INGIUSTIZIA E’ STATA FATTA. I protagonisti ieri e oggi. (terza parte)

INGIUSTIZIA E’ STATA FATTA. I protagonisti ieri e oggi. (terza parte)

Pietro “Wedra” Guerrieri, il tatuatore. Con lui iniziano i saldi

Viene arrestato anche Pietro Guerrieri, 28enne tossicomane con il cervello ormai cotto da cocaina e chissà che altro.

Una vita diventata un incubo, dopo quella maledetta notte: due ricoveri per problemi psichiatrici (psicosi acuta esogena, la diagnosi), il terrore di poter essere ucciso in ogni momento, la schiavitù dalla cocaina. E il tentativo di mantenere l’apparenza di una vita normale, di continuare a lavorare come ragioniere in una grande impresa, la “Delchi”.

Si scopre che proprio a lui, il 15 gennaio 1998, Andrea Volpe aveva dato l’ordine di andare nei boschi di Somma Lombardo per scavare una fossa profonda due metri: «non fare domande, vai e scava˗ gli disse Volpe ˗la fossa servirà per raccogliere il sangue durante il sacrificio rituale che faremo la notte di plenilunio». Tutto normale.

Guerrieri successivamente ammette infatti d’ aver scavato la buca dove sono stati gettati Fabio e Chiara.

In una conversazione intercettata dagli investigatori tra Pietro Guerrieri e il padre, è chiara la descrizione dei fatti e il coinvolgimento di Volpe e Sapone.

Pietro: «Loro sanno che io ho scavato…».

Il padre: «Lo hanno detto Volpe e Nicola Sapone. Sanno chi ha dato la martellata?». Pietro: «Mario! Ne avrà date una ottantina di martellate… Volpe e Nicola…loro sono già in galera. Hanno parlato che io ho scavato la buca! Però eravamo io, Volpe e Nicola, e Andrea. Ma Andrea poi è morto».

Andrea Bontade aiutò Volpe e Sapone a scavare la famigerata fossa in cui Chiara e Fabio vennero seppelliti, ma non si presentò al momento del duplice delitto, decretando così la propria condanna a morte.

Pietro raccontò agli inquirenti: «Tutto è cominciato per colpa della droga… da quando ho diciotto anni io mi faccio di coca… sempre di più. Sto uscendo di testa. L’incontro con Nicola Sapone e Andrea Volpe avvenne al pub Midnight di Porta Romana, in centro a Milano. Ci vedevamo lì e al parco Sempione. Anche loro avevano la passione per i tatuaggi… da lì è cominciato tutto». E certo: dalla passione per i tatuaggi allo scavare fosse per gli amici il passo è breve.

La notte del 17 gennaio 1998.

«Due giorni prima mi hanno chiesto di andare in quel bosco… a Somma Lombardo… e di scavare una buca di due metri di profondità. Faceva un freddo terribile, la terra era gelata, ci abbiamo messo un sacco di tempo».

Possibile che Guerrieri non abbia capito? Sono davvero tutti così cretini? Francamente pare davvero difficile da credere. Invece lui insiste.

«No – giura e spergiura Pietro – pensavo volessero punirli quei due, ma non ucciderli e poi… ero sotto di droga, non riuscivo nemmeno a capire quello che stava succedendo». Eccola lì la scusa che spiega e giustifica tutto. “Ero fatto, bevuto e fumato”. Vabbè, vallo a raccontare a qualcun altro.

Punirli perché, nelle loro menti totalmente folli, Chiara era la Madonna e Fabio, voleva rubare il posto a Mario (Maccione). A ecco, ora davvero è tutto chiaro e razionale.

Messe nere e riti satanici

«All’inizio pensavo che fosse un gioco ˗ giura Pietro ˗ ma poi ho capito che quelli facevano sul serio. E ho cominciato ad avere paura».

«Già dopo 15 giorni me ne volevo andare da quel gruppo. Ma sono costretto a restare per le minacce di morte verso di me e verso la mia famiglia. Quello che ho fatto l’ho fatto perché ero obbligato a farlo».

Così si è sempre difeso Guerrieri fin dai primissimi interrogatori. Buona la giustificazione: mi costringevano a farlo. Ed evidentemente gli devono pure aver creduto, visto che è stato il primo ad uscirsene di galera.

Poverini, tutti avevano una gran paura, questi prodi ragazzoni.

Poco prima che l’arrestassero nella sua casa a Brugherio, Wedra dice al padre che nel cassetto della sua camera c’è una lettera, di leggerla e consegnarla ai carabinieri. Il testo risalirebbe al 7 aprile 1999 circa un anno dopo l’omicidio di Fabio e Chiara.

Guerrieri scrive di temere per la sua vita. Parla di minacce e anche di aver perso molti soldi.

«Sono predestinato. Se mi succede qualche cosa sapete chi è stato. Ho perso la connessione mentale per le droghe e per i tatuaggi. Ero bravo in disegno e sono tatuatore. L’uso delle droghe ha cominciato ad essere grave con le mie sconnessioni, e per me non c’è stato verso di riprendermi. Il mio papà è sempre stato in pensiero per me sapendo che frequentavo brutti giri. Ma per me, come drogato, non erano così pericolosi. Chiedo a chi legge questa lettera di proteggere mio padre, mia madre e mio fratello da satanisti mafiosi perché ho paura. Per la mia ingenuità e la mia scarsa attenzione ne verrò ucciso. Io sono sotto l’effetto di droghe, sto diventando sterile e sospetto che mi avvelenino. Sospetto che ci sia un piano per eliminarmi».

Una lettera disperata, con l’indicazione precisa della data “mercoledì 7/4/1999” e perfino dell’ora “h. 10.59 p.”. Era angosciato.

La sua vita era diventata un incubo. La droga, due ricoveri per problemi psichiatrici, la paura che da un momento all’altro la setta decidesse di ucciderlo.

Mi desta qualche preoccupazione quando parla di “satanisti mafiosi”. Non era forse il caso di approfondire? Possibile fosse solo un termine sparato lì a caso da una mente bacata dalla droga?

Pare però che successivamente il suo morale si fosse di molto risollevato, se si presta fede a quanto riportato in una intercettazione del 1° giugno 2004, rivolgendosi al padre, di cui si riporta uno stralcio trovato in rete:

«Tollis appena lo becco lo massacro, almeno vado in galera per qualcosa.»

«Promettimi che lo pesti… se lo becchi in giro pestalo» (sempre riferendosi al Tollis)

«Per satanismo non ammazzerei nessuno.»

«Andiamo a prendere un paio di manganelli per sprangare Tollis.»

No comment.

Libero per primo dopo soli 7 anni.

I suoi terrori però non si sono avverati. E’ vivo e libero. È stato l’unico che al processo si sia abbandonato, in lacrime, a una dichiarazione di pubblico pentimento, l’unico a risarcire le famiglie di Fabio Tollis e Chiara Marino. Ed è stato premiato, infatti è stato il primo a recuperare la libertà, nel maggio del 2012, dopo avere scontato solamente sette anni della condanna a dodici anni, 7 mesi e 20 giorni per la precisione, e avere trascorso un anno in prova in una comunità in Toscana. È tornato a vivere a Brugherio, con la madre, e dichiara di non avere nulla da dire. Appalusi.

Secondo l’accusa, anche Eros Monterosso e Marco Zampollo sapevano, unitamente a Leoni e Guerrieri. Anzi, sarebbero stati proprio i mandanti occulti del delitto, i “sacerdoti del rito”, anche se di ciò non vi è stata prova al di fuori delle dichiarazioni dei testimoni.

Marco Zampollo “Ferocity”, «vi faccio un voodoo».

Marco Zampollo, nome di battaglia “Ferocity” è nato a Milano il 23 Luglio del 1978 e all’epoca aveva 26 anni. Ferocity suonava la chitarra nel gruppo Inverted cross, croce invertita ed era amico di infanzia di Fabio Tollis. Al processo svoltosi dall’8 al 15 Maggio 2007 presso la Corte d’Assise d’Appello di Milano è stato condannato a ventinove anni e tre mesi per aver preso parte tre omicidi, due tentati omicidi, una induzione al suicidio, rapine e porto illegale di armi. Insomma, un bravissimo ragazzo che da subito, come da copione, aveva tentato di negare tutto.

All’inizio della vicenda la madre di Marco Zampollo dichiarò di aver saputo che il figlio assumeva droghe solo in occasione della prima perquisizione a casa da parte degli agenti, essendo stato il figlio stesso ad ammettere alla madre di aver nascosto in casa un po’ di fumo. Premio per la madre dell’anno anche a questa donna.

Marco Zampollo, ai giornalisti che si avvicinavano alla gabbia per sentire un suo commento sulla sentenza, si limitò ad una battuta: «Non statemi così vicino perché vi faccio un voodoo». Simpatico.

Anche lui si è unito al sito web in cui Franceschetti, Volpe e Sapone si ripromettono di “dire la verità sull’enorme inganno mediatico giudiziario conosciuto come il processo alle bestie di Satana”. Ancora più spiritoso.

EROS MONTEROSSO, “Kaos”, «No. Non ricordo». Lo smemorato

Sul citofono di casa di Eros Monterosso campeggiava una stella a cinque punte disegnata in un cerchio con i numeri «666».

Anche lui inizialmente tenta di negare tutto, ma è colui che morse sul collo Fabio.

Lasciamo che sia lui stesso a raccontarsi, attraverso le dichiarazioni rese agli inquirenti.

«Ho iniziato verso il 1996 a frequentare la Fiera di Senigallia, in quanto comunque già frequentavo centri sociali e altri locali dove c’erano vari gruppi darked altro e si riunivano anche in Fiera di Senigallia. Qui nel ‘96 conobbi appunto Mario Maccione, conobbi Marco Zampollo, Fabio Tollis che erano in compagnia di altra gente».

Francamente, mi sfugge l’utilità sociale di tali centri che producono delinquenti ed assassini in quantità industriale.

«Niente, successivamente conobbi sempre in Fiera di Senigallia Leoni che mi presentò Nicola Sapone. Invece il Guerrieri mi fu presentato da Marco Zampollo e Mario Maccione in quanto mi dovevo tatuare e mi dissero che era un bravo tatuatore e niente, me lo presentarono. Volpe me lo presentò mi sembra nel novant… sì, fine 96 – 97 me lo presentò Nicola Sapone.»

Sembra quasi la versione mostruosa de “Alla fiera dell’Est”: “E venne Maccione che mi presentò Zampollo, che mi fece conoscere Leoni, che si portò dietro Sapone, che aveva al seguito Volpe, che alla Fiera di Senigallia mio padre portò…”. Spaventoso.

DOMANDA – senta, che connotazione aveva questo gruppo, era un gruppo satanico, era una setta satanica?

RISPOSTA – no.

DOMANDA – ha mai sentito parlare di Bestie di Satana?

RISPOSTA – no, questo non ho mai sentito parlare. L’unica cosa che comunque tutta la compagnia che frequentava la Fiera di Senigallia dalla parte dei metallari, le compagnie che giravano al Midnight piuttosto che al Revenge che era un altro locale dove c’era musica metal, che era la stessa compagnia che si ritrovava al parco Sempione, comunque c’era il boom della musica metal estrema, quindi erano tutti vestiti nella stessa maniera capelli lunghi, tutti vestiti di nero, croci rovesciate, maglie di gruppi. Quindi c’era più una connotazione molto estetica del satanismo. Non mi sembrava che ci fosse qualcosa di reale.

OMANDA – benissimo. Senta, venendo appunto a quella serata del 17 gennaio, pomeriggio e sera del 17 gennaio 1998, lei qui invece ricorda molto bene quello che era successo quel giorno?

RISPOSTA – sì, abbastanza. Io ricordo abbastanza la giornata come la passai. Non posso escludere che quel sabato pomeriggio potesse essere in Fiera di Senigallia, perché comunque era una presenza quasi fissa e quindi sinceramente se c’era o meno. Solo che alla sera verso subito dopo ora dopo di cena andai a una dimostrazione di arti marziali del mio istruttore, Roberto Bonomelli, in un (…) in piazza Velasca e niente, finita questa dimostrazione, mi trattenni a fare quattro chiacchiere con lui e con i miei compagni di corso, poi presi la metropolitana linea gialla e andai verso il Midnight. Niente, arrivai al Midnight e incontrai un po’tutti gli amici.

DOMANDA – a che ora approssimativamente?

RISPOSTA – ma verso saranno state le 11, 11 e un quarto grosso modo. Mi ricordo che incontrai che c’era Leoni, c’era Marco Zambruni con la sua fidanzata, c’era il Sapone, c’era il Tollis, c’era la Marino, c’era il Magni, c’era il Del Fiol, mi sembra di ricordare anche che era anche con delle sue amiche, che c’era lo Zampollo, c’era il Guerrieri e poi c’era tutto il resto della compagnia che frequentava il Midnight comunque.

DOMANDA – il Volpe c’era?

RISPOSTA – sì, sì, c’era Andrea Volpe.

DOMANDA – Leoni l’ha visto?

RISPOSTA – sì, sì.

DOMANDA – quindi sostanzialmente c’erano tutti?

RISPOSTA – sì, sostanzialmente sì.

E niente…

DOMANDA – senta e niente, poi appunto cosa è successo?

RISPOSTA – lì dentro nella compagnia c’era una ragazza con cui avevo una relazione sentimentale e come spesso capitava il sabato sera mi allontanai con lei, anche perché ci facevamo prima un giro nel circondario e poi a volte ci appartavamo in un cantiere nei pressi del Midnight dove stavano costruendo delle case, ci appartavamo insomma per stare un po’ in intimità diciamo. E niente, quando tornai al Midnight incontrai il signor Michele Tollis in compagnia del…c’era lo Zampollo, c’era mi pare il Marco Zambruni, il Leoni, Massimiliano Magni e il Del Fiol mi sembra. Io già il papà di Fabio lo conoscevo di vista, e niente mi chiese se avevo per caso visto Fabio quella sera. Mi raccontò un attimo la storia che aveva ricevuto una telefonata di Fabio che gli disse che voleva rimanere fuori a dormire, che lui essendo contrario era venuto al Midnight a prenderlo, ma non l’aveva trovato all’interno del locale.

Michele Tolllis, papà di Fabio, vittima delle Bestie.

DOMANDA – senta, a che ora lei è tornato al Midnight approssimativamente, se lo ricorda?

RISPOSTA – questo non ricordo, perché comunque mi ricordo che quando arrivai c’era già il signor Tollis, quindi…

DOMANDA – senta, lei quindi andando avanti, quindi lei ritorna al Midnight, si trattava quindi di notte evidentemente, quindi della notte del 18, tra il 17 e il 18?

RISPOSTA – sì.

DOMANDA – ecco, che cosa ricorda poi successivamente?

RISPOSTA – niente, ricordo appunto il papà del Tollis si è fermato un attimo con noi per cercare di capire cosa fosse successo e niente, venni a sapere appunto mi dissero che Fabio e Chiara si erano allontanati da soli e poi mi dissero che niente, non c’erano più né Sapone, né il Volpe, né il Maccione perché erano andati al Nautilus.

Qui ci vuole un esorcista.

In aula il primo a parlare era stato l’avvocato Guglielmo Gulotta, difensore di Eros Monterosso, che presentò la richiesta di rito abbreviato per il suo assistito, e chiese anche alla Corte di Assise di ascoltare un esorcista, proponendo il nome del frate cappuccino Cipriano De Meo. «La lista testi del pm – spiegò il legale – trasuda diavolo da tutte le parti: ci vuole quindi un esorcista che rimetta le cose a posto». Altra richiesta dell’avvocato: ascoltare come testimone il professor Giuseppe Sartori, neuroscienziato, che «ha esaminato Monterosso e ha riscontrato nel suo cervello alterazioni che non gli permettono di assistere al processo».

Diavolo più cervello alterato dalle droghe. Se va, ha le gambe, come si dice.

Lucia Amighetti, mamma di Eros Monterosso venne ascoltata in aula: «In casa mia c’erano più simboli sacri che in chiesa, a paragone» disse la signora cercando di dissociare il figlio dall’alone di satanismo che permeava la vicenda. «Eros soffriva molto nei primi mesi nel ’94, aveva problemi sentimentali, a volte piangeva. In un mese e mezzo fece due incidenti d’auto. Poi un giorno mi ha salutato, e quando l’ho rivisto era in cella» ricordò in lacrime. Insomma, praticamente un santo che non sapeva guidare.

Eros Monterosso, commentò la sentenza con una dichiarazione ambigua: «Non pensavo che la situazione finisse così, ci sono stati troppi scheletri negli armadi e non sono stati svelati all’opinione pubblica». Allora, invece di parlare per enigmi, svelali!

NICOLA SAPONE “Onussen”, last but not least.

Nicola Sapone, idraulico e incensurato, di origine calabrese, ma da anni residente a Dairago, aveva condotto fino ad allora una vita all’apparenza quasi “normale”. Ora sta scontando due ergastoli. Personaggio viscido, crudele, ha sempre cercato di defilarsi.

Fu proprio Sapone ad ordinare a Volpe di tenere d’occhio Andrea Bontade, anche se pare che il più accanito nel desiderare la morte di Bontade fosse Marco Zampollo, che ne aveva fissato anche una data, la notte della festa della luna, nel luglio del ’99 poi “saltata”.

Una sera Sapone versò dell’LSD nel caffé di Bontade, con effetti terribili. «Bontade non si riprese più dopo quella volta» secondo il racconto di Volpe. «Rimase immobile per 24 ore filate, in preda alle allucinazioni indotte dalla droga, mentre Sapone si divertiva ad umiliarlo». Poi, la sera del 21 settembre, Sapone salì in macchina con Bontade, gli mise in mano diecimila lire e gli disse chiaro e tondo: «O lo fai tu, o lo facciamo noi». Più tardi, nella notte, lo schianto a 180 all’ora tra Somma Lombardo e Gallarate. Delitto perfetto, con tutta l’apparenza di un suicidio.

Ha sostenuto l’estraneità ai fatti di Sapone Paolo Franceschetti, avvocato piuttosto controverso che «cercherà di dimostrare che Sapone non ha fatto nulla di ciò che raccontano, perché la vicenda delle Bestie di Satana è una farsa, una delle tante che i giornali ci raccontano per manipolare le masse». Per capire la sua teoria, basta leggere “Bestie di Satana. A colloquio con Nicola Sapone” del 15 luglio 2012.

Paolo Franceschetti

«So che lui non è mai stato nel bosco di Somma Lombardo quella notte del 17 gennaio 1998 e non ha mai ucciso nessuno; se avesse ucciso a coltellate Fabio e Chiara, avrebbe avuto gli abiti inzuppati di sangue e sporchi di terra, e la notte non avrebbe potuto tornare a casa senza che i familiari se ne accorgessero e senza lasciare tracce ovunque. Siccome sono stato in quel bosco, ho potuto constatare che in quel punto le radici sono talmente fitte che i ragazzi avrebbero dovuto avere una ruspa, essendo impossibile scavare con una vanga e un piccone. So che i mozziconi di Diana Blu che hanno ritrovato sul luogo del delitto facevano parte di una messinscena, perché dopo sei anni di una sigaretta non rimane la minima traccia, e quindi queste sono state messe lì dagli inquirenti, oppure è un’invenzione dei periti; so che non può aver messo alcun riccio nella bocca di Fabio, perché si sarebbe ferito le mani, e l’indomani i testimoni (amici e familiari) avrebbero notato le ferite. So che Mariangela Pezzotta è stata uccisa da Volpe senza alcun mandato da parte di Sapone.»

Sa tante cose Franceschetti, ma di prove delle sue affermazioni mi pare non ne fornisca molte.

Comunque questo bel personaggio del Sapone, che di pulito pare avere solo il nome, disse a Michele Tollis, papà della vittima Fabio Tollis, che se lo avessero condannato all’ergastolo si sarebbe ucciso. Non risulta l’abbia fatto, anzi…

Problemi in cella. “Voglio la cella singola. Mi facciano stare tranquillo”.

Pure in carcere ha dato qualche problema, infatti nel 2006 subisce una strana aggressione ed un furto, mentre era detenuto nel carcere milanese di Opera .

Sapone, come riferito dal suo difensore, l’avvocato Francesca Cramis, già da tempo temeva per la sua incolumità. Per questo aveva scritto al direttore di Opera chiedendo di essere trasferito dal primo reparto, quello dove è avvenuto il pestaggio, in uno più sicuro. «Chiedeva di andare dove ci sono le celle singole – spiegava il legale – e gli è stato risposto che non c’era posto». Poi, mentre si trovava nel corridoio del reparto «il mio concellino – disse Sapone all’avvocato – mi ha sbattuto in una cella e subito sono arrivati gli altri tre. Non credo che sia dipeso da lui, penso sia stato istigato dagli altri».

Di quel che è poi successo non ricordava molto: era stato preso a pugni e, quando si trovava in infermeria per le medicazioni (quattro giorni di prognosi), era stato anche derubato. «Dalla sua cella sono spariti – aveva precisato il difensore – i vestiti, quelli nuovi, una radiolina e il codice penale che gli aveva regalato la sorella». Di questo pestaggio c’è un rapporto del carcere dove sono esposte le due versioni: quella di Sapone che sostiene di essere stato aggredito per i delitti di cui è accusato e quella del suo compagno di cella, un detenuto di 28 anni finito sotto procedimento disciplinare, che invece affermava di essere stato offeso. Quel che è certo è che pugni e schiaffoni sono volati e che probabilmente poteva andare peggio se non fossero intervenuti gli agenti di polizia penitenziaria.

Subito dopo la vicenda, Sapone, che non sporse denuncia, venne trasferito in un reparto speciale di Opera, chiamato «protetti», dove è rinchiuso generalmente chi ha commesso crimini efferati, pedofili, transessuali o i collaboratori di giustizia. «Non voglio stare lì – aveva protestato con il suo avvocato – perché sono innocente e adesso mi tocca stare con pedofili e pentiti. Devo stare in galera e lo accetto, però almeno mi facciano stare tranquillo». E che diamine, poverino!

Ma le lamentele del Sapone non si fermarono lì: ebbe anche da dire perché, a causa del pestaggio, gli era saltato il programma carcerario in base al quale avrebbe dovuto lavorare come addetto alle pulizie e idraulico. Cosa che gli avrebbe permesso di non dover gravare sulle spalle del padre. Ma che figliolo premuroso.

«Spero di essere trasferito al più presto», aveva aggiunto al suo avvocato, il quale inoltrò quindi un’istanza al Provveditorato Regionale dell’amministrazione penitenziaria chiedendo il trasferimento a san Vittore al carcere di Busto Arsizio. Viene poi assegnato a Padova.

Il papà Paolo diceva recentemente di lui: «Mio figlio nel carcere di Padova ha lavorato per un paio d’anni in un call center. Si è diplomato in ragioneria e poi si è iscritto a filosofia. Giovedì ha sostenuto un esame con 30 e lode, fra qualche mese la laurea. È successo quello che è successo. Senza logica, senza un perché. Di Nicola mi sento di dire soltanto che gli ho creduto dal primo momento. L’ho cresciuto da solo, come ho fatto con l’altra mia figlia. L’ho avuto sempre sotto controllo».

Sapone ha sempre negato la sua partecipazione alle efferatezze delle Bestie per definirsi invece vittima di “Isidon”, Andrea Volpe, e adducendo comodi vuoti di memoria.

Andrea Volpe

Tirando le somme: avevano tutti il terrore di essere eliminati dalla setta, ma ciò non è avvenuto, anzi.

Michele Tollis, papà di Fabio, di cui parleremo dell’ultimo articolo dedicato alle Bestie di Satana, aveva detto: «Spero che per parecchi anni non sarete in circolazione perché siete persone, e vi considero ancora persone, pericolose. Se ho la certezza che tutti siete sotto chiave finché campo, morirò soddisfatto perché avrò raggiunto lo scopo della mia vita».

Purtroppo, come abbiamo visto, parecchi sono già in circolazione e, giustamente, Tollis si chiede se sia opportuno, visto che non vi è nessuna certezza che non possano tornare ad uccidere di nuovo.

Di questo, in effetti, bisogna davvero aver paura.

La sensazione che rimane è che non sia tutta farina del loro sacco. Si è trattato di una serie di omicidi/suicidi, forse ancora non tutti venuti alla luce, perpetrati con strategie di manipolazione mentale talmente efficaci e sofisticate da far pensare che dietro le azioni di questi giovani bacati da alcool e droghe si nascondesse forse qualcun altro. Una mente crudele che ha sfruttato le braccia di un branco di imbecilli senza arte, né parte.

E, proprio per questa sensazione, ritengo che i timori di Michele Tollis siano quanto mai fondati.

Ne parleremo nel prossimo articolo.

Paola Pagliari

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