Lettera di Natale di Roberto Guzzetti, in carcere per l’omicidio di Adeodata Losa.

Lettera di Natale di Roberto Guzzetti, in carcere per l’omicidio di Adeodata Losa.

Un barbaro omicidio

Maria Adeodata Losa, 87 anni, la gran parte dei quali trascorsi a Milano al fianco di tre generazioni della stessa famiglia; dal 2006 era tornata al paese, Sogno, frazione di Torre de’ Busi, per accudire la sorella maggiore. Viene uccisa  nel pomeriggio di giovedì 9 giugno 2016, ma il cadavere viene scoperto il sabato mattina dalla pronipote, quindi quarantotto ore dopo l’omicidio. Maria Adeodata è stata vista l’ultima volta nella giornata di giovedì, mentre il dramma è emerso nella tarda mattinata di sabato.

Raccapricciante il risultato dell’autopsia, eseguita dallo stimato dottor Paolo Tricomi, primario emerito dell’ospedale Manzoni di Lecco: due coltellate (arma mai trovata) al petto e sotto la mascella, inferte con violenza e senza alcuna colluttazione. Ma sul corpo dell’anziana erano state riscontrate pure, oltre a diverse ecchimosi al cranio, ben 11 coltellate, delle quali, appunto, due quelle risultate fatali, sferrate al collo. In gola invece le era stato trovato un pettinino per capelli. Una cosa normalissima…Di questo macabro particolare, però, si perdono le tracce nelle cronache.

Al 29 giugno ancora si brancolava nel buio. Escluso solo il suicidio, vociferato nei primi momenti del ritrovamento.

Molti gli attori di questa vicenda, tutti perfetti per un giallo che si rispetti, circoscritti in un minuscolo territorio: Sogno, frazione di Torre de’ Busi, circa 51 abitanti, recentemente tornata sotto la patria Bergamo.

Il colpevole

Ma il colpevole, alla fine, sarà Roberto Guzzetti.

Le forze dell’ordine arrivarono a lui, vicino di casa della signora Losa, grazie alle impronte ritrovate sulla scena del crimine, precisamente su macchie di sangue sopra la tovaglia del tavolo.

Viene descritto come una persona molto affettuosa, forse fin troppo, che amava il suo lavoro. Segnato dalla morte del fratello e di un caro amico, dalla malattia oncologica che lo ha costretto fino a sei mesi in ospedale per le cure, e dalla sieropositività che gli era stata diagnosticata.

Condannato in primo grado a 24 anni di reclusione, in appello, lo scorso 24 aprile 2019, si è visto ridurre  la condanna a “soli” 22.

Roberto si è sempre dichiarato innocente e ci sono molte persone che gli credono fermamente, oltre, ovviamente, a tutta la sua famiglia.

Proprio ad essi, e non solo, Roberto ha voluto indirizzare una  accorata lettera che noi qui sotto riportiamo integralmente.

La lettera di Roberto

“Cari amici

che mi avete seguito in questi anni, anche se non vi conosco, ma so che mi siete vicini, ho chiesto al dr Pigazzini (lo psicologo che è stato anche suo perito di parte) di riportarvi alcuni pensieri per ringraziarvi e per scambiarci gli auguri che vorrei non siano solo parole d’occasione, ma parole e affetti che entrano nella vita di ogni giorno.

 

È il quarto Natale che passo in carcere lontano dagli affetti e da miei amati genitori e le vicende che mi hanno travolto le conoscete; le ore passate nel silenzio di questa cella mi hanno reso ancor più consapevole della mia estraneità al delitto di cui sono imputato; in questi tre anni non ho mai fatto errori di comunicazione o avuto sensi di colpa, manifestazioni somatiche o discrepanze narrative o altro che potessero far nascere il sospetto che ci fosse qualcosa di nascosto, di non detto, che stesse minando il mio funzionamento mentale e, mi permetto di aggiungere, spirituale. Ciò che mi ha animato è una fede vera; mi sento di dirlo con onestà.

 

In uno degli incontri settimanali con il dr. Pigazzini gli dicevo: mi sento un po’ abbandonato da tutti, senza una sincera parola di sostegno, senza un sorriso; anche i volontari quando passano chiedono se ho bisogno di qualcosa e non “come stai”. Ogni tanto mi fermo a guardare fuori dalla finestra il mondo e vedo i gabbiani che sembrano gridarmi: “vieni fuori”! Qui non ho niente né libertà né serenità. Qui non puoi neanche piangere; ti disperi dentro di te e mi trovo a dirmi come Giobbe: “Signore che cosa vuoi da me?” Io non capisco che male ho fatto. È vero, ho detto delle cazzate ma tra qui ed uccidere ne passa.

 

Umanamente non ho speranza; è la fede nella giustizia di Dio che mi fa ritrovare la speranza, ma qui si fa fatica a credere e così c’è un Roberto che vive di speranza ed uno che è costretto a vivere senza speranza. Io non provo rammarico o risentimento, solo delusione. Tu hai capito che ho un cuore e una sensibilità e non poterli esprimere mi fa sentire ancor più in catene; incatenato a che cosa se non so perché? Io non devo dimenticare la speranza, perché io non devo vivere qui.

 

Avrei il desiderio di un piccolo regalo, affinché io possa continuare a tenere viva in me la speranza, come un biglietto di auguri, un pensiero di solidarietà, un sorriso sincero. Io vi regalo la mia innocenza, il dolore di una persona condannata che schiaccerebbe anche il più giusto degli uomini, il desiderio di una giustizia uguale per tutti e onesta. Provate a sentire la mia innocenza, ascoltate il silenzio che porto dentro senza mai scompormi da oltre tre anni: lo sentite ora quanto soffro per questa ingiusta condanna? La verità viene da noi che siamo qui, gli ultimi che non hanno nulla da dare se non una speranza vissuta con umiltà fino all’ultimo sorso.

Grazie per la vostra umanità.

Roberto

 

Roberto Guzzetti

Casa Circondariale di Monza

Via san Quirico 6

Monza – 20900”

Non aggiungiamo altro. Per chi volesse ricordare meglio l’intera vicenda, riporto il link del mio precedente articolo.

http://www.ultimaparolanews.it/index.php/2018/02/07/giallo-torre-de-busi-roberto-guzzetti-vero-assassino-maria-adeodata-losa/

Paola Pagliari

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