Il carabiniere scelto Sergio Ragno attende da 15 anni di sapere perché è morto.

Il carabiniere scelto Sergio Ragno attende da 15 anni di sapere perché è morto.

Sergio Ragno era un giovane carabiniere di soli 24 anni, in servizio a Firenze, morto il 17 giugno 2004 mentre era comandato in un’operazione di prevenzione e repressione del traffico di stupefacenti.

Da ormai quasi 15 anni la mamma di Sergio, Vittoria Olimpio, chiede che gli venga riconosciuto lo status di VITTIMA DEL DOVERE, e non solamente il diritto alla causa di servizio e l’equo indennizzo.

Sergio prestava servizio permanente effettivo da ben 5 anni presso il Nucleo Radiomobile di Firenze. Quel giorno, pur essendo smontante notte, aveva partecipato, unitamente ad altri cinque colleghi, tra i quali un Graduato, tutti appartenenti al Nucleo Radiomobile, alle attività di prevenzione e repressione antidroga presso il Parco delle Cascine di Firenze, luogo notoriamente pericoloso anche nelle ore diurne per continui ed estesi episodi di prostituzione e di spaccio/consumo di stupefacenti, nel pomeriggio del giorno 17 giugno 2004.

Vittoria, proprio poco prima, intorno alle ore 16.45, 16.50 aveva chiamato Sergio al telefono che, concitatamente, le rispondeva di non poter parlare, perché stavano inseguendo uno spacciatore. Questa sarà l’ultima volta che potrà sentire la voce di suo figlio.

Dopo il differimento dell’operazione, comunicato telefonicamente agli ufficiali, tutti facevano rientro presso la Caserma Tassi, tutti tranne Sergio che rimaneva vittima di un incidente stradale, provocato da una manovra azzardata di un’auto.

Il Ricorso al Tar ed il successivo grado di giudizio non hanno portato a nulla, ma la situazione potrebbe decisamente cambiare anche in virtù delle importanti novità che emergono dalla sentenza 759/2017 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, la quale chiarisce una volta per tutte che per missione di qualunque natura deve intendersi qualsiasi compito, funzione, incarico, incombenza, mandato, mansione espletata dall’interessato nel quadro dell’ordinaria attività di servizio.

Il luogo dove è avvenuto l’incidente.

La sentenza afferma che le particolari condizioni ambientali od operative possono sussistere o sopravvenire anche durante lo svolgimento di un’ordinaria attività di istituto. Quando sono tali da esporre il lavoratore a maggiori rischi e pericoli e sono causa dell’invalidità, danno titolo alla rivendicazione dello status di equiparato. Ciò in aperto contrasto con quanto finora deciso dal TAR e argomentato dai Ministeri resistenti, secondo cui i benefici sarebbero dovuti solo in favore di quei soggetti che compiono gesta eroiche in situazioni eccezionali o straordinarie.

il Giudice ordinario, così, garantirà un contraddittorio pieno, nel merito dei fatti e con la certezza dei 3 gradi di giudizio, diversamente da quanto avveniva con la sola possibilità di ricorrere al Tar ed al Consiglio di Stato, come infatti è stato sin qui per la vicenda di Sergio.

UNA VITTIMA DEL DOVERE

Per Vittima del Dovere devono intendersi operatori di polizia e altri dipendenti pubblici deceduti o che abbiano subìto un’invalidità permanente in attività di servizio, o nell’espletamento delle funzioni di istituto, per effetto diretto di lesioni riportate in conseguenza di eventi verificatisi:

1) nel contrasto ad ogni tipo di criminalità;

2) nello svolgimento di servizi di ordine pubblico;

3) nella vigilanza ad infrastrutture civili e militari;

4) in operazioni di soccorso;

5) in attività di tutela della pubblica incolumità;

6) in attività di prevenzione e di repressione dei reati.

Sono considerati vittime del dovere anche coloro che abbiano contratto infermità permanentemente invalidanti o alle quali consegua il decesso, in occasione o a seguito di missioni di qualunque natura, effettuate dentro e fuori dai confini nazionali e che siano riconosciute dipendenti da causa di servizio per le particolari condizioni ambientali o operative.

Quindi, non servono più atti eroici per sperare di ottenere i benefici riservati alle Vittime del Dovere e agli equiparati. E, in caso di diniego da parte dell’Amministrazione, si potrà ricorrere al Giudice del lavoro per la tutela dei propri diritti. In poche parole, non servono più atti eroici alla Salvo D’Acquisto, per intenderci.

L’avvocato Giulio Murano del Foro di Roma, ha infatti presentato Ricorso con il quale sono stati presentati numerosi documenti ed atti di indagine della Procura di Roma in ordine al servizio prestato quel giorno da Sergio ed intorno al quale ruotano le tante “stranezze” riscontrate durante questi lunghissimi 15 anni.

LA TESTIMONIANZA DEL COLLEGA

Lo scorso 10 luglio, presso la Sezione Lavoro del Tribunale di Brindisi, si è tenuta l’istruttoria testimoniale della causa per il riconoscimento di Vittima del Dovere in capo al carabiniere Sergio Ragno. Già in sede di esame testimoniale del primo teste ammesso dal giudice, infatti, un Appuntato Scelto collega di pattuglia di Sergio, quindi testimone oculare di quanto avvenuto, ha testimoniato che:

1) l’operazione delle ore 17.30 era stata regolarmente assentita ed autorizzata verbalmente da due ufficiali del Radiomobile, nel rispetto delle Regolamento Generale dell’Arma;

2) all’operazione parteciparono comandati ben 6 carabinieri, coordinati dal vicebrigadiere capo squadra;

3) dei sei componenti della squadra facevano parte ben quattro carabinieri smontanti dal turno notturno h. 01-07 dello stesso giorno;

4) era stato chiamato a far parte della squadra anche un carabiniere esperto di prevenzione e repressione del traffico di stupefacenti che si trovava a casa, in quanto di riposo;

5) il personale, comandato a svolgere l’operazione in abiti borghesi e con mezzi propri, era armato, come lo stesso testimone, data la pericolosità dell’operazione;

6) tutti i carabinieri erano usciti alle 16.30 circa dalla caserma e, dopo il differimento dell’operazione, si apprestavano a farvi rientro.

Una commemorazione in ricordo di Sergio

UDIENZA DEL 23/10/2018

Durante l’udienza dello scorso 23/10/2018 sono stati sentiti due Ufficiali Superiori i quali nel 2004 appartenevano alla scala gerarchica degli Ufficiali Inferiori e ricoprivano, rispettivamente, l’incarico di Comandante della 1a squadra del NRM e di del Comando Provinciale di Firenze.

Dalle deposizioni di entrambi non è stato possibile chiarire quale fosse stata la responsabilità di impartire l’ordine verbale di effettuare quel servizio, sia chi avesse materialmente impartito al Vicebrigadiere Capo Squadra il comando di effettuare il servizio, tra il Sottotenente Comandante della 1a squadra oppure il Tenente Comandante del NRM.

Per tanto è stato chiesto al Giudice di disporre il confronto tra i due, in quanto le due dichiarazioni già rese sono inconciliabili e contraddittorie.

Entrambi avrebbero comunque affermato che l’ordine impartito avrebbe riguardato il solo Vice Brigadiere Capo Squadra che, all’alba di quel 17 giugno, aveva ricevuto un’importante informazione confidenziale circa una grossa operazione di spaccio che si sarebbe svolta nel pomeriggio.

Quindi, secondo loro, l’ordine non riguardava altri militari del Radiomobile. Versione totalmente in contraddizione con quanto dichiarato dal primo teste, l’Appuntato Scelto, per cui all’operazione avevano partecipato in sei, compreso Sergio Ragno: l’operazione aveva visto coinvolti sei carabinieri, usciti alle 16.30 circa in gruppo, con i rispettivi mezzi propri, 3 in auto e 3 moto, dal Comando del Nucleo Radiomobile, per raggiungere il Parco delle Cascine. Tutti in abiti borghesi, ma ovviamente armati, data la pericolosità dell’operazione.

Veduta aerea della zona dell’incidente

Un altro punto dubbio venne chiarito dall’allora Sottotenente che spiegò che sul memoriale del giorno 17.06.2004 era stata omessa l’indicazione del servizio prestato da Sergio per un semplice errore del sistema informatico che non aveva registrato il servizio prestato dalla Radiomobile, sulla quale erano stati impiegati, nel turno notturno h. 01-07 due carabinieri, trai quali Sergio.

Se i militari avessero invece agito in aggregazione spontanea, privi del comando di autorizzazione proveniente dagli Ufficiali, sarebbero stati tutti passibili di una grave sanzione disciplinare, essendo impensabile che un gruppo di Militari, armati, si fosse preso l’autonoma responsabilità di organizzare un servizio anti droga di quel genere.

In ogni caso, vi sarebbe l’omessa vigilanza degli Ufficiali comandanti del Nucleo Radiomobile e l’omessa informativa alla scala gerarchica superiore e quindi al Comando Provinciale, retto allora dal Comandante Giovanni Nistri, attuale Comandante Generale dell’Arma, ed al Comando Regione Toscana, retto allora dall’ex Comandante Generale dell’Arma, Gen. di Corpo d’Armata Tullio Del Sette, responsabile amministrativo della Regione, i quali, in ragione delle omissioni ed incongruenze circa i fatti avvenuti, avrebbero dovuto avviare le opportune indagini e verifiche interne.

I Comandanti Nistri e Del Sette

Proprio queste carenze negli accertamenti e nelle indagini sono estremamente importanti, poiché, ai fini del riconoscimento della causa di servizio e della liquidazione dell’equo indennizzo, il Comando Regione Carabinieri Toscana, nel rispondere al quesito allora posto dal Ministero della Difesa, dichiarava che: “concorde la scala gerarchica, il militare non rientrava, dopo aver svolto attività di servizio, regolarmente comandata”.

Queste circostanze verranno ulteriormente chiarite dall’esito dell’escussione degli ulteriori testi. Il giudice ha infatti già predisposto il prossimo calendario delle udienze, fino a luglio 2019, durante le quali i componenti della scala gerarchica dell’epoca saranno chiamati a rendere testimonianza per il pieno accertamento della dinamica del servizio in cui Sergio Ragno perse la vita.

Nella prossima udienza del 29 gennaio 2019 dovranno comparire per rendere testimonianza proprio Nistri e Del Sette.

Mamma Vittoria tiene un diario dove annota le sue giornate con Sergio

LE PAROLE DELL’AVVOCATO MURANO

Ma al di là della vicenda dal punto di vista strettamente legal/burocratico, ciò che lascia parecchio sconvolti, è l’assurda lungaggine: sono ormai passati ben 15 anni, durante i quali una famiglia ha dovuto convivere con l’immenso dolore di aver perso un figlio senza un vero perché. Per come la storia è stata presentata sinora dall’Arma, sembrerebbe quasi che Sergio fosse in giro “a spasso” con “degli amici”, anziché nello svolgimento di un’importante e pericolosa operazione.

Infatti, nei verbali di sommarie informazioni testimoniali rese subito dopo l’incidente agli agenti di Polizia Municipale, i colleghi di Sergio, incredibilmente, si qualificavano come “amici”, quasi si trovassero tutti lì per una “scampagnata” anziché un’operazione di servizio.

Inoltre, la famiglia, avvisata con molto ritardo, veniva inspiegabilmente trattenuta prima presso l’abitazione, poi fuori la caserma, quasi a voler dare il tempo di “sistemare le cose”.

Infortunio in itinere, così riconosciuto precedentemente dal Tar , “come se Sergio venisse da casa e si recasse a prendere servizio, cosa che non corrisponde assolutamente al vero, poiché Sergio, in quanto celibe, era accasermato presso la caserma Tassi, quindi non aveva alcuna casa personale dalla quale provenire, ma c’era un servizio in atto, regolarmente inquadrato nell’ambito delle previsioni del Regolamento Generale dell’ Arma”, come ha spiegato l’avvocato Murano, durante un’intervista ad un’emittente locale.

“Quindi un’operazione assentita dai superiori, di gruppo, armata, coordinata e interrotta nel momento in cui al parco delle cascine c’è un posticipo dell’operazione con il rientro di tutti i carabinieri partecipanti in caserma, poiché il Regolamento prevede che le operazioni di servizio inizino e si concludano in caserma”.

L’avvocato Murano chiarisce anche un altro punto importante:

“A rigore, Sergio ed il collega, smontanti notte, non sarebbero stati impiegabili, poiché dovevano essere garantiti del turno di riposo, ma sono stati chiamati ed hanno obbedito.

Vi è la volontà pervicace di negare la sussistenza di questo servizio da parte del Ministero della Difesa ed il Ministero dell’ Interno. Ma c’è un sottile distinguo tra la causa di servizio in itiniere, riconosciuta già dal 2006, e la negazione dell’esistenza del servizio “istituzionale” per il riconoscimento dei benefici di Vittima del Dovere”.

Si tratta senza dubbio di un incidente stradale avvenuto mentre Sergio rientrava in caserma con tutto lo stesso gruppo di carabinieri impiegati in quel servizio, in attesa dei nuovi ordini, perché l’operazione era stata posticipata.

“L’avvocatura dello Stato nega queste circostanze e parla addirittura ed inverosimilmente di una presenza di questi carabinieri che, tutti e sei, spontaneamente e per impulso personale, si trova al parco delle cascine. Una cosa inverosimile, che non esiste, perché non esistono aggregazioni spontanee di militari senza una linea di comando.

Vittoria con Rudy, il cagnolino tanto amato da Sergio.

Una cosa importantissima va detta: i componenti del nucleo radiomobile non possono essere comandati a svolgere funzioni investigative e operative perché questo nucleo opera col personale in uniforme e con l’auto di servizio, quindi chiaramente un’operazione di prevenzione antidroga non si può fare con i lampeggianti accesi, con la bandoliera ed il berretto. Queste operatività specifiche con i mezzi propri ed in borghese vengono espletate da altri organismi operativi, quindi dal Nucleo Operativo del Comando Provinciale, quindi non potevano neanche essere impiegati e oltretutto questa operazione non era neanche stata registrata preventivamente, essendo stata autorizzata solo verbalmente, quindi non era stata trascritta preliminarmente sul memoriale giornaliero, perché sarebbe stata trascritta semmai dopo ad operazione avvenuta. Nel momento in cui si è verificato l’incidente c’è stata probabilmente una situazione un po’ di panico sia da coloro che partecipavano all’operazione, che da parte degli Ufficiali”, conclude quindi l’avvocato Murano.

Cioè, in parole povere: è pacifico che tutti gli altri avessero partecipato a quel servizio, ma lui no? E’ questo che si vorrebbe far credere?

Il Colonnello dei Carabinieri di Brindisi fa visita alla cappella dove riposa Sergio.

Mamma Vittoria si batte come una leonessa affinché si scopra tutta la verità ed affida anche ai social le sue parole: “Ho perso un grande figlio, grande veramente, che amava l’Arma. Di lui mi resta il suo amato cagnolino Rudy, che ormai da 15 anni. Sono cose che non devono succedere a nessuno. Queste cose fanno veramente molto male. Devo ringraziare i miei avvocati che, tramite i diversi accessi agli atti, hanno scovato il marcio di questa storia. L’Arma cosa fa? Fa piangere una famiglia di un figlio perso, che non è il loro, perché non vogliono dire la verità, ma io la verità la so e la stiamo scoprendo da tutte le parti. Mi voglio rivolgere al Comandante Generale: ma tu da padre, a prescindere dai tuoi gradi, che mi conosci da 15 anni, ed io è da 25 anni che pratico l’Arma, che la rispetto, ma tu a me mi rispetti? Ma tu rispetti la mia famiglia. Tutta questa omertà. Per quale motivo non riguardate le carte? Guarda le carte, Generale, guardale, che non sono quelle che hai tu, non sono quelle. E comunque io faccio un appello al Governo, al Presidente Conte, a Di Maio e al Ministero della Giustizia di ricevermi e al Presidente Mattarella, che non ho mai visto, ma le cose sono sempre sparite. Mi appello anche alla stampa, che non parla. Come mai? Perché tutto questo nascondere? Cosa si vuole tenere nascosto? Tutti spariscono. Chiamo, ma nessuno risponde. Tutta questa paura faccio?”, si chiede.

Noi seguiremo questa vicenda passo dopo passo, con la speranza che, dopo ormai 15 anni, possa finalmente riconoscersi alla figura di questo splendido ragazzo l’onore che si merita. L’ultima parola non è ancora stata detta.

PAOLA PAGLIARI

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