I viaggi dell’Antipatica. Tra Toscana, Lazio, Umbria e Marche.

I viaggi dell’Antipatica. Tra Toscana, Lazio, Umbria e Marche.

Sono appena rientrata da una “vacanzina” di 4 giorni tra Toscana, Lazio, Umbria e Marche, regioni che mi regalano sempre splendide emozioni, in qualsiasi stagione.

Partendo da Milano, la prima sosta è stata a Barberino del Mugello,  percorrendo la A1 seguendo la direzione Firenze, percorrendo i nuovo tratto della Variante di valico che fa risparmiare un bel po’ di tempo e di strada piuttosto brutta. Sono in tutto circa 271 km in circa 3 ore e 10 minuti.

Qui non potevo farmi mancare una visita al Designer Outlet Village, situato nella magnifica cornice del Mugello (Toscana) a pochi chilometri da Firenze. Un moderno borgo rinascimentale dove si possono acquistare  articoli in oltre 100 negozi outlet,  tra boutique monomarca e store multimarca,  delle migliori firme di abbigliamento e non solo.

In settimana non è preso d’assalto come nei fine-settimana, quindi ho potuto girare piuttosto bene, in un dentro e fuori dai negozi con temperature tropicali, alla faccia dello spreco. Una cosa mostruosa, perché fuori era piuttosto freddo e la differenza termica si sentiva esageratamente. Personale dei vari store non sempre simpatici, anzi, in alcuni decisamente antipatici e scostanti, in altri praticamente inesistenti.

Tenuti bene i vari servizi igienici, situati in diversi punti del villaggio, forse anche grazie alla scarsa affluenza di utenti. Bisognerebbe vederli nei momenti di maggiore afflusso.

Parecchi i posti dove poter mangiare, ma a prezzi piuttosto elevati. Io mi sono fermata al nuovo “Mama Burger” ed ho preso il classico Hamburger. Piuttosto deludente: carne non di gran qualità, fettazze esagerate di cipolla, cetriolo fresco, non agrodolce, sempre tagliato molto grossolanamente, formaggio non ricordo, pane molto pesante. Nel complesso non mi è piaciuto.

Dopo aver fatto qualche piccolo acquisto, un maglioncino, un body ed un paio di scarpe, di nuovo in auto, direzione San Gimignano: circa 1 ora e 20 di tragitto, per un totale di poco meno di 88 km, percorrendo i A1/E35 da Strada provinciale 36 di Montepiano, SP8 e Via del Lago/SP131, quindi seguendo A1/E35 e Raccordo Autostradale Firenze – Siena fino a Poggibonsi, poi uscita Poggibonsi Nord da Raccordo Autostradale Firenze – Siena e Strada Regionale 429 di Val d’Elsa e SP1 in direzione di Via S. Matteo a San Gimignano.

San Gimignano è una città collinare della Toscana situata a sud-ovest di Firenze. Circondata da mura del XIII secolo, il fulcro del suo centro storico è piazza della Cisterna, una piazza triangolare fiancheggiata da case medievali. Nella  famosa skyline di torri medievali spicca la Torre Grossa in pietra. Il Duomo di San Gimignano è una chiesa del XII secolo in cui è possibile ammirare gli affreschi del Ghirlandaio nella Cappella di Santa Fina.

Una bellissima cittadina che però, al 9 di gennaio pare quasi una città fantasma, con moltissimi esercizi chiusi per ferie, dopo la stancata delle feste natalizie, musei aperti solo sabato e domenica e aria annoiata. Avrei voluto acquistare una borsa in pelle, ma il negozio era desolatamente chiuso. Peccato, perché anche i dintorni sono tenuti molto bene: nessuna cartaccia in strada, nessun rifiuto abbandonato dissennatamente in giro.

Contavo di andare ad un panificio-pasticceria per prendere il Panforte, ma era chiuso, quindi ho dovuto ripiegare su un altro negozio, dove, però, il prodotto non era altrettanto eccezionale.

Pazienza, farò il sacrificio di farlo sparire in fretta.

Alla sera cena in un  tradizionale localino piccolino, il ristorante “Chiribiri” che da oltre 14 anni propone le ricette storiche della tradizione toscana. Assolutamente da prenotare, perché ha davvero pochissimi coperti, e bisogna essere puntuali, poiché fanno almeno due turni. Ambiente gradevole, familiare, anche se un po’ troppo velocizzato, proprio per dare la possibilità di fare più turni. Velocità non troppo gradita per chi si trova in vacanza, e non vorrebbe ritrovarsi i ritmi incalzanti della ruotine quotidiana.

Molto bella la location del luogo scelto per la notte, l’ “Hotel Relais la Cappuccina”, la cui parte principale è una splendida villa in stile Liberty, per lungo tempo appartenuta ad una famiglia di nobili, recentemente ristrutturata. L’Hotel ha anche una piscina scoperta, ovviamente non utilizzabile in questo periodo, ed una spa.

Si trova poco fuori San Gimignano, in una zona davvero tranquilla e rilassante.

Nel complesso il soggiorno è stato gradevole, ma le pecche sono nelle stanze, sebbene spaziose, dotate di terrazzo e in ordine. Il letto non era affatto confortevole: materasso piuttosto basso, seppure ampio, molto rigido e con cuscini atroci, bassissimi e senza forma. Il bagno era sì ampio, ma con gli spazi davvero malissimo sfruttati: doccia troppo dietro al lavandino e molti spazi inutilizzati. Peccato, per un luogo che, per il resto, è molto piacevole.

Dopo una buona colazione, partenza alla volta di Volterra,  importante città-stato della Toscana antica (Etruria), optando per il tragitto più lungo, ma decisamente più gradevole, in mezzo alle colline che hanno regalato dei panorami davvero stupendi.  Quindi: tramite Sp15 circa 32km in meno di 45 minuti.

Purtroppo il tempo a disposizione non era molto, quindi mi sono limitata ad un giro per il centro, anche per vedere da fuori la Fortezza Medicea, sede della prigione di stato di media sicurezza, e per acquistare qualche piccolo oggetto in alabastro.

L’alabastro (solfato di calcio bi-idrato e risponde alla formula chimica CaSO4 2H2O) di Volterra è infatti il più pregiato d’Europa. La sua formazione risale a circa 6-7 milioni di anni fa e si trova nel territorio volterrano in cave a cielo aperto o in gallerie. Il materiale si trova in blocchi compatti, di forma ovoidale di varie dimensioni.

Ogni cava genera una tipologia di alabastro diverso per aspetto e consistenza, dovuto al variare della composizione chimica del terreno; quindi le varietà meno ricche di inclusioni risultano bianche, più o meno trasparenti; inclusioni di argilla e ossidi metallici danno origine ad alabastri tendenzialmente grigi venati (bardiglio); altre colorazioni ambra, giallo e rossastro sono dovute ad ossidi e idrossidi metallici, in special modo ferro.

La lavorazione dell’alabastro è sicuramente una delle tecniche artigianali più antiche ancora esistenti e l’inventiva e la capacità manuale degli artigiani di Volterra rende la lavorazione dell’alabastro unica nel suo genere. (Fonte: Artieri Alabastro).

Vi sono molti negozi che vendono oggetti in questo bellissimo materiale. Io mi sono fiondata in uno vicino ad un punto panoramico, dove ho trovato il titolare molto gentile che mi ha anche fornito indicazioni su cosa visitare.

Volterra decisamente merita una visita più approfondita e con parecchio più tempo a disposizione.

Fattosi oramai orario di pranzo, casualmente mi sono fermata al Ristorante Pizzeria “Il torrione” di Colle Val d’Elsa. Molto grande il posto, ma prossimo alla chiusura per ferie, quindi decisamente con aria da disarmo. Locali freddissimi, come pure il resto dell’atmosfera. Proprietaria carina e gentile, ma troppo indaffarata con la bambina capricciosa, che avrei evitato di tenere in sala, vista l’ampia disponibilità di spazi. Volevo prendere una pizza, ma sono stata subito avvertita che  la pizzeria non era aperta. Ho ripiegato allora su un tagliere di formaggi con marmellate. Buoni ed abbondanti, ma cari. Bagno in ordine, ma ancora più gelido della sala. Locale che ha bisogno di parecchie limature. Molto bella la veranda che guarda verso Colle Val d’ELsa alto.

Dopo questa pausa, si riprende il viaggio alla volta di Viterbo, città che non mi è nuova, essendoci già stata diverse volte, con la speranza di poter soddisfare la mia voglia di trippa, almeno per cena. Tragitto consigliato: tramite A1/E35,  circa 2 h 15 min per 196 km. Su  consiglio di una persona che si è fatta Milano-Viterbo per un paio d’anni, sono uscita ad Attigliano, accorciando di un po’ la strada, attraverso Bomarzo, borgo del Lazio alle falde del Monte Cimino, dove sarebbe necessaria una sosta per visitare la Villa delle Meraviglie, chiamata anche Sacro Bosco, spesso definito Parco dei Mostri.

Un mostro del parco: l’Orco

Venne progettato dal principe Vicino Orsini e dal grande architetto Pirro Ligorio nel 1552. II parco, pur inserendosi a pieno titolo nell’erudita cultura architettonico-naturalista del secondo Cinquecento, costituisce un unicum. I raffinati giardini all’italiana sono realizzati su criteri di razionalità geometrica e prospettica, con ornamenti quali le ampie terrazze, le fontane con giochi d’acqua e le sculture manieriste. Al contrario, il colto principe di Bomarzo si dedicò alla realizzazione di un eccentrico “boschetto” facendo scolpire nei massi di peperino, affioranti dal terreno, enigmatiche figure di mostri, draghi, soggetti mitologici e animali esotici, che alternò a una casetta pendente, un tempietto funerario, fontane, sedili e obelischi su cui fece incidere motti e iscrizioni. Il Sacro Bosco, non rispettando le consuetudini cinquecentesche, si presenta come una soluzione irregolare; i diversi elementi sono tra loro svincolati da qualsiasi rapporto prospettico e non sono accomunati da coerenza di proporzioni. Il tutto è inventato con criteri iconologici che sfuggono anche ai più appassionati studiosi, autentico labirinto di simboli che avvolge chi si addentra fisicamente o intellettualmente. Questi i motivi che hanno ispirato molti artisti del tempo, come Annibal Caro, Bitussi e il Cardinal Madruzzo. ln seguito alla morte di Vicino Orsini, nessuno si curò più di questo luogo che dopo secoli di abbandono è stato rivalutato da intellettuali e artisti come Claude Lorrain, Johann Wolfgang von Goethe, Salvador Dali, Mario Praz e Maurizio Calvesi. (Fonte: http://www.sacrobosco.it)

Lo metterò sicuramente nella lista delle cose da fare per il prossimo viaggio in zona.

Nelle mie visite precedenti avevo sempre alloggiato nell’ottimo “Hotel Mini Palace”, ma questa volta la scelta è caduta su “Alla Corte delle Terme Exclusive Resort”, una meraviglia che sarebbe risultata proibitiva solo pochi giorni prima. Il complesso è immerso in uno splendido parco privato a soli 2 minuti dalle Terme dei Papi, 5 minuti di auto dal Centro di Viterbo e a pochi chilometri dalla zona archeologica etrusca di Tarquinia, da Villa Lante, dal Lago di Bolsena e dalle principali attrazioni turistiche della zona. Essendo vicino alle Terme dei Papi, Alla Corte delle Terme Exclusive Resort mette a disposizione dei propri clienti una navetta privata, gratuita con alcune formule di pernottamento, che consente l’accesso diretto in accappatoio alla Piscina Monumentale delle Terme dei Papi.

Qui si possono effettuare i trattamenti più svariati, per ogni esigenza ed uscirne rigenerati.

Davvero bella la camera, anzi una suite, con un bagno però un po’ sottodimensionato, ma ben fornito. Il letto grande, con materassi super comodi e cuscini decenti, mi ha permesso una bella notte di sonno.

Per cena ho optato per un localino del centro, il “Ristorante Tre Re”, il ristorante più antico di Viterbo, situato all’angolo della centralissima “Piazza delle Erbe”, famoso perché si cucina come una volta. Qui ho potuto togliermi la voglia di trippa, con un bel piatto appena cucinato. Porzione davvero abbondante, tenerissima e ben condita.

Vicino al posteggio “Valle Faul” si può vedere l’installazione dello scultore americano Seward Johnson intitolata, come ricorda un apposito pannello, “Awakening” ovvero “Risveglio”. Rappresenta il risveglio dell’uomo e delle coscienze.

Si tratta di un figura gigantesca che sembra emergere dal sottosuolo, appunto in una sorta di ideale risveglio, e della quale si protendono verso l’alto solo la testa e gli arti. Il braccio destro è completamente libero ed elevato, l’ arto sinistro è invece ancora interrato fino al polso ed emerge solo la mano spalancata; il piede destro sbuca dal terreno oltre il tallone, mentre la coscia e la gamba reclinate del sinistro costituiscono un estemporaneo scivolo per i giochi dei bambini. La testa dalla lunga barba giace con lo sguardo rivolto di un lato.

Forte appare la tensione drammatica del gigante che cerca di liberarsi dal sottosuolo. La scultura è in alluminio ed è stata realizzata nel 1980. L’installazione ha già varcato l’Atlantico ed è stata esposta in altre due occasioni in Italia.

A Viterbo è arrivata direttamente dall’America e piazzata a Valle Faul nel 2011, fra le odi dei giornalisti, la commozione dei politici locali e il giubilo della cittadinanza.

La permanenza dell’opera a Valle Faul si pensava dovesse essere temporanea, invece  da ormai oltre 7 anni la statua di Seward Johnson vegeta sotto al Sacrario. L’esposizione doveva durare qualche mese, ma ormai sembra che nessuno venga a reclamare l’ingombrante opera, già sfrattata in precedenza da Roma zona Eur e da  Siracusa durante il G8.

Forse l’amministrazione viterbese ritiene quest’opera degno simbolo del risveglio di questa parte della città, recentemente interessata anche dalla realizzazione degli ascensori per salire verso piazza San Lorenzo e via Sant’Antonio.

Per quanto mi riguarda, ho trovato l’opera decisamente inquietante, pensando anche al suo “abbandono” e soprattutto se vista di sera, con scarsa illuminazione .

Dopo il rapido tour di Viterbo, rientro in hotel.

La colazione al mattino, in una bellissima veranda affacciata sul prato, abbondante e gustosa, ha reso la partenza sprintosa, ma malinconica, perché sarebbe stato bello potersi fermare ancora un giorno almeno. Ci attende, però, il mare marchigiano. Si parte alla volta di Macerata, cittadina che non amo particolarmente, anzi, non me ne vogliano i maceratesi, non mi piace affatto. Ancor prima delle ultime orribili vicende di cronaca, vi si respirava un clima torbido, di chiusura e diffidenza, strano per una Regione, invece, bellissima ed accogliente.

Il percorso prescelto:  in circa 2 h 21 min (189 km) tramite SS675 e Strada Statale 77 var della Val di Chienti. Non può non venirmi in mente, percorrendo queste località, la povera pittrice Renata Rapposelli uccisa dal figlio Simone Santoleri.

Macerata

Non intendo fermarmi a Macerata, ma solo passare esattamente da via Spalato, dove è stata ammazzata e smembrata la povera Pamela Mastropietro, per rendermi conto di persona quanto assurda sia la storia dei due trolley portati a Pollenza, per sbarazzarsi del corpo. Ci vogliono 15/18 minuti per arrivarci, per una quindicina di chilometri circa. Perché proprio lì, quando tutti i dintorni hanno la loro bella dose di rifiuti abbandonati sul ciglio della strada?

Non è questa la sede per discuterne, ma aver visto di persona i luoghi, mi lascia ancora più perplessa.

Pranzo all’ottimo ristorante “Adriatico Espresso” di Sambucheto, frazione di Recanati (Mc) dove si mangia ottimo pesce che definire fresco è riduttivo, dal momento che ho visto con i miei occhi conocchie vive (povere!) nel banco. La frittura era semplicemente spettacolare, abbondante e leggerissima, le patatine favolose. Provato anche in altre occasioni, ogni piatto è una meraviglia. Tutto cucinato espresso, richiede il giusto tempo di attesa, ma ne vale decisamente la pena. Nato come pescheria, è diventato ristorante dal settembre del 2015, in un ambiente accogliente, gradevole e ben tenuto. Da non perdere, se ci si trova in quelle zone.

Ben rifocillata, proseguo il viaggio alla volta di Morro D’Alba, delizioso paesino di neanche 2000 anime, in provincia di Ancona, a pochi chilometri da Senigallia, famoso per il suo ottimo vino.

Non scelgo il percorso più breve, ma il più grazioso tramite SP362, per 49,3 km in circa un’ora, senza soste.

Prima di arrivare al vino, però, ero passata attraverso…l’olio di una simpatica azienda agricola a Montefano (Mc), in località Polpano. Capitata assolutamente per caso percorrendo la Sp 362 sui primi fiocchi di una piccola tormenta di neve, sono stata accolta da una simpatica signora, circondata da almeno tre gatti che tentavano di trovare un caldo riparo sulle gomme dell’auto. Mi ha fatto provare l’olio dello scorso anno, più saporito rispetto all’ultima spremitura ed ho optato proprio per quello. Ha una bel colore giallo intenso, molto profumato, dal gusto apparentemente molto delicato e morbido, che lascia poi un gradevole sapore che non pizzica la gola.

Dopo questa sosta, di nuovo in marcia verso la “Lacrima di Morro d’Alba”, vino che avrebbe rischiato di sparire se non fosse stata per la tradizione e l’orgoglio di alcune cantine del territorio di Morro d’Alba, vista l’intenzione di espiantare tutti i ceppi di vitis vinifera coltivati con vitigno Lacrima nera a favore di altri. Fortunatamente ciò non è avvenuto e Grazie al riconoscimento della denominazione di origine controllata, conseguito nel 1985, la Lacrima di Morro d’Alba ha potuto continuare a consolidare la sua qualità.

Il vino è conosciuto da tempi remoti: la prima citazione storica riguardante i vini di Morro d’Alba l’abbiamo grazie a Federico Barbarossa, che già nel 1167, durante l’assedio di Ancona, scelse le mura di Morro d’Alba come dimora e riparo. Gli abitanti furono costretti a cedere all’imperatore il cibo e le prelibatezze del posto, tra cui il famoso succo d’uva di Morro d’Alba.

Originariamente la zona di produzione del vino Lacrima di Morro d’Alba DOC comprendeva solo il comune di Morro d’Alba in provincia di Ancona. Ora la zona è stata estesa anche a comuni limitrofi come Belvedere Ostrense, Monte San Vito, Ostra, San Marcello e Senigallia (con esclusione dei fondi valle che si affacciano sul Mare Adriatico), tutti appartenenti alla provincia anconetana.

Il vino Lacrima di Morro d’Alba si abbina molto bene con prodotti tipici locali come i salumi (salame lardellato di Fabriano, salame ciauscolo), primi piatti a base di salse rosse (ad esempio ragù con animali di basso cortile) e piatti a base di carni bianche. Contrariamente a una tendenza diffusa, possiamo accostarlo anche ad alcuni antipasti marinati (ad esempio a base di pesce azzurro) o ad alcuni tipi di brodetto all’anconitana. Viene prodotto anche nelle tipologie frizzante ed amabile, che vanno preferibilmente gustati come vino a fine pasto (Fonte: www.guida-vino.com). In zona vi sono diverse cantine. Io ho apprezzato l’Az. Agricola Vicari Nazzareno e Vico e l’Az. Agraria Mario Lucchetti.

Ricordi estivi di Senigallia

Fatte quindi tutte le tappe gastronomiche, ho raggiunto in meno di mezz’ora la mia adorata Senigallia, con sistemazione per la notte presso il collaudato “Hotel Universal”, uno dei pochi aperti tutto l’anno, sul lungomare Mameli. E’ dotato anche di una confortevole ed attrezzata spa, ampiamente sperimentata e promossa.

La camera è decisamente spaziosa, con un bellissimo bagno dotato di doccia mega. C’è un box doccia supplementare anche all’interno della camera, ricavata da una nicchia del muro. Molto utile se si è in due e non si vuole aspettare!

Nonostante la notevole abbuffata del pranzo, non potevo farmi mancare una cenetta al ristorante “Pulcinella”, dove qualunque cosa scegli, ci prendi. Io ho gustato una meravigliosa ricciola grigliata con contorno di patatine al forno e verdure che era un vero spettacolo. Sono stata fortunata, perché anche questo ristorante stava per chiudere per ferie, ma non dava certo l’impressione che gli mancasse qualcosa, anzi! Il prezzo, per quantità, qualità, ambiente, cortesia ecc. è assolutamente onesto. Alla fine, oltre a tutto, mettono a disposizione ogni gusto di digestivo. Una vera chicca.

La bora purtroppo non ha consentito un giro serale per il centro di Senigallia, quindi è stato meglio rientrare subito in hotel, per una bella notte di sonno ristoratore, in un letto discretamente spazioso, con materasso confortevole e cuscino accettabile, per il mio collo con cervicale.

Dopo un’abbondante colazione a base di torte fatte in casa e cappuccio, sosta prima della partenza al supermercato della catena “Eurospin”, dotato di un banco del pesce da far invidia alle migliori pescherie della zona. Non potevo partire senza sugo rosso di pesce, pescatrice al forno e lasagne di pesce.

Ultima tappa del mio viaggio, “Fico (Fabbrica Italiana Contadina), Eataly World” a Bologna, situata negli ex spazi del Centro agroalimentare. Si tratta di un parco tematico dedicato al settore agroalimentare e alla gastronomia, uno dei più grandi al mondo nel suo genere. Centomila metri quadrati che ospitano la filiera del cibo: dall’allevamento (con le stalle con gli animali) al piatto servito in tavola, passando per la trasformazione della materia prima. Tutto rigorosamente made in Italy. L’investimento è stato di 120 milioni di euro e l’ambizione di Eataly World è portare 6 milioni di persone all’anno. In realtà, nel primo anno di apertura i visitatori sono stati tre milioni.

Ad essere sincera il tutto mi è parso decisamente sopra il rigo, tutto esagerato, a partire dai prezzi. Troppo di tutto, che non mi piace mai, e troppa non so come dire: supponenza?

L’ho girata a piedi, ma era possibile anche prendere una delle Fico bike, bicicletta a tre ruote, con freno a disco, pensata per trasportare grandi volumi, creata apposta dalla Bianchi, forse nella speranza di grandi spese. Cosa che dubito possa avvenire, visti appunto i prezzi decisamente spropositati della merce.

Ho curiosato un po’ su internet per vedere le recensioni ed una mi ha colpito in particolare: “Tanto fumo e poco arrosto. Sono Bolognese e abito a Bologna dalla nascita. Dico questo per precisare che quello che ho visto non rappresenta per nulla la mia città. Non ho visto nulla che faccia capire alla gente che ci troviamo in una citta emiliana. Ho visto file di persone guardare le mucche o le capre come se fossero all’anteprima del film “Jurassik Park”… eccitarsi per quattro galline e qualche animale da cortile, che vedo ogni giorno dai miei suoceri, sinceramente mi fa un po’ ridere. Non è una specie di EXPO’ come dicono, praticamente sembra di essere in un supermercato dove la roba è la stessa che trovi alla Coop però con il prezzo più alto… per esempio una bottiglia d’acqua da 50 cc. che paghi 20 centesimi qua costa €1,80 , fai un ora di fila e la roba non è neanche buona come dicono (ho visto gente alzarsi e lasciare tutto nel piatto).

Eataly andrà bene per gli italiani all’estero abituati a mangiare Hamburgher e schifezze varie, ma per chi sa cosa vuol dire mangiare bene…bhè è meglio restare a casa. Completamente deluso”.

Io ho deciso di provare per pranzo, tra le numerose proposte, le specialità del “Bistrot della patata”, curato dalla Pizzoli. Uno scocciatissimo addetto mi ha malamente spiegato in cosa consisteva la coppetta bigusto di patate, poi mi ha cacciato in mano lo scontrino con il numero di prenotazione (non avevo davanti nessuno) e mi ha detto di aspettare il mio turno. Ho atteso pazientemente un paio di minuti, poi mi è stata messo in mano la coppetta (una dose da gelato) di purè, chiaramente non fresco, ma scaldato al microonde. Fortunatamente il resto della comitiva aveva ordinato un bel tagliere di affettati e formaggi pugliesi, dal quale ho abbondantemente rubato.

Un punto a favore per i bagni, situati in molti punti del parco, tenuti bene, ancora belli nuovi. Il tutto andrebbe visto nei giorni di pienone e, poi, tra qualche anno. Per ora, impressione positiva.

Caffè d’ordinanza alla postazione Lavazza col solito odioso cucchiaino anti-mancini, poi partenza verso casa, contenta, ma abbastanza stanca e desiderosa di ritrovare il mio letto, il mio cuscino e….i miei gatti (che ho tenuto monitorati attraverso due simpatiche telecamere con controllo remoto!)

Un micio di Volterra.

L’Antipatica

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