Gli ospedali psichiatrici prima della legge Basaglia -reportage da un ex manicomio piemontese

Gli ospedali psichiatrici prima della legge Basaglia -reportage da un ex manicomio piemontese

« La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere »

(Franco Basaglia)

 

Recentemente mi è capitato di esplorare un ex ospedale psichiatrico piemontese in disuso ma ancora molto ben conservato e, soprattutto, con all’interno ancora molte testimonianze di quella che era la vita dei pazienti in simili strutture. Devo essere sincera, questa visita mi ha molto emozionato. E’ stato in quel momento che ho deciso che, invece del solito reportage su un luogo abbandonato specifico, questa volta avrei cercato di andare oltre, cercando di capire quale fosse la situazione degli ospedali psichiatrici prima della legge Basaglia e, soprattutto, quali fossero le condizioni dei pazienti in queste strutture.

Le foto che accompagnano questo articolo sono state scattate da me all’interno della struttura, che si trova in  Piemonte e che, come molte altre dello stesso genere, ha visto avvicendarsi nel corso degli anni migliaia di pazienti psichiatrici, la maggior parte dei quali non era assolutamente malata.

Innanzitutto occorre cercare di capire cosa sia la cosiddetta legge Basaglia. 

La legge 180, Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori, del 13 maggio 1978, meglio nota come legge Basaglia (dal suo promotore in ambito psichiatrico, Franco Basaglia) è una nota e importante legge quadro che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio (il tanto discusso TSO), istituendo i servizi di igiene mentale pubblici. Successivamente la legge confluì nella legge 833/78del 23 dicembre 1978, che istituì il Servizio Sanitario Nazionale.

Sì, perché il SSN è una creazione tutto sommato recente del Welfare State italiano. Prima di quella data ogni regione agiva secondo proprie norme per quanto riguardava pratiche sanitarie, gestione di strutture ospedaliere e così via. Quindi si può dire che la legge Basaglia ed il nuovo Sevizio Sanitario Nazionale hanno in qualche modo inaugurato il moderno Welfare State. Se questo sia stato effettivamente un bene non saprei dirvi, onestamente.

Per inciso, nonostante le numerose critiche e le varie proposte di revisione, la legge 180 è ancora la legge quadro che regola l’assistenza psichiatrica in Italia.

Peraltro, nel 1978 solo nel 55% delle province italiane vi era un ospedale psichiatrico pubblico, mentre nel resto del paese ci si avvaleva di strutture private (18%) o delle strutture di altre province (27%).

Quello che invece è ormai noto a tutti è che per decenni gli ospedali psichiatrici sono stati la prigione di tante persone che avevano il solo torto di essere anticonformisti, originali, idealisti, gente “sopra le righe” che non si adattava a conformarsi con il resto della società. Così le donne che non accettavano matrimoni combinati o i ruoli convenzionali venivano bollate come nevrotiche o schizofreniche. Questo grazie (purtroppo) anche alla nuova teoria psicoanalitica di Freud, che vedeva praticamente quasi tutte le donne nevrotiche. I bambini e i ragazzi che mal sopportavano la scuola o la ferrea disciplina di un tempo venivano rinchiusi come ingestibili. Gli uomini che manifestavano insofferenza verso l’ordine costituito e verso la morale dell’epoca  venivano bollati come pazzi furiosi.

Questa una delle tante cartelle cliniche buttate a terra e calpestate, nell’ospedale che abbiamo esplorato. E’ datata 1943, ed appartiene ad  un bambino di 11 anni che non riesce a superare l’esame di seconda elementare. Un buon motivo per essere portato in un ospedale psichiatrico…

Come funzionavano gli ospedali psichiatrici

Da quanto sono riuscita a capire e dalle notizie trovate in rete e su alcune pubblicazioni, la maggior parte degli ospedali psichiatrici italiani, e sicuramente quello che ho visitato, funzionavano come delle vere e proprie città in miniatura. C’erano padiglioni per i malati, generalmente suddivisi in reparti per gli uomini e i reparti per le donne, c’erano zone comuni per le attività ricreative, c’erano gli alloggi per chi faceva andare avanti quelle strutture. In uno di quelli che abbiamo visitato c’era proprio la “casa delle suore”, che erano quelle che, insieme al personale medico, paramedico ed ausiliario, facevano andare avanti la struttura; c’era la calzoleria, la lavanderia, la chiesa (ovviamente), la sala raggi, lo studio dentistico e la sala operatoria per le patologie neurologiche. E qua si apre un dolorosissimo capitolo sulla gestione dei malati psichiatrici all’epoca.

La sala operatoria ancora intatta all’interno dell’ex ospedale psichiatrico. Qui venivano effettuate tutta una serie di operazioni,sicuramente anche la tanto discussa lobotomia.

I manicomi a quei tempi infatti erano soprattutto luoghi di contenimento fisico, dove si applicava ogni metodo di contenzione e pesanti terapie farmacologiche e invasive, dall’insulinoterapia  alla terapia elettroconvulsivante (meglio conosciuta come elettroshock), che per alcuni casi viene ancora  utilizzata. Ma erano anche i luoghi in cui si praticava, con una certa frequenza, la lobotomia, basata sulla convinzione che, privando il soggetto di determinati centri nervosi, lo si potesse controllare meglio e si potesse migliorare la sua situazione clinica. Purtroppo invece era solo un metodo per mettere il paziente in condizione di non dar più fastidio, soprattutto agli operatori.

Per Lobotomia ( detta anche leucotomia prefrontale)si intende quella particolare procedura neuro-chirurgica che consiste nel sezionare le connessioni nervose da e per la corteccia prefrontale, la parte più anteriore dei lobi frontali. Si tratta in pratica di  una distruzione controllata della sostanza bianca, che può portare alla contemporanea asportazione di sostanza grigia, con conseguenze che vanno dalla modificazione della personalità alla catatonia totale. Molti sono gli esempi di tale pratica riportati dalla cinematografia, da Qualcuno volò sul nido del cuculo,  a Shutter Island.  Quello che in tanti non sanno è che questa pratica, pur essendo ormai desueta non è mai stata abolita ed occasionalmente se ne fa ancora uso.

Fu  il neuropsichiatria portoghese António Egas Moniz, nel 1935,  a sperimentare la prima lobotomia su un essere umano. Lo stesso Muniz  nel 1949  ricevette il premio Nobel per la medicina.

Con il passare degli anni è vero che la lobotomia venne accantonata, ma al suo posto arrivarono molti nuovi farmaci. Negli anni 50 infatti furono sviluppati i primi psicofarmaci, in particolare l’antipsicotico clorpromazina. Il  loro uso sostituì le precedenti “terapie”. Certo, si trattava già di un passo avanti, soprattutto riguardo la dignità dei pazienti, ma non mancarono le posizioni critiche, dovute ai gravi effetti collaterali quali la discinesia tardiva. Gli stessi  pazienti spesso si opponevano alla psichiatria e rifiutavano, o cessavano, l’assunzione di queste sostanze quando non sottoposti al controllo psichiatrico. Cresceva inoltre l’opposizione all’uso degli ospedali psichiatrici e si facevano strada tentativi di riportare le persone alla comunità attraverso gruppi collaborativi autogestiti – comunità terapeutiche – non controllati dalla psichiatria.

In questo clima si diffuse sempre più quella corrente nota con il nome di “antipsichiatria”. La storia dell’antipsichiatria è lunga e complessa, ma sta di fatto che è anche grazie a questo nuovo modo di concepire i pazienti che sono stati fatti molti passi in avanti, ed è anche grazie ad essa che si è arrivato alla legge Basaglia. In pratica questa nuova concezione vede il paziente non più come un malato senza possibilità di recupero se non in una struttura, anzi, vede nella società e nei legami familiari ed affettivi la vera salvezza di molte di queste persone. E’ stato questo lo spirito che ha portato Franco Basaglia a scrivere la sua legge e ad abolire, di fatto, gli ospedali psichiatrici.

Uno dei corridoi sul quale si affacciavano le stanze dei pazienti, con ancora le sedie su cui si sedevano per stare vicini e far passare il tempo

Il punto è che dopo questa decisione c’è stato, a mio modo di vedere, un pesante vuoto amministrativo e legislativo, perché non si è tenuto conto delle molte famiglie che, per tutta una serie di motivi, non potevano (e non possono) farsi carico di una persona con determinati problemi e non si è neanche forse tenuto conto del fatto che per molti pazienti ha costituito un enorme trauma uscire da quello che per loro era -comunque- una base sicura. Molte di queste persone non sono più riuscite a riacquisire il loro ruolo nella società, non hanno riacquistato né la serenità né la salute.

Forse bisognerebbe ripensare seriamente alla legge Basaglia, cercare di renderla più aderente alle necessità della società moderna, in cui una famiglia non può, il più delle volte, permettersi di tenere un congiunto con determinate necessità in casa. Sia per problemi economici che per problemi logistici. Non si può far finta che chiusi i manicomi tutto vada bene perché, purtroppo, non è così.

In questo istituto i pazienti avevano a disposizione due giardini interni, in cui potevano passeggiare e prendere un po’ d’aria.

Vorrei concludere questo articolo con le mie personali impressioni sui luoghi visitati. Ebbene, girando per gli stanzoni in cui si svolgevano le attività comuni, tra le stanze in cui erano alloggiati i singoli pazienti, vedendo i vari reparti medici ho comunque provato sì, tanta tristezza, ma ho anche pensato al fatto che, forse, molte delle persone che in quei posti hanno passato molti anni della loro vita, o addirittura lì hanno visto finire la propria esistenza, sono state comunque in compagnia, hanno forse potuto condividere momenti brutti ma forse anche belli con qualcuno, invece che nella più completa solitudine, magari confinati in una stanza della loro casa dai famigliari perchè si vergognavano di loro.

E se è vero che molti di questi luoghi sono sicuramente tristi, aleggia comunque un sottofondo di umanità. O forse chissà, si tratta solo di una mia illusione.

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