Francesca e Filippo, separati dallo Stato.

Francesca e Filippo, separati dallo Stato.

Quella di cui andiamo a raccontare ora è la storia di Francesca e di suo figlio Filippo, separati in virtù di uno strano “interesse del minore”.

Francesca, classe 1981, è nata in Cile, da una quindicenne ritenuta mentalmente fragile. Francesca viene quindi portata in un Istituto. A 2 anni e mezzo viene adottata da una coppia di italiani del centro Italia.

Francesca ha uno strano ricordo del viaggio in aereo per giungere in Italia: era con un amico di famiglia che chiamava “zio” ed un’altra bambina brasiliana che, secondo lei, era stata rapita. Al suo arrivo in aeroporto a Roma viene fotografata, perché scambiata per l’altra bimba.

Con la famiglia adottiva i rapporti non sono buoni. Francesca si sente più vicina al padre, col quale ha persino una rassomiglianza fisica. In Italia le viene cambiato il nome e la madre fa di tutto per farle dimenticare il Paese d’origine.

La sua vita era troppo protetta: aveva una bella cameretta, ma non poteva giocarci; aveva bei vestiti, ma non poteva sporcarsi e via di questo passo.

La madre la picchiava con violenza, una donna che aveva subito tre aborti e cui era morto un bambino di soli otto mesi. Forse, afferma Francesca, i bambini erano due, non ricorda con precisione. La cosa che l’aveva sempre meravigliata era che non vi fossero fotografie dei bambini in vita, ma solo da morti.

Avrebbe voluto studiare oltre la terza media, ma la madre non glielo aveva permesso, perché doveva stare a casa.

Il rapporto con il padre era decisamente migliore: con lui usciva, giocava, era serena.

Non aveva molte amicizie, perché veniva vista come “straniera”, solo con i cugini e, probabilmente, a 7/8 anni subisce anche violenza da parte di uno zio acquisito, fino all’età di 12 anni.

Su indicazione della scuola, proprio in quel periodo viene portata da uno psicologo perché piangeva sempre. E non è difficile, ora, capirne il motivo.

Il padre purtroppo muore piuttosto presto e lei fatica a stare con la madre che, dopo soli sette mesi dalla morte del marito, aveva intrapreso un’altra relazione.

A 15 anni scappa di casa e finisce a Napoli dove dorme in stazione e lavora in un ristorante come lavapiatti ed aiuto cuoca. Qui conosce un giovane, militare a Pordenone, dove si trasferisce. Stanno insieme per otto anni, poi lui la lascia per un’altra.

Torna allora a Roma dove incontra un amico di famiglia con cui poi intraprende una relazione che avrebbe dovuto sfociare nel matrimonio, ma lui muore in un incidente stradale in moto.

Sconvolta, decide di tornare in Cile, per cercare la sua famiglia d’origine. Conosce i genitori e scopre anche d’avere 11 fratelli, con cui non ha mantenuto alcun rapporto.

Segue poi un periodo piuttosto “burrascoso” al seguito di un ragazzo marocchino che faceva le fiere vendendo prodotti artigianali del Marocco, e che la trattava male, picchiandola anche. Ha diversi aborti volontari. Nello stesso tempo, però, Francesca frequenta per un paio d’anni anche un tunisino.

E’ a Roma per un aborto quando incontra il futuro padre di suo figlio Filippo. Con lui sta bene, riesce a lasciare il precedente compagno, rimane incinta.

Un’infermiera dell’Ospedale San Giovanni di Roma le consiglia di rivolgersi ad un Consultorio. Cosa che lei fa. Qui incontra un’assistente sociale ed una psicologa che le consigliano di abortire. Le fissano anche il giorno per eseguirlo, ma lei si allontana.

Torna al Consultorio dove la invitano allora a trovare una sistemazione presso una Casa Famiglia, avvertendola anche del rischio che il bambino le possa essere tolto.

E’ una ginecologa che le propone il numero della Casa Famiglia “Allegria” delle Suore di Calcutta in zona Primavalle, dove Francesca rimane sino alla nascita di Filippo.

Qui Francesca si trova bene: conosce altre ragazze, impara ad accudire i bambini, può anche andare fuori a lavorare. Le suore le consigliano di non andare più a parlare con le assistenti sociali, quindi si reca al Gemelli per le visite di controllo. Il papà di Filippo, però, continua a non avere un lavoro e a chiederle soldi.

Filippo nasce nel 2015, dopo 24 ore di travaglio, ma con parto cesareo presso l’Ospedale Gemelli. Qui Francesca si trova bene e frequenta anche l’associazione “Fiocchi in ospedale”, per il supporto psico-sociale alle mamme.

Le assistenti sociali, forse allertate dallo stesso ospedale, le stanno addosso, infatti dopo un mese dalla nascita del figlio, le giunge la comunicazione d’aver perso la responsabilità genitoriale.

Si trasferisce quindi presso la “Casa Betel”, una casa famiglia a Torre Gaia che Francesca trova ben presto “strana”, con regole molto rigide e talvolta inspiegabili, come il divieto di uccidere le formiche, in quanto ritenute sacre, che infestavano il bagno. Non le era possibile nemmeno lavare adeguatamente Filippo. Ma quella sporca e puzzolente era considerata lei.

Successivamente viene trasferita presso la casa famiglia “Ain Karim” a Galla Placidia. Anche qui le condizioni igieniche non sarebbero state delle migliori.

Di entrambe le strutture conserva un ricordo poco piacevole, unito alla sensazione che vi avvenissero cose strane, come l’aver trovato la propria stanza messa in disordine proprio poco prima dell’arrivo “improvviso” dei servizi sociali, del tutore di Filippo e del responsabile della struttura.

Ricordiamo che la legge regionale 28 Ottobre 2002, n. 38 “Istituzione del garante dell’infanzia e dell’adolescenza”, istituisce presso il Consiglio regionale del Lazio il Garante dell’infanzia e dell’adolescenza al fine di assicurare la piena attuazione dei diritti riconosciuti alle persone minori di età. Tra le altre funzioni previste, il Garante “vigila sull’assistenza prestata ai minori ricoverati in istituti educativo- assistenziali, in strutture residenziali, in ambienti esterni alla propria famiglia al fine di segnalare ai servizi sociali ed all’autorità giudiziaria situazioni che richiedono interventi immediati d’ordine assistenziale o giudiziario;” (art. 2 comma 1, lett. b).

Nel 2017 le viene comunicato che il figlio le verrà tolto e portato in un’altra struttura e messo in pre-adozione. Lei potrà vederlo solamente una volta alla settimana. Lei non può più mettere piede nella struttura, nemmeno per recuperare i suoi effetti personali.

Successivamente le viene detto che Filippo è stato dato in pre-affidamento ad una nuova famiglia e che lei non è più la madre. Decide quindi di rivolgersi ad un avvocato, ma ciò che lei stessa scopre, trasformandosi in “investigatrice” è molto sconcertante.

AIN KARIM

Se si fa una ricerca su internet, digitando “Casa Betel” Torre Gaia, balza agli occhi un articolo circa l’affido all’associazione di volontariato “Ain Karim” di un appartamento situato in uno stabile confiscato alla mafia, per la precisione all’ex cassiere della banda della Magliana.

Gli appartamento affidati avrebbero dovuto essere due, ma solo uno era stato effettivamente adibito a casa-famiglia da questa associazione.

Ma cos’è questa Ain Karim?

1997 Viene fondata l’Associazione di Volontariato “Ain Karim” con l’obiettivo di svolgere un servizio di sostegno, accoglienza, ascolto e orientamento per donne sole, con il proprio bambino o in stato di gravidanza, che vivono situazioni di disagio e difficoltà. L’Associazione fonda a Roma, in via Galla Placidia, nel quartiere Tiburtino e vicino alla Parrocchia San Romano, la prima Casa di Accoglienza “Ain Karim”, che puo’ ospitare contemporaneamente 6 donne in gravidanza oppure accompagnate da minori.

1998 Già l’anno successivo alla fondazione, l’Associazione prende in affitto alcuni appartamenti, sempre nel territorio del IV Municipio, per supportare le donne che, una volta uscite dalla prima fase di accoglienza, hanno bisogno di aiuto nella ricerca di un alloggio. Il passaggio verso questi appartamenti viene definito “seconda fase di ospitalità” il cui obiettivo è l’accompagnamento verso l’autonomia.

2000 Viene fondata la seconda Casa di Accoglienza denominata “Sichem”, sempre in Via Galla Placidia, a soli 100 metri dalla prima casa, Ain Karim. Sichem nasce per rispondere alle numerose richieste di ospitalità. Ha l’idoneità ad accogliere altri 6 nuclei madre-bambino.

2002 Viene dato il via alla piccola società cooperativa socialeEn Kanà” che ha lo scopo di aiutare l’inserimento lavorativo delle ospiti della casa famiglia e di valorizzare le loro personali competenze e diverse culture di origine. In particolare si dà rilievo alla capacità di offrire cibi caratteristici di tutto il mondo, avviando così un catering multietnico che impiega le donne in detenzione domiciliare o con altre forme di disagio. AIN KARIM sostiene inoltre la nascita di altri due settori della cooperativa, uno per i servizi di pulizie e l’altro per i servizi di sartoria.

En Kanà scs

E’ la cooperativa sociale che offre un servizio di pulizia – “Lucidando” – diretto a condomini, parrocchie, scuole, privati. Numerosi sono i condomini delle zone Tiburtino, Nomentano, Termini che usufruiscono regolarmente dei servizi di pulizia di Lucidando. Su loro sito si legge che è possibile avere referenze sulla qualità e affidabilità del servizio direttamente dagli amministratori degli stabili. A questo punto mi aspetterei anche dei bei corsi di formazione per amministratori di condominio.

“Mescolando”, invece, è il “braccio armato di forchetta”, infatti è un fast food a due passi da Piazza Repubblica e dalla Stazione Termini a Roma. “Mescolando” si occupa da sempre di catering multi etnico “grazie alla versatilità delle mamme provenienti da tutto il mondo con le quali si è potuto costruire un menù pieno di gustose contaminazioni culturali a minimo impatto grazie alla scelta delle ecostoviglie”.

Casa Betel

Per quanto riguarda “Casa Betel”, con lo stesso nome vi sono organizzazioni diverse. Una di esse fa chiaramente capo ai Testimoni di Geova, ma non è quella che ci interessa per la vicenda di Francesca. La “nostra” dovrebbe essere quella che rimanda ad “Ain Karim”.

Ciò che appare strano, poi, è il fatto che alcune operatrici ed operatori che ruotano intorno a queste associazioni, assistenti sociali, tutori legali e simili, non sembrano avere titoli di studio adeguati.

Già che ci siamo, facciamo il punto anche sulle Missionarie della Carità.

Le Missionarie della Carità sono nate come Congregazione Religiosa il 07.10.1950 a Calcutta, India, quando l’ispirazione della fondatrice, la Santa Teresa di Calcutta, è stata ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa Cattolica. L’operato delle Missionarie della Carità nel campo delle Adozioni Internazionali, iniziato già nel 1976 in collaborazione con la casa Nirmala Shishu Bhavan (Casa dell’Immacolata per i Bambini) a Calcutta, è stato legalmente riconosciuto dal Governo Italiano il 21.05.1986. Tale autorizzazione è stata confermata dalla Commissione per le Adozioni Internazionali con delibera del 13.09.2000.

Tutto splendido, ma apprendiamo anche che recentemente In India una missionaria della Carità è stata arrestata per la vendita di un bambino.

A inizio luglio 2018 la polizia era entrata in una delle strutture per madri sole e bisognose gestite dalle suore di Madre Teresa: quella di Ranchi, nello Stato nord-orientale del Jharkhand. E non per un semplice controllo, ma per arrestare la madre superiora e un’impiegata del centro, con l’accusa di aver venduto almeno 3 neonati e di averci provato con un quarto, un bimbo di due mesi promesso a una coppia del vicino Stato dell’Uttar Pradesh per 120mila rupie, poco meno di 1.500 euro. A loro era stato detto che tutto era regolare e che la somma serviva a coprire le spese ospedaliere.

Francesca è di origini cilene e le sta venendo l’atroce sospetto che anche la sua adozione possa essere stata in realtà una “compravendita”. Qualcosa, cioè, di simile a ciò che sta emergendo per le suorine di Madre Teresa.

Ma di questo ci occuperemo in un altro articolo.

PAOLA PAGLIARI

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