Dove sta andando la giustizia italiana?

Dove sta andando la giustizia italiana?

“Stefano Binda innocente. Non ha ucciso lui Lidia Macchi”.

Così si chiama la pagina Facebook che ho aperto l’indomani della condanna all’ergastolo di Stefano Binda per l’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa di “Comunione e Liberazione”, uccisa la sera del 5 gennaio 1987 in località Sass Pinin”, vicino a Cittiglio, in provincia di Varese, a causa di 29 coltellate.

Lo scorso 24 aprile 2018, la Corte d’Assise di Varese, presieduta dal giudice Orazio Muscato ha condannato all’ergastolo il cinquantunenne di Brebbia Stefano Binda che quella sera “dopo aver incontrato Lidia all’ospedale di Cittiglio ed essersi accompagnato all’amica nella sua auto, raggiungeva con lei la zona boscosa “Sass Pinin” dove, dopo la consumazione di un rapporto sessuale ottenuto con minaccia e costrizione, la aggrediva colpendola reiteratamente alla gola, al collo e al torace e, successivamente, mentre la ragazza tentava la fuga, alla coscia sinistra e alla zona dorsale, con una serie di coltellate tali da cagionare alla vittima numerose lesioni che ne determinavano la morte per anemia e asfissia dopo penosa agonia”.

E il giorno stesso ha aperto la pagina di mia spontanea volontà, in assoluta autonomia ritenendo la condanna di quest’uomo non sufficientemente provata. Esattamente come ho fatto per Olindo Romano e Rosa Bazzi in merito alla  tristemente famosa “strage di Erba”.

Con la differenza che i fatti di Erba sono avvenuti nel 2006, l’omicidio di Lidia Macchi nel lontano 1987.

“Olindo Romano e Rosa Bazzi innocenti” è nata nel 2010, quella per Binda il giorno stesso della sentenza di condanna all’ergastolo, perché intendevo seguire passo passo tutte le successive vicende processuali.

La sentenza, clamorosa, arrivava esattamente 31 anni, 3 mesi e 19 giorni dopo la morte della ragazza e presentava non poche perplessità.

L’inchiesta era rimasta ferma per decenni, poi era stata riaperta improvvisamente quando un giornale locale entrò in possesso di una poesia recapitata il giorno dei funerali a casa Macchi, la famosa “In morte di un’amica”. Dopo la pubblicazione della lettera, un’amica di allora di Lidia riconobbe la calligrafia di Binda. Il caso fu riaperto, tutte le circostanze riconsiderate, il corpo della ragazza riesumato per una nuova autopsia e furono disposte nuove ricerche per trovare l’arma del delitto. Subito dopo Binda fu arrestato: era il gennaio del 2016, 29 anni dopo il delitto.

Secondo i giudici, Binda, autore di quella poesia-confessione, violentò la studentessa poi la uccise perché “si era concessa ma non avrebbe dovuto farlo per via del suo credo religioso”, entrambi, infatti,  facevano parte di Cl.

Stefano Binda

Un processo indiziario

In molti scommettevano sull’assoluzione di Binda, trattandosi di un processo meramente indiziario, e invece nelle motivazioni così si legge: “La Corte ha tenuto conto del numero elevatissimo e dell’univocità degli indizi; essi sono più o meno significativi nella loro singola portata ma, in seno ad una valutazione globale, risultano tutti convergenti verso l’indicazione di penale responsabilità dell’imputato, ben al di là di una mera coincidenza”.

I difensori di Binda, avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli il 12 marzo di quest’anno presentano istanza di scarcerazione alla Corte d’Assise d’Appello di Milano: «Non può inquinare le prove, quindi l’attuale misura coercitiva  venga revocata o modificata con altra meno afflittiva» come gli arresti domiciliari o, ancora meglio, l’obbligo di firma dinanzi alla polizia giudiziaria.

E I due giudici togati, che guideranno il collegio d’appello chiamato a pronunciarsi sulla sentenza di condanna all’ergastolo, ritenendo ancora attuali le esigenze cautelari a carico dell’imputato, in carcere da più di trentasei mesi, non si sono fatti attendere con il proprio diniego, motivandolo in modo davvero sorprendente. Per giustificare il provvedimento negativo, il giudice estensore della sentenza, dottoressa  Franca Anelli, ha fatto riferimento al permanere allo stato di due dei tre presupposti previsti dalla legge per legittimare l’applicazione della custodia cautelare in carcere: il pericolo di reiterazione del reato e, soprattutto, il pericolo di inquinamento delle prove. A questo proposito, la Corte di assise di appello di Milano, facendo  così proprie le considerazioni del sostituto procuratore generale Gemma Gualdi, che aveva espresso il proprio diniego alla richiesta di scarcerazione depositata delle difese, ha posto l’accento sulla presunta capacità di Binda di inquinare ancora oggi le prove.

Pericolo di inquinamento delle prove.

In particolar modo la capacità di “influire nell’attualità” sia sulle deposizioni dei testi che potrebbero essere risentiti in aula nel processo d’appello, sia sul convincimento degli eventuali futuri giudici popolari. E in che modo Binda dal  carcere potrebbe fare ciò? Semplice: attraverso articoli, interviste e persino post sulla mia pagina Facebook che, secondo i giudici, sarebbero stati utilizzati dalla sentenza varesina in avanti per rilanciare la tesi dell’innocenza dell’ex amico di Lidia Macchi e, contestualmente, la sua ingiusta detenzione.

Secondo i giudici la mia pagina sarebbe promanazione della difesa, ma fanno autogoal, anzi dimostrano scientificamente di argomentare sul nulla, sull’inventato di sana pianta, pur di tenere a galla le loro tesi inverosimili.

Per loro la pagina sarebbe stata creata come longa manus della difesa? Falso, perché io nemmeno sapevo i nomi del pool difensivo, infatti avevo risposto  sulla pagina all’avvocato Esposito, ignorando fosse lei uno dei difensori, sostenendo che uno degli avvocati, lei appunto, era andata in pensione (avendolo pedissequamente appreso dalla stampa). L’avvocato mi aveva giustamente fatto notare che “un avvocato non va mai in pensione” e, a quel punto avevo finalmente realizzato che stavo parlando proprio con lei. Tanta era la mia familiarità con il pool difensivo!

A maggio iniziavo a prendere contatti con la difesa di Binda, per avere informazioni non univoche. La prova della data esatta dell’inizio dei miei rapporti con la difesa sta nelle date delle mail inviate e ricevute con gli studi dei due legali, ma anche nei post che seguono:

E i contatti sono rimasti solo per avere informazioni circa le date dei successivi atti processuali. Inventare che la pagina sia una promanazione di Binda mi pare davvero folle. Che poi sia pure in grado di influenzare i testimoni va oltre ogni (dis)umana comprensione. Peggio del processo alle intenzioni, molto peggio.

Oltre a tutto, purtroppo, riesco a seguire la pagina davvero poco, infatti conta solo 61 followers, quindi mi pare d’essere ben misera untorella.

Comunque, non potevo certo far passare sotto silenzio certe falsità, quindi ho replicato all’articolo, a firma dell’onesto Luca Testoni:

 «Binda è innocente. E lo scrivo»

CASO MACCHI Parla la giornalista che cura la pagina Facebook citata dalla Procura

«Le sentenze sono in nome di tutto il popolo italiano. Perciò, se non sono soddisfatta di com’è stata amministrata la giustizia, è nel mio pieno diritto esprimere la mia opinione, no? Anche perché mi risulta che siamo ancora in un Paese libero».

Citata nel parere espresso dalla Procura generale di Milano contro l’istanza di scarcerazione di Stefano Binda proprio per la sua pagina Facebook “Stefano Binda innocente. Non ha ucciso lui Lidia Macchi” – definito come «macroscopicamente idoneo a inquinare il convincimento di chi ne abbia accesso» -, l’ideatrice del blog, la giornalista comasca Paola Pagliari, rivendica la propria autonomia e libertà di pensiero. Di più, il suo diritto a investigare.

«Anni fa ho fatto un sito Facebook sulla vicenda di Olindo e Rosa, una storia che penso di conoscere molto bene. Per quel che riguarda invece la vicenda giudiziaria di Binda l’ho sempre seguita. Approfondendo la materia, ho provato simpatia per Lidia Macchi, una ragazza in cui per certi versi mi sono rivista: oggi avrebbe la mia età e tra l’altro ha frequentato giurisprudenza a Milano quando la facevo anch’io, e chissà forse ci siamo anche incrociate. Alla fine del processo davanti alla Corte d’Assise di Varese ha deciso di attivare il sito perché come tanti non mi sono riconosciuta in quella ricostruzione», racconta la genesi del suo Facebook, la cui platea è per altro ridotta (i follower sono una sessantina in tutto).

«Non ho inserito tutti questi post perché mi sta simpatico Binda, al contrario. Vedo delle cose che non mi tornano e finché quei tanti dubbi non saranno fugati oltre ogni ragionevole dubbio, non ho intenzione di chiudere questa pagina. A che cosa mi riferisco? Per esempio, non mi sembra provata la presenza dell’imputato in quelle zone, in quegli orari e in quei giorni. Ancora: non sono state seguite altre piste. Nella zona in cui fu ritrovato il corpo di Lidia c’erano delle case abbandonate. E se dietro il delitto ci fossero delle sette? La lettera-poema anonima attribuita a Binda potrebbe avere altre chiavi di lettura».

Resta il fatto che la il sostituto procuratore generale Gemma Gualdi e, in parte, anche la famiglia Macchi, per tramite dell’avvocato Daniele Pizzi, hanno individuato nel suo “blog” dedicato alle ragioni dell’innocenza di Stefano Binda – e che sarebbe stato “attivato” ad hoc alla fine del primo grado – come una sorta di “longa manus” della difesa «per pubblicizzare prove dichiarative di dubbia genuinità». «Non “lavoro” per conto di nessuno e non sono il portavoce Facebook di nessuno. il mio sito è nato prima che entrassi in contatto con uno dei legali di Binda, l’avvocato Patrizia Esposito. Quando le ho scritto delle cose e lei mi ha risposto. Tutti qui», taglia corto la giornalista, i cui dubbi su un presunto errore giudiziario nel “caso Macchi” sono stati esternati pure in un’inchiesta “pubblicata” a puntate anche sul sito “ultimaparolanews”. «Sostenere che possa condizionare la regolarità del processo mi pare assurdo. Siamo in democrazia e tutti hanno diritto a una gamma di informazioni non univoche».

E’ attesa la fissazione della data per l’appello.

Paola Pagliari

Lascia un commento

Your email address will not be published.