Considerazioni da persona qualsiasi sul caso di Marco Vannini.

Considerazioni da persona qualsiasi sul caso di Marco Vannini.

Sulla triste vicenda di Marco Vannini avevo già scritto e mi ripromettevo di non farlo più, ma continuo a rimuginare su quanto i Ciontoli raccontano di quella sera e continuo a fare alcune considerazioni diciamo “raso terra”, da totale profana di balistica, criminologia, tecniche investigative, ecc. ecc. Considerazioni da persona qualsiasi.

La storia della morte di Marco è nota a tutti, quindi non sto a ripercorrerla, come sta andando l’aspetto processuale altrettanto, anzi non voglio proprio nemmeno commentarlo, quindi mi limito ad elencare quelli che, a mio avviso, sono alcuni aspetti che proprio non mi tornano e sui quali non trovo alcun riferimento nel fiume di parole  già detto e scritto ovunque.

1) Il bagno

I miei primi dubbi riguardano l’esatto orario in cui Marco è stato colpito ed il luogo. Leggiamo infatti, dalla cronaca, ricostruzioni piuttosto fumose circa questo aspetto, cose del tipo: “Omicidio Vannini, dal colpo di pistola alla sentenza d’appello: cosa è successo.

Il ventenne di Cerveteri morì il 18 maggio 2015 a Ladispoli, in provincia di Roma, dopo essere stato raggiunto da un colpo di arma da fuoco sparatogli da Antonio Ciontoli, padre della fidanzata del ragazzo”. Capirai. Un po’ vago.

“Sono circa le 20.00 quando Marco Vannini si trova a Ladispoli nella villetta della fidanzata Martina. Alle 23.00 i vicini sentono delle urla: “Vedi, papà? Vedi?”. Poi un ragazzo che si lamenta con una voce disumana: “Scusa Martina”. In casa non ci sono solo Marco e Martina, ma altre quattro persone: Antonio Ciontoli, la moglie Maria, Federico e la fidanzata di quest’ultimo, Viola Giorgini. Tutti e cinque hanno raccontato che Marco stava facendo un bagno nella vasca. Era nudo quando nella stanza entrò Ciontoli per prendere da una scarpiera un’arma. Partì un colpo che ferì gravemente il ragazzo. Di lì, secondo l’accusa, sarebbe partito un ritardo “consapevole” nei soccorsi e le condizioni del giovane si sarebbero aggravate, fino a provocarne la morte”. Tutto qui.

Quindi: a che ora esattamente Marco si stava facendo il bagno? Un bagno dopo aver cenato?

Francamente mi pare tutto davvero poco plausibile.

Cosa dicono a proposito della cena i risultati dell’autopsia? Che io sappia, nulla, poiché  le informazioni riportate in merito dalla cronaca sono tutte incentrate sulle cause della morte. Non si conoscono altri dettagli. O, quantomeno, io non li conosco, quindi mi rimangono molte domande senza risposta.

Stando ai racconti di questa orribile famiglia, Marco, in orario serale, sarebbe stato nudo nella vasca per fare un bagno/doccia.  Sinceramente faccio fatica a crederlo, per varie ragioni, alcune delle quali spiegate dalla stessa mamma del ragazzo, Marina: Marco, per come era solito, non avrebbe mai fatto un bagno in casa d’altri, nemmeno della fidanzata, lasciando poi la porta non chiusa a chiave. Strano, poi, l’orario.

La ricostruzione sarebbe questa: Marco lavorava come bagnino in uno stabilimento della zona. Finito il turno, presumibilmente dopo essersi sistemato e magari anche lavato, raggiunge la fidanzata Martina Ciontoli nella villa dei genitori di lei, e resta a cena con il padre Antonio, la madre Maria Pezzillo, il fratello Federico e la sua fidanzata Viola Giorgini. Marco conclude la cena, si alza e va in bagno a farsi una doccia. Ma a chi volete darla a bere?

E a che ora? Alle 23.15 come vogliono far credere? Personalmente mi pare tutto davvero strano, ma proseguiamo.

2) Le armi

Stando ai racconti dei Ciontoli, il capofamiglia avrebbe sentito l’irrefrenabile necessità di pulire le sue armi proprio nello stesso preciso istante in cui Marco si stava facendo il bagno, volendo credere a questa circostanza già di per sé assurda. Non prima, non dopo, no, esattamente e improcrastinabilmente in quel momento.

E le armi dov’erano? Guarda caso proprio nel bagno, in una scarpiera.

Ma che, ci volete prendere per scemi? Anche un bambino, quindi figuriamoci un “militare”, sa che le armi vanno detenute con modalità ben precise e certamente non alla cavolo in un marsupio in bagno, dove, tra l’altro, sarebbero particolarmente soggette all’umidità.

L’arma dentro casa è un pericolo in se: è preferibile quindi abbondare con le cautele, piuttosto che ridurle. L’ideale custodirle in un armadio senza serratura, alla portata di tutti.

L’art. 20 della legge 110 del 1975, recante “norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi”, prevede che la custodia delle armi debba essere assicurata «con ogni diligenza nell’interesse della sicurezza pubblica».

La norma, dunque, impone un obbligo di custodia in capo al detentore dell’arma; tale obbligo è definito dalla legge in termini generici e il suo rispetto va valutato di volta in volta, a seconda delle situazioni contingenti. L’obbligo si considera adempiuto allorché, concretamente, siano adottate delle cautele, proporzionate al pericolo che la norma penale intende scongiurare. In buona sostanza, occorre assumere tutti quegli accorgimenti che porrebbe in essere una persona di normale prudenza, in base al principio dell’id quod plerumque accidit. In questo caso, trattandosi di un militare in servizio, la prudenza avrebbe dovuto essere ancora maggiore.

Nell’ipotesi in cui il detentore dell’arma abbia una famiglia, egli non è tenuto a celare le armi ai congiunti, ma deve adottare una condotta diligente per scongiurare situazioni di pericolo. Il dovere di diligenza di cui all’art. 20, pertanto, postula che l’arma sia sottratta alla disponibilità di chiunque frequenti l’abitazione e non sia accessibile ad eventuali intrusi. Proprio come in casa Ciontoli, insomma, o come vorrebbero farci credere. Ciontoli, entrando in bagno mentre c’è Marco pone in essere una condotta a mio avviso imprudente, a prescindere.

Ai sensi dell’art. 20 bis legge 110 del 1975, inoltre, è vietato consegnare o rendere agevole l’impossessamento di armi rispetto a persone di minore età, incapaci o imperite. In merito al significato di persona “imperita”, la valutazione va effettuata caso per caso, in base alle circostanze del fatto. Ad esempio, può considerarsi integrato il reato di cui al citato art. 20 bis, qualora un’arma carica sia lasciata incustodita e alla mercé di un soggetto che, pur non essendo minorenne o incapace, a cagione della sua scarsa conoscenza dell’uso delle armi, potrebbe causare o procurarsi lesioni. Forse come in questo caso, dove in casa vi erano diversi soggetti certamente non esperti.

Quando bisogna maneggiare una pistola in sicurezza bisogna innanzitutto togliere il caricatore, mai premere il dito sul grilletto, scarrellare e verificare che l’arma sia libera da munizioni, poi portare l’arma verso un luogo di sicurezza e provare l’arma solo dopo aver verificato che non ci siano colpi in canna.

E comunque, un’arma va considerata sempre potenzialmente pericolosa.

3) Il rumore dello sparo

Strano che nessuno dei familiari abbia sentito lo sparo. Luciano Garofano, ex generale dei Ris e consulente dei Vannini, dopo un esame sull’arma, afferma che «il colpo è in grado di produrre un rumore di 130 decibel», un suono equivalente all’azionamento di un «martello pneumatico». Difficile non sentirlo.

Una vicina che abitava sotto, non sentita a processo, ma scovata dalle Iene, afferma di aver sentito «un botto forte soffocato».

Tommaso Liuzzi, ex vicino della famiglia Ciontoli, testimone con tutta la sua famiglia durante l’udienza di primo grado, ricorda di essere stato svegliato da un forte boato. Il rumore del colpo esploso?

Ecco il contenuto del verbale dell’interrogatorio di Antonio Ciontoli: «Ricordo che la pistola mi stava scivolando e afferrandola con l’indice della mano destra premevo con forza la leva di scatto, il grilletto, provocando l’esplosione di un colpo. Il serbatoio era innestato e vi erano all’interno 12 ulteriori pallottole». Sarei curiosa di vedere una ricostruzione esatta dei movimenti fatti dal “militare”. Una cosa soprattutto: se l’arma ti sta scivolando, non è più facile che ti spari su un piede? E perché premi “con forza”proprio quella parte dell’arma che consente esplosione del colpo?

E poi: il rumore di uno sparo vero è lo stesso di uno sparo senza munizioni? Cioè: dal rumore fatto non era già comprensibile che era stato esploso un proiettile e che, quindi, Marco poteva esserne rimasto ferito?

Lo stesso Ciontoli inizialmente dichiara di aver commesso una leggerezza e di aver sparato accidentalmente mentre, per scherzo, voleva mettere paura al fidanzato della figlia. Uno sparo involontario dovuto alla caduta delle pistole, che sarebbero state recuperate maldestramente premendo il grilletto. Pensava in sostanza che l’arma fosse scarica, ma successivamente ammette che il gesto dello sparo è stato intenzionale.

Insomma un gran pasticcio. Buono giusto per i giudici.

Non si comprende, poi, come Ciontoli, che è un militare, possa aver pensato che la pistola fosse scarica, dal momento che con un caricatore dell’arma con 12 pallottole il peso della pistola cambia enormemente.

Versioni pasticciate ed inverosimili comunque ed è incredibile che sia un militare a parlare in questi termini, a non saper maneggiare un’arma da fuoco, a non accorgersi che la pistola fosse carica di proiettili.

E, ancora più incredibile, che dei giudici gli abbiano sostanzialmente creduto.

Inoltre, il bossolo trovato non  si trovava nel bagno, ma nella camera da letto. Come ci è arrivato? Mistero

4) Tutto troppo pulito

Le foto della scena del crimine, pubblicate dal settimanale “Giallo” e dalla trasmissione “Chi l’ha visto?”, mostrano che la vasca da bagno è perfettamente pulita e non c’è una sola macchia di sangue né all’interno della vasca, né sui bordi, né sulle mattonelle intorno.

Non è plausibile che un ragazzo ferito da un colpo di pistola non abbia perso sangue: ciò significa che o la scena del delitto è stata attentamente ripulita, oppure la pistola ha sparato in un’altra stanza dell’abitazione. Quindi? Niente, va bene così.

5) I soccorsi

Federico Ciontoli chiama il 118, ma solo alle 23.41. Dice: «C’è un ragazzo che si è sentito male, è diventato bianco e non respira più. Si è spaventato». Maria Pezzillo, da un’altra stanza urla al figlio «…che non serve». Federico annulla quindi la chiamata. Io, francamente, ascoltando l’audio della chiamata, non riesco a capire bene cosa stia effettivamente dicendo la Pezzillo. Federico si sta dilungando nei particolari e la madre mi pare più che gli stia dicendo che non servono tante spiegazioni, ma Federico forse fraintende e annulla la chiamata.

Passano altri 24 interminabili minuti e Antonio Ciontoli richiama il 118 mentre in sottofondo si sentono le urla strazianti di Marco e dice: «Il ragazzo si è ferito con un pettine a punta, grida perché si è messo paura». E’ andato un po’ in panico…

«Ciontoli ha consapevolmente e reiteratamente evitato l’attivazione di immediati soccorsi per evitare conseguenze dannose in ambito lavorativo», si legge nelle motivazioni della sentenza di Secondo grado. Convinto che non si trattasse di nulla di grave, temendo per il suo preziosissimo lavoro di porta borse (segrete), ha preferito temporeggiare, non immaginando neanche lontanamente che Marco sarebbe potuto morire. Certo, ci crediamo.

Diversamente, per i giudici d’Appello: «Non appare logico che Antonio Ciontoli abbia voluto accettare le conseguenze collaterali della sua condotta», ovvero la morte di Marco, poiché il tragico epilogo va a scontrarsi con la salvaguardia del suo posto di lavoro come ufficiale della Marina Militare. Ciontoli una volta arrivato al pronto soccorso chiederà al dottor Matera di poter tacere riguardo allo sparo e questo elemento evidenzia, secondo i giudici, la mancata consapevolezza che Marco potesse soccombere a quella ferita. Un comportamento davvero perfetto per un servitore dello Stato.

Di conseguenza i suoi familiari per la Corte «difettavano della piena conoscenza delle circostanze… e proprio in considerazione della non provata consapevolezza circa la natura del colpo esploso, delle rassicurazioni di Antonio Ciontoli e delle caratteristiche della ferita, si deve ritenere non sufficientemente certo che essi si siano rappresentati con la lucidità e la nettezza del padre la possibilità dell’evento mortale».

Non mi esprimo sulle condanne comminate a seguito di questi “ragionamenti”.

6) Chi è davvero Antonio Ciontoli?

Ciontoli non è in grado di aiutare Marco nella preparazione dei documenti necessari per la presentazione della domanda per Volontario in Ferma Prefissata di 1 anno nell’Esercito. Lo fa sempre sbagliare. Sarà un caso o è fatto di proposito, proprio per non farlo accedere alla carriera militare? Forse per non fargli scoprire qualche “balla” raccontata in casa per farsi bello?

Sappiamo che è Sottufficiale della Marina Militare che prestava servizio nell’Unità Raggruppamento Difesa.

In sostanza, come racconterà lo stesso Ciontoli durante la sua testimonianza nel processo di primo grado, «trasportavo documentazioni di alta riservatezza” e avrebbe fatto anche da autista a Vincenzo Camporini, generale ex Capo di Stato maggiore della Marina Militare.

Il R.U.D. è un ente militare interforze, inquadrato nello Stato Maggiore della Difesa.

La sede principale è a Roma con distaccamenti periferici ad Alghero, Oristano, Ladispoli, Lecce, San Donà di Piave. Ha compiti di vigilanza e difesa della logistica delle installazioni preposte ad attività di intelligence.

Raggruppamento Unità Difesa – Distaccamento Ladispoli: Indirizzo: Via Aurelia, Km. 42,500 – 00055 Ladispoli (RM). Interessante. Teniamo in mente la Via Aurelia.

Secondo un paio di persone intervistate in varie trasmissioni, Ciontoli aveva l’abitudine di mostrarsi particolarmente aggressivo in auto e di mostrare anche l’arma per intimidire. Uno, in particolare, raccontò ai microfoni di Quarto Grado di un episodio avvenuto lungo la Via Aurelia: nell’estate 2014 (luglio o agosto) sul tratto della statale verso Castel Di Guido una macchina avrebbe abbagliato il testimone per cercare di sorpassare. Secondo quanto raccontato dall’uomo, quest’ultimo dove possibile avrebbe rallentato per far passare l’automobile e il guidatore gli avrebbe puntato una pistola.

«Era un’auto scura poteva essere una Bmw o Audi – aveva raccontato il testimone e aveva aggiunto – la prima volta che ho visto in tv questa tragedia ho avuto un flash. Per me era Ciontoli».

Anche l’ex vicina di casa Maria Cristina aveva parlato alla trasmissione “Le Iene” di una grossa auto scura in uso al Ciontoli e non solo: «All’apparenza tutti belli, tutti bravi, invece erano persone spiacevolissime, lui era una persona cattivissima. “Prima o poi sto cane te lo ammazzo”, mi diceva. Lei, la moglie, ha preso anche un sacco di botte, lui molto molto cattivo».

Pare persino che, a seguito dell’episodio accaduto sulla Via Aurelia il Ciontoli avesse dei precedenti penali, fatto che sarebbe in netto contrasto con le procedure di selezione del RUD che non permetto a nessun membro di avere dei precedenti penali. Regola che vale per l’ingresso in qualsiasi settore delle FFOO. Senza contare che, a domanda del pubblico ministero, Antonio Ciontoli pare aver risposto di essere sottoposto ad altri procedimenti penali e di aver anche riportato condanne.

DI BATTISTA e PETRAROLI, durante la  seduta di Giovedì 26 novembre 2015 presentano al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa, al Ministro della giustizia una Interrogazione a risposta scritta dove si espone, tra l’altro che:

«…sempre secondo quanto riportato da organi di stampa il Signor A.C. è un sottufficiale della marina in servizio presso il R.U.D., il raggruppamento unità difesa, un apparato interforze dello Stato Maggiore della difesa, che ha il compito di occuparsi della vigilanza e difesa delle prime installazioni militari appartenenti ai servizi segreti e che presterebbe inoltre servizio presso la Presidenza del Consiglio;

alla luce della gravità dei fatti esposti in precedenza ed in considerazione del fatto che A.C. risulta indagato per concorso in omicidio, gli interroganti ritengono di fondamentale importanza appurare se A.C. sia effettivamente un sottufficiale della Marina militare e quali incarichi, nello specifico, abbia espletato o stia attualmente espletando;

sarebbe altresì di rilievo sapere se il Governo sia a conoscenza di procedimenti disciplinari a carico del Signor A.C. e se sia stata adottata, nei suoi confronti, la sospensione in via cautelare dal lavoro;

in ogni caso a prescindere dai gravissimi fatti per i quali la magistratura sta indagando A.C., non è accettabile che un appartenente al prestigioso corpo della Marina militare, che addirittura sembra svolgere incarichi di intelligence, abbia avuto un atteggiamento che appare agli interroganti così superficiale ed irresponsabile per l’incolumità fisica di una persona, omettendo di dare le corrette informazioni al 118 riguardo al ferimento di un ragazzo con un’arma da fuoco». Non so quali siano state le risposte, se ve ne sono state, dei Ministri interpellati in merito.

In conclusione, le sentenze vanno rispettate, per carità, ma è anche vero che vengono emesse in nome del popolo italiano che, in questo caso, non mi pare molto concorde con l’esito stabilito in suo nome dai giudici ed è evidente che l’ultima parola non è ancora stata detta.

Paola Pagliari

 

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