In principio era la fabbrica: storia (triste) della ditta Luigi Rossa di Vercelli

In principio era la fabbrica: storia (triste) della ditta Luigi Rossa di Vercelli

Breve storia di una fabbrica appartenente a un’Italia che non esiste più, partendo da una litografia su una vecchia scatola di latta

Come molti di voi probabilmente sapranno, oltre ad essere appassionata di esplorazioni urbane, sono anche una collezionista di vecchie scatole di latta.  Proprio su una di queste vecchie scatole, risalente agli anni ’30, è rappresentata una fabbrica di caffè del vercellese nel pieno della sua attività. La stessa fabbrica, insieme alla villa dei proprietari,  giace adesso in un totale stato di abbandono, quasi del tutto demolita, pare da una squadra di “guastatori”, allo scopo di rubare tutto il possibile.

La fabbrica era il simbolo di un’Italia che, con grande fiducia nel futuro, produceva e creava ricchezza. La stessa Italia che ora vede molte delle sue attività industriali e artigianali abbandonate e lasciate morire nell’oblio più totale…

le rovine della fabbrica si specchiano in una pozzanghera dopo un temporale…

La scatola di latta da cui prende avvio questo articolo appartiene appunto alla ditta Luigi Rossa di Vercelli, ditta fondata nel 1858, ricordata soprattutto per la produzione del caffè a base di cicoria – uno dei prodotti sicuramente più approvati dal governo italiano del ventennio fascista- ma che produceva anche  caramelle e molte altre specialità. Una ditta che ha saputo rinnovarsi nel corso dei decenni ma che poi, come la maggior parte delle aziende storiche italiane, ha dovuto soccombere al peso della crisi, della globalizzazione, della delocalizzazione e di tutto quello che chiamiamo progresso.

La scatola della ditta Luigi Rossa, raffigurante Stradivari, che sul fianco reca la riproduzione dello stabilimento di Vercelli, con villa annessa. Si nota benissimo nel disegno la torretta della villa padronale,con il gazebo, che svetta ancora adesso sulle rovine della struttura

Questa fabbrica è stata il perno attorno cui si è sviluppato l’intero rione Isola che, nel corso degli anni, ha assistito al lento ma inesorabile declino di quello che era un simbolo della città e dell’Italia che produce(va) ma che però, prima del tracollo, si era ingrandito e ammodernato proprio grazie a lei. Anche il ponte sul Cervetto è stato costruito all’epoca proprio per migliorare i collegamenti tra la zona in cui si trovava la fabbrica e la città di Vercelli. Si dice che non ci fosse famiglia nel rione che non avesse uno o più componenti occupati nella fabbrica.

Si tratta di un’area industriale che misura complessivamente oltre trentatremila metri quadrati, all’interno della quale si trova anche la villa padronale in pieno stile liberty, di cui si scorge ancora il gazebo posto sulla sommità della torretta.

Lo scempio del  2011

Purtroppo del grande complesso riprodotto sulla scatola non è rimasto quasi più niente. Sembra che la famiglia Rossa avesse ceduto anni fa strutture e brevetto ad una società novarese, e che quest’ultima abbia rivenduto il brevetto alla Nestlè ed abbia messo all’asta l’area, che è passata in mano a diversi proprietari negli ultimi decenni. In un articolo de La Sesia del 5 agosto 2011 si legge che  il proprietario di allora, la Forte Immobiliare di proprietà di Massimo Poluzzi, residente a Vinzaglio,  che aveva presentato in Comune un progetto di recupero (mai approvato per le solite lungaggini burocratiche o chissà cos’altro) ha denunciato un fatto gravissimo: a fine luglio dello stesso anno qualcuno è entrato con una gru ed ha fatto razzia e scempio della fabbrica e della villa. Scempio che pare sia durato tre giorni e che nessuno abbia visto né tantomeno fermato. Sono stati rubati pavimenti, vetrate, e -ovviamente- tutto il ferro possibile. Sicuramente è ben difficile non accorgersi di una gru che entra in una zona di quel tipo e non vedere quel genere di attività, fattosta che dopo quell’incursione  il risultato sembra un vero e proprio bombardamento, una distruzione attuata senza un minimo di rispetto per quanto questa ditta ha rappresentato.  Purtroppo il fatto è che da un certo genere di individui non ci si può aspettare  il rispetto per niente e per nessuno.

Il punto è che nell’ultimo articolo da me trovato in rete, risalente al 2016,  si dice che la proprietà ( a questo punto io non ho capito di quale proprietario si tratti) ha deciso di demolire ciò che rimane per riqualificare (pare)  la zona e farne un parcheggio e chissà cos’altro. Però mi sembra tanto che (siamo alle solite) tutto si sia fermato; infatti la demolizione è stata sì iniziata, ma ad oggi non è stata ultimata e non sembrerebbe ci siano segnali di una ripresa dei lavori.

Quel che rimane di uno dei capannoni della fabbrica

Per inciso non capisco perché il progetto di demolizione abbia anche interessato la villa, che poteva forse essere ripresa in qualche modo. Ora anche lei, sventrata, distrutta, aspetta solo di collassare su se stessa. E’ davvero difficile riconoscere il grande complesso originario riprodotto sulla mia scatolina di latta quando ci si avventura tra le rovine della struttura.

Dei capannoni per la produzione e lo stoccaggio delle merci rimane ben poco, e anche della villa, purtroppo. Eppure ha un fascino non indifferente. L’unica stanza affrescata superstite sembra sospesa nel tempo, quasi un baluardo contro l’avanzare del nulla. Entrando bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi e anche a cosa c’è (o non c’è) sopra la testa, alle scale ormai pericolanti e alle voragini che hanno preso il posto di stanze e saloni.

la scala che porta al primo piano
la villa vista dal cortile interno
Il soffitto di quella che doveva essere la stanza da letto padronale

Nella villa e nei capannoni e magazzini rimasti ci sono ancora flebili segnali di vita…un baule, una sedia, un calendario, tutti oggetti che hanno resistito alla devastazione e che rimangono a testimoniare quanto questo luogo, tanto desolato adesso, fosse vitale anni fa.  Il calendario oltretutto fa un po’ da fermo-immagine: riporta infatti  l’anno 1991, forse l’ultimo anno in cui la fabbrica e la villa erano ancora in attività.

Il calendario, fermo a dicembre 1991

Personalmente provo sempre una grande malinconia quando mi trovo ad esplorare i ruderi di quella che era l’Italia delle speranze, del progresso e del boom economico, avendo la piena certezza che si tratta di epoche che non torneranno più.

Vi lascio con qualche altra immagine di questo luogo… come sempre chi avesse notizie in merito e volesse condividerle con noi è ben accetto!

 

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