso un dito per fermarlo. Ho le prove che, nonostante tutto, qualcuno pagava l’affitto dell’appartamento dove lei si ritirava con Andrea a fare l’amore».

Prove che dovevano finire nel libro che stava scrivendo con due colleghi «per raccontare l’altra verità sulle Bestie».

Secondo Ballarin «i contenuti dei diari di Mariangela erano ben noti a qualcuno, ma questo qualcuno ha finto di non sapere nulla. E continua a fingere. Ma ci sono documenti che comprovano come Mariangela accompagnò al Pronto Soccorso di un ospedale del Varesotto il mostro, in preda a overdose». Il papà di Elisabetta sosteneva che «c’era chi sapeva che il mostro era un drogato ed un mantenuto, come certamente dovevano saperlo i suoi parenti più stretti». E l’uomo si scagliò anche contro tali parenti che definiva «gentaglia che sapeva e che ha taciuto». Non nascose la sua rabbia nel sapere che il papà di Mariangela Pezzotta si era costituito parte civile anche contro di lui: «La decisione mi sembrava talmente mostruosa che ho dovuto leggere gli atti processuali per capire che era vero». E Annunciava: «Sarò io a costituirmi Parte Civile. Deliberatamente nel mio libro non parlerò di Mariangela perché i morti vanno rispettati, ma voglio dedicare un capitolo a chi sapeva e nulla ha fatto per impedire che un delinquente come il Volpe continuasse impunemente a delinquere. Contro questa gentaglia che vedeva una bambina presa nelle spire del mostro e nulla ha fatto per informarla, per farlo sapere ai genitori, per metterla in guardia, contro questi reali farabutti che hanno tenuto nascosta la loro vergogna per egoismo, venendo meno al dovere di ogni buon cristiano, di ogni buon padre, mi costituirò Parte Civile. Porterò una marea di prove e testimonianze, per dimostrare che quel criminale poteva essere fermato ed isolato. Ma solo se qualcuno avesse avuto un pizzico di coraggio e di lealtà».

Opera che avrebbe dovuto smontare alcune ricostruzioni della vicenda che Ballarin non accettava (era convinto infatti che il satanismo non c’entrasse nulla) e avrebbe dovuto anche svelare particolari inediti.

Ma Alberto Ballarin non ha più potuto rivelare nulla. Un tempestivo attacco cardiaco se l’è portato via.

Sorte migliore non ha avuto la mamma. Vediamo cosa scrissero i giornali locali.

Cristina Lonardoni. Era la mamma di Elisabetta Ballarin

Uccisa dal monossido la mamma di Elisabetta Ballarin

Cristina Lonardoni aveva 53 anni. La figlia stava ancora scontando la pena in carcere per il suo coinvolgimento nell’omicidio di Mariangela Pezzotta. La donna lavorava nella ex “Cooperativa Primavera” di Gallarate.

Come spesso avviene, le cronache del tempo ci regalano una versione rassicurante e semplice: «Non l’ha uccisa il dolore per la terribile vicenda della figlia, ma nulla ha potuto fare contro il monossido di carbonio, un killer silenzioso che le ha tolto la vita nella notte tra sabato 11 e domenica 12 gennaio 2014. Cristina Lonardoni è morta nella sua casa di via san Materno 3D, nel cuore della vecchia Cuirone, frazione di Vergiate, mentre era sul divano davanti allo schermo del suo pc: la caldaia ha sprigionato il gas letale a causa di un mal funzionamento. La donna era la madre di Elisabetta Ballarin. Cristina Lonardoni era stata vicina alla figlia in tutte le fasi del processo, cercando di aiutare quella che era un’adolescente a diventare una donna e a liberarsi dell’incubo nella quale era piombata e dal quale faticosamente sta cercando di uscire. La ragazza è stata avvertita della disgrazia nel carcere di Brescia dove è detenuta dall’avvocato Francesca Cramis, che l’ha descritta “distrutta” nell’apprendere la notizia.

Cristina Lonardoni abitava da anni nella vecchia corte di Cuirone: i vicini ne parlano come di una persona schiva, ma c’è chi sa bene quanto fosse attiva sia per il proprio piccolo borgo adottivo, sia per il suo lavoro. Era infatti impegnata a ricostruire i cocci della Cooperativa Primavera, di cui era responsabile del settore ristorazione prima del crack e poi portavoce dei suoi colleghi senza stipendio nel mezzo delle fasi processuali. Negli ultimi mesi la sua figura si è messa in evidenza nel tentativo, riuscito, di far ripartire la cooperativa sociale. Per questo e per la sua storia personale lastricata di difficoltà sempre affrontate con una determinazione ammirevole, chi la conosceva esclude che possa essere stato un gesto volontario. Sarebbe stata la caldaia malfunzionante a mettere fine alla vita di una donna che, suo malgrado, ha dovuto combattere per buona parte della sua esistenza».

Quindi una tragica fatalità. Facile no?

Ma andiamo anche un po’ a vedere dentro questa “Cooperativa Primavera”.

La Cooperativa Primavera e Quintino Magarò

Quintino Magarò in aula

Nella veste di direttore generale della “Cooperativa Primavera”, Quintino Magarò riesce a far aggiudicare la gara d’appalto del comune di Gallarate da 1,3 milioni “per attività integrative scolastiche per gli anni 2010-2012” alla sua cooperativa che non ha né i necessari requisiti tecnici, né quelli finanziari.

Un esposto della esclusa “Cooperativa Eurotrend” accende i fari su Magarò che viene arrestato, accusato di truffa ai danni dello Stato e condannato in primo grado nel 2013 e in appello nel 2014. Accusato di aver “limato” i contributi previdenziali versati, ha sempre detto di aver operato non per arricchirsi personalmente, ma per far stare la cooperativa sul mercato spietato delle forniture pubbliche.

La sottrazione sistematica di soldi spettanti ai lavoratori avveniva per piccole cifre, ammanchi che i lavoratori non avvertivano se non nel lungo periodo oppure in seguito ad un controllo della propria posizione all’Inps.

Politicamente il napoletano Quintino Magarò è sempre stato molto attivo: consigliere comunale a Gallarate della DC a metà anni 80, nel 2001 torna in consiglio comunale con il CDC-CDU, nel 2006 con l’Udc e nel 2011 con la lista di destra “Mucci Orgoglio Gallaratese”, quando ottiene il record di preferenze (385). Magarò lascia ufficialmente il consiglio comunale di Gallarate, a quattro anni dalle elezioni.

Lo ritroviamo, però, nel settembre 2016 all’inaugurazione del nuovo bar del Tribunale di Mantova, affidato in gestione alla cooperativa “Mar Multiservizi onlus” di Varese: «Lunedì 19 settembre si è tenuta la cerimonia con i gestori e le autorità. Al brindisi sono intervenuti il vice sindaco di Mantova Giovanni Buvoli, l’assessore alla Polizia Locale Iacopo Rebecchi, il presidente del Tribunale Luciano Alfani, la dirigente comunale Giulia Moraschi, Sara Magotti responsabile dell’Ufficio Legale del Comune, il presidente dell’Ordine degli Avvocati Paolo Trombini e Quintino Magarò della Cooperativa, oltre ai due gestori del locale. Il bar era chiuso dal 31 maggio dopo la rinuncia del precedente gestore. Per affidare il servizio il Comune di Mantova ha organizzato un bando di gara.

“Abbiamo lavorato bene per rendere più appetibile l’appalto – ha sottolineato Buvoli -. Ci sarà lavoro per due dipendenti mantovani, una persona era in attività nella precedente gestione ed è stata confermata. Abbiamo dato importanza anche all’aspetto sociale, considerato che la Cooperativa si occupa anche di disabili. Inoltre, abbiamo creato le condizioni favorevoli per l’esercizio dell’attività acquistando i mobili e le attrezzature”.»

E ritroviamo la cooperativa “Mar Multiservizi onlus” di Varese anche in un’altra circostanza: «Al bar della Provincia di Monza assunta la moglie di un condannato per mafia. Anna Saladino, moglie di Pio Candeloro boss della ‘ndrangheta, arrestato a Seregno nel giugno 2010 (Ordinanza Infinito) e condannato in via definitiva ad una pena di 20 anni, dal marzo 2015 lavora a Monza in via Grigna, sede della Provincia di Monza e Brianza. Sta dietro al banco del bar, si occupa della ristorazione, batte scontrini ed incassa. E’ stata assunta dalla “Cooperativa sociale MAR Multiservizi”».

Direttore operativo e responsabile degli inserimenti del personale della MAR Multiservizi, è proprio Magarò.

Insomma, una bella matassa ingarbugliata. Comunque, sta di fatto che la signorina Ballarin è libera e orfana.

FINE PRIMA PARTE

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