Il lato oscuro dei luoghi abbandonati

Il lato oscuro dei luoghi abbandonati

Nelle cronache degli ultimi anni si è assistito ad una serie di tristi storie a cui hanno fatto da scenario luoghi abbandonati e lasciati al proprio destino.  Ma è una situazione contro cui non si può far proprio niente oppure no?

Quando ho sentito alla televisione della orrenda sorte toccata a Desirée Mariottini, stuprata e uccisa in uno dei tanti casermoni abbandonati che si possono trovare in ogni luogo d’Italia,  immediatamente la memoria è tornata indietro di parecchi anni, fino al giorno del ritrovamento dei corpi ormai senza vita di Ciccio e Tore. I due fratellini sembravano scomparsi nel nulla e vennero ritrovati dopo due anni, morti di fame e di stenti, in un pozzo dentro uno stabile abbandonato, che tutti conoscevano come la casa delle cento stanze, nel centro di Gravina.  C’è poi la vicenda della casa del mostro, in cui ha trovato la morte un’altra adolescente, Manuela Petilli, uccisa probabilmente perché aveva respinto le avances di un ragazzo; la triste storia di Desirée Piovanelli, attirata con l’inganno in un vecchio casale abbandonato e qui stuprata e uccisa;  e ancora  la ragazzina suicidatasi ad agosto in un albergo abbandonato in Liguria. Forse sarebbe il caso di interrogarsi un po’ sul perché queste cose possano accadere  e se il fatto che si lascino molte strutture all’abbandono abbia in qualche modo favorito lo svolgersi di questi (e tanti altri) fatti tragici.

Storie tragiche

Ciccio e Tore e la casa delle cento stanze

La triste e tragica storia dei due fratellini, che ha lasciato sgomenta tutta l’Italia, comincia con la sparizione, un giorno di giugno del 2006, di due fratellini a Gravina di Puglia. Le ultime immagini in possesso degli inquirenti  li ritraggono fermi su un marciapiede, come se aspettassero qualcosa o qualcuno. Poi il nulla. Partono immediatamente le ricerche; peccato che, come spesso accade, si cerchi il mostro senza preoccuparsi più del corretto svolgersi delle indagini. Infatti viene arrestato il padre, che li stava cercando ovunque, con l’accusa orribile di averli uccisi per fare un dispetto all’ex moglie. Lui nega e nega ancora ma per molti giorni non viene creduto. e si perde tempo prezioso. Quando alla fine gli inquirenti capiscono di essere completamente fuori strada  è troppo tardi. Quasi due anni dopo, il 25 febbraio 2008, un ragazzino precipita in un pozzo dentro un casolare diroccato nel centro storico del paese, e il suo salvataggio porta i vigili del fuoco a una terribile scoperta: lì, nel buio del pozzo, giacciono i corpi, ormai in avanzato stato di decomposizione, dei due fratellini, morti (dirà poi l’autopsia) d’inedia. Quella struttura abbandonata, conosciuta come la casa delle cento stanze, è meta da anni dei bambini della zona, che la usano per giocare. Questo significa che vi si può accedere senza particolari problemi. Ma la cosa che lascia sconvolti è che si tratta di una struttura conosciuta da tutti (inquirenti compresi) eppure nessuno ha cercato lì dentro in modo serio e sistematico i due ragazzini. Nessuno ha pensato di scandagliarla come si sarebbe dovuto fare, perché un immobile abbandonato può nascondere trappole, buchi, pozzi e altri pericoli. Ma allora per quale motivo nessuno ci ha pensato? Forse con un’indagine più approfondita in quel luogo i due fratellini si sarebbero potuti salvare.

La casa delle cento stanze e i due fratellini, Ciccio e Tore

Manuela Petilli e la casa del mostro

La storia di Manuela  risale al 1993 ed  è raccapricciante. Viene rapita, stuprata, uccisa e bruciata. Il suo corpo viene ritrovato per caso (forse) da un guardiacaccia diciassette giorni dopo in un casolare abbandonato  vicino Ivrea, in provincia di Torino. Una decina di anni prima in quello stesso casolare diroccato era stato arrestato Liborio Testa, un camionista torinese, per aver stuprato alcune minorenni. Le rapiva lungo la statale di Ivrea o nel centro della città, poi le portava lì. Dopo il suo arresto, qualcuno aveva pensato di abbattere l’ edificio, appartenuto a Felice Riva, titolare del cotonificio “Valle Susa”e presidente del Milan Calcio, fuggito in Libano in seguito al fallimento della ditta, ma tutto era rimasto lì e si era trasformato in ritrovo di tossici e forse anche di altro.

Dell’omicidio viene accusato un ragazzo di etnia rom, Pietro Ballarin, soprannominato Ringo, che verrà in seguito condannato, anche se ci sono ancora molti lati oscuri riguardo l’esatto svolgersi dei fatti.

Abbiamo già affrontato questo caso e se volete saperne di più  qui  trovate  il link all’articolo di Paola Pagliari.  http://www.ultimaparolanews.it/index.php/2017/11/21/manuela-petilli-lo-zingaro-casolare-abbandonato-brutta-storia-del-passato/

Quello che (di nuovo) lascia allibiti è come una casa conosciuta da anni e da tutti come un luogo meta di delinquenti e disperati non sia stato oggetto di indagini fin dal primo momento della sparizione della ragazza. Per inciso quella casa è ancora lì, con tutto il suo carico di disperazione.

Il casale diroccato in cui è stata barbaramente uccisa Manuela Petilli, conosciuto come la casa del mostro

Desirée Piovanelli e la cascina Ermengarda

Questa storia, risalente al settembre 2002,  vede una ragazzina di soli 15 anni attirata con l’inganno in una vecchia cascina abbandonata e lì stuprata e uccisa con innumerevoli coltellate da tre adolescenti e un adulto. Anche in questo caso lo scenario scelto dai carnefici è una vecchia cascina abbandonata. Una vecchia casa nobiliare in realtà, dove la leggenda vuole sia passate la figlia del re longobardo Desiderio, Ermengarda, appunto, da cui la casa ha preso il nome. Da anni dismessa e lasciata al proprio destino era diventata via via rifugio di senzatetto e spacciatori. Tutti la evitavano ma tutti ne conoscevano l’esistenza. I tre adolescenti, da cui normalmente Desirée si teneva alla larga, avevano carpito la sua buona fede dicendole che nella cascina avevano trovato una nidiata di gattini, e lei si era precipitata senza sospettare che avrebbe trovato la morte in modo orribile in quel luogo dimenticato da Dio e dagli uomini, in mezzo a resti di animali morti, vetri e immondizia.

Adesso la cascina non esiste più, è stata abbattuta nel 2013 ed al suo posto è stato costruito un residence.

La cascina Ermengarda e Desirée Piovanelli

Delia e Il castello

Questa ragazzina, appena sedicenne, pochi mesi fa, ad agosto,  ha deciso di porre fine volontariamente alla propria vita in un albergo abbandonato a Laigueglia (Savona)  chiamato Il castello. Era scomparsa dalla propria casa di Andora qualche giorno prima e se ne erano perse le tracce. A quanto pare è’ potuta entrare facilmente nella struttura e lì si è impiccata con una sciarpa alla ringhiera delle scale. Non sono chiari del tutto i motivi di questo gesto estremo, forse una delusione d’amore. Sembra comunque la ragazzina abbia lasciato dei biglietti d’addio, quindi pare gli inquirenti abbiano escluso altre piste riguardo la morte della giovane.

Per quanto riguarda la struttura alberghiera, una volta fiore all’occhiello della zona, adesso abbandonata e degradata, i residenti da tempo sostengono sia facilmente accessibile e possa quindi entrarvi chiunque, con il rischio anche di farsi male. Per questo motivo ne chiedono la messa in sicurezza. Dopo il tragico fatto il sindaco dovrebbe aver provveduto a ciò, anche se questo sarebbe da verificare.

La giovanissima Delia, nella foto recante il disperato appello dei genitori nei giorni della sua sparizione, e l’albergo abbandonato in cui si è suicidata

Purtroppo non è la prima persona che si suicida usando come scenario un’hotel abbandonato. Era già successo, ad esempio,  nel 2015 a Pavia, quando un ragazzo di 25 anni aveva scelto l’hotel La Genzianella per farla finita, o almeno a questa conclusione erano giunte le indagini.

E’ vero che se qualcuno vuole suicidarsi prima o dopo ce la farà (forse) ma è molto triste vedere che molti luoghi sembrano lasciati lì quasi  apposta, come per aggiungere a devastazione e degrado anche angoscia e morte. Se non fossero state così facilmente accessibili queste strutture  forse in quei momenti di grande disperazione questi due giovani avrebbero fatto in tempo a cambiare idea ? Non lo sapremo mai, certo, ma il dubbio rimane.

Tra oblio e recuperi

Parallelamente alle vicende di cui abbiamo parlato finora, ne accadono molte altre, meno tragiche ma non per questo da sottovalutare,  in ogni parte d’Italia. Si va dai tanti immobili abbandonati, pubblici  e privati, in cui trovano riparo persone senza un tetto sulla testa, a volte intere famiglie che, pur di non passare la vita all’addiaccio, si adattano a vivere in casermoni senza acqua, luce e servizi. A volte queste occupazioni durano anni, se non decenni, e spesso queste persone rendono anche queste dimore decorose, per quanto possibile e riescono anche ad ottenere ( sarebbe interessante capire come) gli allacci delle utenze di luce, acqua e gas.  Si tratta di immobili dimenticati da tutti, che sarebbero potuti essere adibiti a questo scopo seguendo strade legali se la burocrazia non fosse quasi sempre cieca, sorda e paralizzata. La stessa burocrazia che però accetta i pagamenti delle bollette domiciliate a quegli stessi indirizzi…

Accanto a questi immobili se ne affiancano molti altri, che, come quello in cui ha trovato la morte Desirée Mariottini, sono sede di spaccio, rifugio di persone spesso già conosciute dagli inquirenti per tutta una serie di reati, che continuano però a perpetrare proprio in queste strutture, quasi alla luce del sole.

Esistono poi tutta una serie di immobili storici, commerciali e industriali, le cui vicende sono quantomeno paradossali. Ad esempio la Mira Lanza di Genova, azienda storica dell’Italia del boom economico, giace ormai abbandonata e devastata, sul fronte un cartellone enorme  ( ormai sbiadito e dimenticato anch’esso) con scritte e immagini che illustrano  un progetto di riqualificazione che sembra, a questo punto,  l’ennesima presa in giro. L’intera struttura è stata venduta ad un fondo olandese, che a quanto pare non se ne fa niente ma che non la vuol rivendere a meno di 24 milioni di Euro. Io mi chiedo come mai si permettano cose del genere. Va bene vendere immobili e strutture ad investitori esteri,  ma se il risultato è questo forse bisognerebbe interrogarsi sui meccanismi che regolano questo genere di vendite. Una struttura dal genere potrebbe ospitare molte attività, non ultimo un ospedale, peraltro di facile accesso. In effetti un nuovo ospedale dovrebbe essere costruito ma, tanto per gradire, sembra vogliano costruirlo in collina, con tutte le difficoltà di accesso che sono abbastanza palesi. Non si sarebbe potuta usare proprio l’area della Mira Lanza?

Uno scorcio della Mira Lanza di Genova

La stessa brutta fine  stava per fare la sede dell’ex Venchi Unica a Torino, storica produttrice di cioccolato, fallita nel 1978. Si tratta di un’immensa struttura, di circa 100.000 metri quadrati, che il Comune aveva acquistato dopo il fallimento ma di cui non  si era  mai occupato, lasciandola così diventare un luogo di degrado e rifugio di senza tetto e sbandati ( mi sembra fosse stato anche trovato il cadavere di un uomo più o meno all’inizio degli anni 2000). Fortunatamente una decina di anni fa circa si è deciso finalmente di recuperare la struttura: quelli che un tempo erano gli uffici della fabbrica sono stati ristrutturati e collegati a un’ala costruita ex novo, con un intervento costato complessivamente 6 milioni e 600 mila euro. Nel 2011 è stata inaugurata la nuova struttura, gestita dalla Circoscrizione 3, che comprende l’anagrafe, i servizi sociali, una comunità alloggio, un centro diurno e sale polivalenti.

Il recupero dell’ex Venchi Unica

Credo che questi esempi rendano ben chiara la situazione di molti immobili italiani. E si tratta solo della punta dell’iceberg. Purtroppo i casi sono migliaia, non basterebbe un’enciclopedia per parlarne in modo esaustivo. Lasciate al loro destino ci sono strutture come l’ex manicomio di Racconigi, in provincia di Cuneo, l’ospedale Maria Adelaide di Torino, Villa Moglia sempre in provincia di Torino,, il borgo di Leri Cavour (solo per citare i primi 4 che mi vengono in mente e che sono riuscita a vedere con i miei occhi in Piemonte). Immobili che hanno un’importanza storica notevole, e che potevano essere ripresi, valorizzati e forse riconvertiti in qualche modo, ma ora purtroppo è troppo tardi.

Alcune immagini dell’ex manicomio di Racconigi

Tutto questo mi porta a fare alcune riflessioni, a cui cercherò in qualche modo di dare un ordine.   In primo luogo credo sia obbligatorio distinguere le proprietà pubbliche da quelle private, e personalmente ritengo che lo Stato e i vari enti pubblici che hanno in mano tanti immobili abbandonati, abbiano molte più responsabilità di un privato cittadino. Perché quegli immobili potrebbero servire alla comunità e sono stati costruiti o acquistati con soldi pubblici, quindi in qualche modo dovrebbero risponderne davanti a tutti.  Come lo stesso Stato dovrebbe comunque rispondere o quantomeno cercare di semplificare tutta una serie di procedure fallimentari, che spesso riguardano immobili commerciali o residenziali, che rimangono in balia di se stessi senza che nessun curatore o custode faccia niente per evitare il degrado a cui irrimediabilmente vengono sottoposti. A questo punto a che scopo porli sotto sequestro, ma soprattutto perché obbligare i proprietari ad abbandonarli se poi fanno la fine che ormai ben conosciamo?  Poi certo che nessuno li comprerà mai se si lasciano depredare e cadere a pezzi.

Alcune immagini del borgo di Leri cavour

E con tutti i cittadini che per un motivo o per l’altro si trovano in mezzo a una strada, come si fa a lasciare intere strutture all’abbandono quando, con (relativamente) poca spesa a volte, si potrebbero risistemare dando così  un tetto sopra alla testa a tante persone senza obbligarle ad occupare stabili fatiscenti? Qua vorrei anche ricollegarmi alla proprietà privata. E’ vero che è un diritto fondamentale ma credo  ci dovrebbe essere un discrimine. Se il proprietario lascia andare in malora una struttura vuol dire che non gli interessa. Se passano anni se non addirittura decenni senza che ci metta un piede dentro perché non espropriarlo, prima che sia troppo tardi, e darlo a chi magari se ne prenderebbe cura? Perché non togliere anche tanti vincoli monumentali e paesaggistici che fanno passare la voglia di ristrutturare un certo tipo di immobile? E’ meglio forse non restaurare un affresco o non rispettare determinati canoni artistici ma riuscire a riportare in vita una struttura o lasciar perdere tutto e farla poi crollare con tutto il suo carico storico? Perché, da quanto ho potuto vedere con i miei occhi, questo sta succedendo: gli immobili di un certo pregio vengono lasciati al loro destino per i troppi vincoli, gli altri per la troppa burocrazia. La morale è che ci troviamo di fronte ad un immenso patrimonio immobiliare che si sta sgretolando sotto i nostri occhi e che sta anche aumentando il degrado delle nostre città, arrivando fino a causare la morte di tante persone, direttamente o indirettamente.

Alcune immagini di Villa Moglia a Chieri, in provincia di Torino

 

Se volete approfondire la questione e conoscere le storie di Villa Moglia, del borgo di Leri Cavour e di altre strutture storiche abbandonate piemontesi, potete trovarle nel libro  A spasso nel passato- Viaggio attraverso il Piemonte dimenticato scritto da Federico Valletta e dalla sottoscritta. 

 

 

 

Nella foto in evidenza la casa delle cento stanze, in cui hanno trovato la morte Ciccio e Tore

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